RIPABOTTONI, IL GRANDE SOGNO DELL’ACCOGLIENZA STRITOLATO DALLA BUROCRAZIA

DI MARINA POMANTE

Un Paese che insegna la solidarietà, che protesta, che si impegna, che rende virtuosa la propria esistenza, che va oltre i limiti imposti e resta umano, che capisce il dolore che altri essere umani hanno vissuto sulla propria pelle, che va oltre ogni moda xenofoba. Un Paese, Ripabottoni, che dimostra il progresso sociale e culturale col quale in questo momento l’occidente deve fare i conti. Una notizia da prima pagina che serve da monito a questa Italia sempre più lontana dai valori solidali. Noi sempre più chiusi nei nostri interessi privati, vittime di una campagna che ci vede attori di una guerra tra poveri, dove il clic più gradito sui social è quello contro.
E’ una piccola Storia, ma dai contenuti immensi che riguarda una piccola comunità di sole 544 persone, unita contro una burocrazia che tra le “pieghe” nasconde cavilli e regole che impattano con la vera essenza dell’umanità. Ripabottoni, un paesino del Molise in provincia di Campobasso, sale alle cronache perchè ha visto scendere in piazza i suoi cittadini contro la disposizione della Prefettura, caldeggiata dell’amministrazione, colpevole di aver forzato la mano per la chiusura di un centro Cas (Centro assistenza straordinaria) che ospitava 32 immigrati da vari Paesi dell’Africa.
I cittadini non si sono fermati al solo al corteo, hanno indetto una raccolta di firme che comunque è rimasta vana e “inascoltata”.

Nel pomeriggio di giovedi 11 gennaio, sono arrivati i mezzi per prelevare gli ospiti del Cas Xenia, per portarli presso altre strutture. La decisione del vice prefetto di Campobasso ha disposto l’immediato sgombero, malgrado nello scorso novembre fosse stata già prevista la chiusura progressiva del Centro, poichè a Ripabottoni è già presente anche uno Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), due realtà che comunque non presentano incopatibilità, ma non potevano convivere, secondo il sindaco Orazio Civetta che in questi giorni, non era presente perchè a Bruxelles per impegni istituzionali.

Michele Frenza, presidente della fondazione intitolata ad Arturo Giovannitti che è la proprietaria dello stabile che ospita il Cas, sostiene che “sicuramente le pressioni del sindaco hanno accelerato la procedura”.
Il Centro adesso è vuoto e fino a pochi giorni fa era il luogo dove andare a fare amicizie, a reclutare calciatori per le squadre locali, andare a fare inviti per i pranzi di Natale o ancora per trovare cantori per la chiesa…
Ed è proprio il parroco della chiesa che esprime grande rammarico per l’accaduto. In un volantino stampato e diffuso da Don Gabriele si legge: “I nostri concittadini hanno iniziato a interagire con questi ragazzi stabilendo ottimi rapporti con loro. Le nostre due comunità cristiane, cattolica e protestante, li hanno inseriti nelle rispettive attività. Tante persone si sono attivate in diverse forme di aiuto. Diciamo allo Stato che l’economia non deve travalicare il bene della persona. Questi ragazzi non sono pacchi postali”.
Michele Frenza, invece pone l’accento sull’amministrazione municipale e dice che “Lo Stato non c’entra e non ha colpe visto che in altre realtà, come Casacalenda, convivono tranquillamente sia gli Sprar che i Cas. L’unico responsabile è il nostro caro sindaco”.

Non è chiara tuttavia questa acrimonia contro il sindaco che viene indicato come il responsabile ultimo, dello sgombero del Centro. Appare evidente che dev’esserci della antica ruggine tra il primo cittadino ed il presidente della Fondazione, perchè come è noto, tale materia è di competenza prettamente Prefettizia, anche se il sindaco certamente “gioca” un ruolo importante ed è in grado di far leva in un senso o nell’altro.

C’è stato un episodio nella mattina del giorno della chiusura, che ha lasciato ben sperare. I gestori del Centro hanno ricevuto una chiamata dalla Prefettura, nella quale si invitava a sospendere le operazioni per il trasferimento. Tutti hanno creduto che Il Centro Cas, avrebbe potuto restare aperto, almeno fino al momento in cui tutti gli ospiti avessero ottenuto i documenti, ma alle 14 circa, il contrordine. Si chiude.

