CORPO E ANIMA. UN’ORIGINALE PARABOLA SUL SOGNO, ORSO D’ORO A BERLINO

DI COSTANZA OGNIBENI

C’è una realtà grigia, routinaria, meccanica, implacabile nel suo incessante ripetersi, e sempre uguale a se stessa. Narra di quotidianità, di bollette da pagare, di spesa al mercato, di dissidi sui luoghi di lavoro.
Poi c’è un’altra realtà, che racconta di paesaggi fatati, foreste innevate, fronde silenziose e cerbiatti eleganti che corrono sui terreni gelati.
Non occorrono due racconti diversi per narrarle entrambe, né due protagonisti differenti all’interno dello stesso racconto. Esse possono convivere nello stesso personaggio, nello stesso vissuto, perfino nella stessa giornata. Ed è con piglio insolito quanto abile che Idiko Envedi, regista della fortunata pellicola vincitrice dell’Orso d’oro al Festival di Berlino, ci racconta come ciò sia possibile, attraverso la storia di Endre (Géza Morcsányi) e Maria (Alexandra Borbély): direttore finanziario lui, addetta al controllo qualità lei, entrambi impiegati in un mattatoio di Budapest. Tutto procede in una routine ben cadenzata, nel luogo di lavoro dei due protagonisti, e la regista ungherese non ci risparmia dai truculenti dettagli che ne raccontano la realtà, senza porsi minimamente il problema del senso di voltastomaco che quelle immagini possono provocare nello spettatore: animali squartati, teste mozzate, fiumi di sangue. Sono immagini volte a narrare di una realtà cruda, spietata, caratterizzata da una quotidiana lotta per la sopravvivenza alla quale occorre adeguarsi, pena l’alienazione, la perdita di contatto e di ogni forma di comunicazione con l’altro, ma anche di sensibilità, poiché il corpo ha sofferto così tanto per la violenza ricevuta che l’unica soluzione rimane anestetizzarlo. È Maria la rappresentazione di questa scelta, insensibile e dotata di capacità logiche e di ragionamento così sviluppate da sfiorare l’autismo. Bella ed eterea, Maria si distingue sin dai primi fotogrammi dagli altri personaggi, di certo meno emarginati, ma molto più ordinari: una normalità che appiattisce tutto e non porterà mai ad alcuna forma di conflitto. È Endre a rendersi conto della non convenzionalità della protagonista e a rimanerne affascinato. Anche se è difficile, anche se è un amore pressoché impossibile, anche se vive nel suo mondo. Perché sente che c’è qualcosa, qualcosa di molto profondo che li accomuna, e rimarremo senza parole nello scoprire che si tratta…dello stesso sogno. Costretti da questa insolita circostanza, i due protagonisti non potranno fare a meno di confrontarsi quotidianamente su quanto vivono in quelle famose otto ore che li separano da quell’altra realtà che pur condividono, ma nella quale sono estremamente lontani l’uno dall’altra. Ed è questo confronto, questo riconoscersi in quella foresta fatata che mostrerà a Maria una possibile terza via che non sta né nell’adeguamento, né nell’alienazione, ma nella presa di contatto con una parte di sé che le farà riscoprire la sensibilità del corpo e la capacità di provare attrazione nei confronti di un altro essere umano.
Con un racconto pieno di intuizioni e caratterizzato da un’insolita attenzione alla tematica del sogno, trattato come mezzo di ricerca su se stessi, ben lontano dall’angoscia della dissociazione cui il cinema surrealista ci aveva abituati, la pellicola ungherese si rivela pienamente all’altezza del riconoscimento ricevuto. Il profondo studio dei personaggi, sia principali che secondari, è ben supportato dalle performance degli interpreti, ognuno con un proprio ruolo, ma tutti quanti coinvolti nella rappresentazione di un’immagine che va ben oltre quanto si vede in ogni singola scena e che non si accontenta di narrare una banale storia d’amore.