PROCESSO TRATTATIVA STATO MAFIA, EMERGONO LE VERITA’

DI MARINA POMANTE

In una giornata dal clima piuttosto ostile per una località come Palermo, abituata al sole caldo della Sicilia, in un’aula che comunque, a dispetto delle condizioni meteo è illuminata dalla luce della verità, che vede l’ultima fase della giustizia, occuparsi della questione spinosa sulle implicazioni e le connessioni dello Stato con la mafia, la voce del magistrato Nino Di Matteo, risuona come un’eco e porta alla memoria, periodi neri di questa Italia. La sua voce pacata nel tono ma ferma e decisa nei contenuti, esprime il lavoro svolto da tutti coloro che lo hanno preceduto, portando ulteriore lustro a quest’ultimo “eroe” contro la mafia, rievocando il pensiero di tutti quegli uomini che hanno combattuto perchè la verità emergesse.

La requisitoria del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, è ripresa dalle parole dette dal boss Totò Riina (morto in carcere lo scorso novembre) agli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Opera e dalle intercettazioni del 2013 tra Riina e il compagno di detenzione Alberto Lorusso.

Il Pm Nino Di Matteo davanti alla Corte D’Assise ha detto: “Dopo la strage di Capaci, anche sull’onda emotiva di questo evento, viene eletto presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che con il suo attivismo e le sue decisioni non si è limitato al suo ruolo di arbitro. Anzi, è stato il principale attore delle decisioni che in questo processo abbiamo dimostrato: la nomina di Mancino al posto di Scotti, quella del nuovo direttore del Dap e di Conso al ministero della Giustizia al posto di Claudio Martelli. Il ruolo di Scalfaro nell’avvicendamento tra Scotti e Mancino ha fatto emergere evidenti reticenze e falsità delle dichiarazioni del presidente Scalfaro, sentito da questa Procura nel 2010”. Il magistrato ha poi proseguito: “Scalfaro addirittura dichiarò di non sapere nulla dell’avvicendamento al Dap tra Amato e Capriotti. Ci disse anche che non aveva mai saputo nulla della connessione tra il 41 bis e gli episodi stragisti”. Sempre secondo il Pm, “la falsità delle dichiarazioni di Scalfaro” è dimostrata dalle dichiarazioni di un altro ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 28 ottobre 2014: “Dopo gli attentati del 1993 i discorsi tra le più alte cariche istituzionali dello Stato era chiaro che quelle bombe corrispondevano a un ricatto dell’ala corleonese di cosa nostra”.
L’accusa sostiene che la strategia per arrivare ad un accordo, era quella di spostare l’asse politico verso la sinistra democristiana, alla quale apparteneva il ministro Mannino che era stato tra i fautori della linea del dialogo.
Di Matteo ha continuato spiegando che “Per fare questo era necessario spezzare l’asse della fermezza portato avanti dall’azione congiunta dei ministri dell’Interno e della Giustizia, Scotti e Martelli. Di fronte all’intrapresa linea del dialogo non poteva sopportare la presenza di Vincenzo Scotti, principale fautore della linea di fermezza nel contrasto a cosa nostra, al vertice dell’Ordine pubblico”.

Ieri nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo, il sostituto della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo, sempre rivolto alla Corte D’Assise di Palermo che celebra appunto il processo sul presunto patto tra pezzi delle Istituzioni e la mafia, negli anni delle stragi ha affermato che fossero “molteplici i canali di comunicazione tra Riina, Dell’Utri e Berlusconi.
Da un’intercettazione di Riina infatti risulta essere proprio lui a raccontarlo: “Ma noi altri abbiamo bisogno di Giovanni Brusca per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri e’ una persona seria…”
L’accusa, continua ricordando le parole di Riina relative alle intercettazioni del 2003: “…Berlusconi in qualche modo mi cercava… si era messo a cercarmi… mi ha mandato a questo… Gli abbiamo fatto cadere le antenne e non lo abbiamo fatto piu’ trasmettere”, Riina ha anche detto che “i fratelli Graviano (boss di Brancaccio) avevano Berlusconi”.
Nella requisitoria del Pm, un altro punto importante è quello sul “papello”, il documento con le richieste di “Cosa nostra” e sul “contropapello”, nel primo documento consegnato il 29 ottobre 2009 da Massimo Ciancimino, non risulta alcuna manomissione. Sul secondo documento non abbiamo prove per affermare che sia stato oggetto di veicolazione, a differenza del papello, tra le due Parti in trattativa e sul contropapello vi e’ la prova scientifica che sia stato vergato a mano da Vito Ciancimino.
Il documento con le richieste di cosa nostra allo Stato, parla di “annullamento del Decreto Legge sul 41 bis”. Di Matteo, ha specificato che non viene detto semplicemente “41 bis”, ma proprio “Decreto Legge” e tale era, dopo le stragi!
C’era anche la richiesta di includere anche per i mafiosi, quei benefici previsti per i dissociati delle Brigate Rosse. “Proprio nel 1992 si discuteva di dissociazione dei mafiosi e dell’eventualita’ di creare all’interno di alcune carceri delle apposite aree di detenzione: ce l’ha detto l’allora capo del Dap (Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria) mentre il pentito Gaspare Mutolo ci ha parlato del disappunto del giudice Paolo Borsellino di fronte a tale eventualita'”.
Nino di Matteo, sempre nel corso della requisitoria, ha anche sostenuto ed evidenziato il “sospetto” cha aveva “il boss dei boss”: Binnu Provenzano era uno “spione”, era succube di Vito Ciancimino e lui era stato tradito e “venduto” dal suo compagno di mafia e di vita. Parlando sempre del suo amico Provenzano, nel corso di un’intercettazione dell’agosto 2013, Riina disse pure: “Fa parte di essere carabiniere se non vuole stare dove deve stare”.
Poi il Pm Di Matteo ha proseguito: si lamenta di Bagarella e Brusca che hanno avallato la scelta di Provenzano di spostare le stragi in continente per fare meno scruscio (rumore) in Sicilia”.
In pratica l’accusa sostiene che la “trattativa” proseguiva tra i Carabinieri del Ros e Provenzano (per tramite di Vito Ciancimino) e Riina sarebbe stato “venduto” e ancora Riina che viene rievocato dall’accusa: “ma chi e’ che dice di non fare niente… questo Binnu Provenzano… qualcuno glielo dice. Ai tempi miei, legge Di Matteo rivolgendosi alla Corte D’Assise presieduta da Alfredo Montalto, solo Riina trattava cose e persone importanti”.

Verità rincorse per anni e menzogne che coprono menzogne, tentativi grotteschi di dimostrazioni di estraneità ai fatti, inverosimili disconoscenze intersecate a palesi connessioni e poi, i morti, quelli che non possono piu parlare, che non possono più testimoniare, gli interessi, il potere che mescola sapientemente come un vecchio alchimista, politica e mafia, quasi fino a renderli una sola cosa.
E adesso l’ultimo moderno Don Chisciotte che brandisce la sua spada e cerca giustizia nei meandri più torbidi di quest’ultimo scorcio di politica che viene a patti con la mafia e con essa percorre strade parallele… questo tenace magistrato, riconsegnerà dignità al popolo, dimostrando che la verità ha la bellezza della trasparenza.

Lo stesso Nino Di Matteo, esorta a non abbassare mai la guardia e a non sentirsi mai appagati dalle vittorie di giustizia, consapevole che la mafia sa mantenere sempre la fiammella accesa sotto la cenere.