Nonostante la protesta pacifica e la raccolta di firme per la petizione che ha visto una massiccia partecipazione della popolazione. In Prefettura non ne hanno voluto sapere e i delegati della comunità, Domenico Piedimonte e Patrizia Pano, che si sono recati li, per portare le firme al Prefetto, non sono stati nemmeno ricevuti. Domenico Piedimonte ha commentato: “È inconcepibile che la Prefettura di Campobasso non abbia preso in considerazione le 152 firme. Ci hanno detto che non avevamo un appuntamento e ci hanno mandato via. È mai possibile che non si possa avere un incontro su una situazione così importante?”.

In genere le proteste dei cittadini avvengono in senso inverso e “spingono” con comitati di quartiere o con l’appoggio di movimenti politici prevalentemente di destra, affinché gli ospiti immigrati vengano allontanati, a Ripabottoni le mozioni sono state invece per trattenere gli amici ospitati e perfettamente integrati con la comunità.
Il paese perde non solo una risorsa, ma anche diversi posti di lavoro, visto che nel Cas lavoravano 15 persone, una di questi (ex) lavoratori è Viviana, la madrina della piccola Maria, nata 8 mesi fa da una ragazza africana. Viviana ha scritto su Facebook: “Mi tocca dire addio a chi in questo anno è diventato parte della mia vita, un fratello maggiore, un fratello minore, un confidente. Mi tocca dire addio a ragazzi brillanti con un cuore immenso, devo dire addio a chi voglio bene e alla mia figlioccia, quella bimba che con i suoi occhioni ha fatto innamorare quasi tutti. È stata l’esperienza più significativa della mia vita, ciao tesori miei, ci rivedremo presto”.

I ragazzi (la cui età media è intorno ai 25 anni) sono stati divisi e inviati a Campobasso, a Petacciato, Montecilfone, Portocannone, Roccavivara e altri paesi dove si trovano Centri di accoglienza straordinaria.
Una vicenda che era iniziata nel migliore dei modi e che avrebbe potuto essere d’esempio, ma che evidentemente, come tutte le belle favole, doveva finire. Solo che il rammarico è per la fine brusca, per l’aver sciupato l’occasione di un’integrazione reale che trovava soddisfazione da ambo le parti e lasciava tutti contenti.
Evidentemente nel disegno dello Stato e delle Istituzioni, non è prevista la componente della felicità dei cittadini, qualunque sia il loro luogo di nascita e la lingua parlata.

LA LETTERA APERTA DELLA DIRETTRICE DEL CAS AD ALGANEWS
Mi chiamo Patrizia Pano e sono il direttore del Centro di Accoglienza Straordinario di Ripabottoni denominato Xenia. Mi occupo delle problematiche e della programmazione di attività sociali e socio-sanitarie da oltre 20 anni. L’ho fatto attraverso il coordinamento di diversi servizi territoriali sociali e socio-sanitari, oltre a prestare la mia fattiva collaborazione con il mondo del volontariato e della promozione sociale. Al momento rivesto anche il ruolo di direttore di una residenza per anziani sempre a Ripabottoni.
Il C.A.S. Xenia, apre all’accoglienza di giovani migranti il 9 ottobre 2016, periodo quello in cui gli sbarchi di migranti sulle coste italiane erano nell’ordine di uno o più al giorno. Nonostante il Centro sia provvisto di ogni tipo di autorizzazione e certificazione, difatti la cooperativa che lo gestisce ha partecipato ad un bando pubblico indetto dalla Prefettura, si avviano le attività al suo interno sotto la minaccia di una cittadinanza poco propensa ad accogliere migranti, per giunta neri. Nei giorni antecedenti all’arrivo dei migranti infatti, in paese si avvia una raccolta firme (sollecitata in particolare dal sindaco e da persone a lui vicine) contro l’accoglienza dei “neri”. Tutti hanno paura, pensano ai migranti come persone poco rassicuranti che possono far del male ai tanti anziani presenti a Ripabottoni. Insomma manifestazioni di razzismo su tutti i fronti. Ma per capire meglio la loro reazione forse è il caso di dare maggiori informazioni su questa località. Ripabottoni è un paese appartenete alle aree interne del Molise con 504 abitanti residenti, secondo dati ISTAT, di fatto coloro che vi abitano sono un centinaio in meno, la maggior parte dei quali sono anziani. Anziani poco propensi al nuovo e che spesso vengono allarmati dai ricorrenti fatti di cronaca nera che vedono protagonisti anche stranieri.
Tutto sembrerebbe destinato ad avere un esito poco piacevole, ma quella domenica mattina del 9 ottobre 2016 qualcosa va in modo diverso da quanto si ipotizzava. All’arrivo di quei 36 giovani tremanti e semivestiti i cui occhi erano colmi di paura e i cui volti erano segnati dalla stanchezza, al posto delle barricate e delle proteste, la popolazione avvia una gara di solidarietà in barba a quanto avevano affermato fino alla sera prima. Per il paese tutti vogliono mettere a disposizione dei ragazzi qualcosa, tutti sono pronti ad aiutarli. È da lì che la storia prende un percorso differente, assistendo, giorno dopo giorno, ad un cambiamento radicale di atteggiamento da parte dei ripabottonesi. Le chiese, quella Cattolica e quella Evangelica Battista, del paese aiutano il Centro nel complicato e difficile percorso di integrazione dei migranti. Anche io, attraverso piccoli ma significativi gesti, incoraggio l’integrazione. Lo faccio non solo perché direttore del Centro ma perché convinta che quello sia l’unico modo per aiutare i giovani migranti a trovare la loro strada nella nostra piccola realtà paesana. È così che metto in piedi diverse iniziative una delle quali è invitarli a partecipare all’incontro organizzato, per le festività natalizie, nella casa di riposo del paese. In quella occasione di festa e di scambio di auguri natalizi partecipano tutti gli ospiti del CAS compresi i ragazzi musulmani. Tante le iniziative virtuose che potrei menzionare, la sfilata di carnevale organizzata dalla proloco e alla quale partecipano i ragazzi del centro facendo conoscere le maschere tradizionali dei loro paesi d’origine. Oppure la gara di solidarietà da parte dei migranti durante l’abbondante nevicata di gennaio 2017 che ha creato disagi e problemi alla cittadinanza. I giovani migranti con pala e stivali di gomma per le strade del paese a rimuovere la neve specialmente davanti le abitazioni degli anziani del posto. Ad aprile poi una giovane migrante di nome Happy mette alla luce una bimba il cui nome è Maria. Il C.A.S. è pervaso dalla gioia e a questa gioia partecipa anche tutta la cittadinanza, riparte la catena spontanea di solidarietà, chi vuole regalare il lettino, chi vuole donare il passeggino, la carrozzina, insomma tutti pronti a festeggiare l’arrivo di Maria. Presto la bimba, la cui mamma è di religione Cattolica, viene battezzata e la madrina è una ragazza di Ripabottoni. La festa viene organizzata all’interno del C.A.S, grande la gioia.
Tutto sembrerebbe scorrere nel migliore dei modi, purtroppo così non è, chi aveva fomentato la raccolta firme, chi aveva cercato di istigare contro i migranti non si arrende, difatti per il paese di tanto in tanto si rincorrono voci, sistematicamente smentite poi dai fatti, che il C.A.S. sta per chiudere. Insomma l’ipotesi della chiusura del Centro è un leitmotiv sempre presente. Ad avvalorare il risentimento nutrito dal primo cittadino di Ripabottoni nei confronti di questi ragazzi c’è anche un episodio drammatico che investe la comunità dei migranti. Il 6 aprile presso il nosocomio di Termoli muore il giovane Abdoug, un migrante senegalese, che durante il suo viaggio della speranza, nella sosta forzata in Libia, aveva contratto una malattia grave che lo aveva condotto a morire. In quella occasione il Sindaco non volle accogliere le spoglie del ragazzo nel cimitero del paese, tant’è che venne seppellito nel cimitero di Termoli.
Intanto a livello nazionale la situazioni “sbarchi” di migranti continua ad essere un’emergenza e in molte comunità la concentrazione di numerosi migranti crea qualche problema, in alcuni casi anche di ordine pubblico. È così che il ministro Minniti, recependo anche le richieste dell’ANCI nazionale, predispone un provvedimento che stabilisce regole e priorità in riferimento all’accoglienza e alla gestione di strutture per migranti. Nello specifico nel decreto si stabilisce anche che laddove sia presente già uno SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) possono essere ridotti i Centri di Accoglienza Straordinaria. Tale provvedimento diviene per il sindaco il grimaldello idoneo per poter chiudere, finalmente, il C.A.S. Xenia, difatti, anziché proporre alla cooperativa che gestisce la struttura di accoglienza la variazione da C.A.S. in SPRAR, invia una richiesta al Ministero dell’Interno per l’apertura di uno SPRAR volto all’accoglienza di minori stranieri non accompagnati. L’8 ottobre 2017 lo SPRAR per minori stranieri non accompagnati viene aperto e da quel giorno il sindaco inizia a inviare alla Prefettura di Campobasso richieste di dismissione del Centro di Accoglienza Straordinario “Xenia”. La motivazione ufficiale è l’applicazione della clausola di salvaguardia contenuta nel decreto Minniti. Ma il sindaco dovrebbe fare appello alla clausola di salvaguardia quando vi sono episodi legati all’ordine pubblico e non mi pare sia il caso di Ripabottoni. Ad ogni modo il paese è piccolo ecco che l’eco delle numerose pressioni da parte del sindaco alla Prefettura si vengono a conoscere e si costituisce così un libero comitato di raccolte firme contro la dismissione del Centro di Accoglienza straordinario, in pochissimo tempo,soli due giorni, si riescono a raccogliere ben 152 firme che in data 10 gennaio vengono depositate al protocollo della Prefettura ma che non sono bastate a garantire la sopravvivenza al Centro.
Questi fino ad ora esposti sono i fatti che dopotutto sono stati più volte riportati su più testate di giornali locali e nazionali e che se vogliamo si commentano da soli. Ora, però, credo sia doveroso spendere anche più di una parola sulle persone, sui sentimenti, sulle circostanze che hanno condizionato non solo la vita di questi 32 ragazzi migranti presenti nel Centro di accoglienza ma anche quella di altre 16 persone tra operatori e figure professionali di Ripabottoni e dei paesi limitrofi che, lavoravano all’interno del Centro garantendo risorse economiche a dei nuclei familiari. Perché in questa brutta storia il danno non è stato solo quello di distruggere un esemplare modello di integrazione sociale avviato e realizzato ma è stato anche quello di appesantire il già gravoso tema della disoccupazione giovanile nelle aree interne del Molise. Come si fa a non menzionare anche questo importante aspetto, come si fa a nascondersi dietro questa basilare esigenza? I giovani di Ripabottoni e dei comuni circostanti avevano avuto la fortuna di non dover migrare verso centri più grandi o addirittura fuori regione per trovare lavoro avendolo ricevuto nel proprio paese e questo aveva generato in loro anche un approccio diverso nei confronti dei migranti: ne erano grati!
Mi sento tanto orgogliosa del modello di integrazione realizzato a Ripabottoni, così unico nel suo genere, in un post di Fb ho scritto: “Relativamente all’importante tema dell’immigrazione il mondo della ricerca sociale si manifesta attraverso la pubblicazione di libri, organizza convegni, workshop, seminari, elabora statistiche, studia fenomeni. Lo fa, ovviamente, per fornire strumenti utili agli addetti ai lavori, affinché realizzino sul territorio percorsi virtuosi che possano rappresentare una metodologia vincente per affrontare al meglio il complesso tema dell’immigrazione. Bene, ovvio e giusto che sia così! Dopo la mia personale esperienza, se pur breve, nel mondo dell’immigrazione voglio anche io dire la mia: Ripabottoni è stato un chiaro esempio di integrazione sociale positivo, la ricetta che l’ha reso possibile è stata semplice: amore, accoglienza, disponibilità, comprensione, ascolto, il tutto condito da umile ma seria professionalità da parte di tutti coloro che hanno operato nel centro.
Abbiamo ascoltato, abbiamo compreso, abbiamo lavorato sempre con tanto amore e con tanta professionalità”
Quello che ora mi auguro è che finalmente si faccia un po’ di chiarezza e venga spiegato a tutti il perché di alcune decisioni che hanno cambiato le sorti, non solo di 32 migranti, ma anche di 16 cittadini italiani che non hanno più lavoro. Chiarezza sul perché un modello di integrazione sociale come quello di Ripabottoni non sia stato studiato, compreso ed esportato al posto di essere soppresso così com’è accaduto. Perché si preferiscono situazioni come quelle di Campobasso dove oltre 600 migranti sono stati concentrati in una unica zona della città e dove sicuramente l’integrazione sarà molto più difficile da realizzare? Perché le istituzioni non hanno ascoltato la volontà dei cittadini di Ripabottoni?
Perché?

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