ABORTO DOPO 40 ANNI ANCORA CONTRADDIZIONI

DI ANNA LISA MINUTILLO

Nel 1978 l’Italia ha compiuto uno dei suoi momenti di svolta culturale. Fino al 1975, in Italia l’aborto era sostanzialmente illegale, in qualsiasi forma e per qualsiasi motivazione. O l’aborto avveniva in modo spontaneo, oppure era considerato un reato, sia per la madre che per il personale medico o paramedico che lo praticavano. La giurisprudenza metteva in atto la possibilità di ritenere l’aborto, in alcuni casi, giustificato dallo “stato di necessità“, previsto dall’articolo 54 del codice penale), ritenendo così non punibile l’intervento abortivo reso necessario per salvare la vita della gestante e, in alcuni casi, anche per ragioni di salute, purché gravi. Era comunque una situazione che prevedeva l’intervento dell’autorità giudiziaria e, quanto meno, un’indagine. Nel 1975 la Corte Costituzionale pronunciò una sentenza storica (n.27), a dimostrazione che quasi sempre è la giurisprudenza che si adegua ai tempi ed alla società. Un passaggio di questa sentenza sanciva per la prima volta che ““[…] non esiste equivalenza tra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che persona deve ancora diventare“.
Questo concetto, negli anni successivi ha portato a molte discussioni, che ancor oggi paiono non avere fine, ma ha anche aperto la strada alla possibilità di considerare non più reato l’aborto terapeutico. Nel 1978, si apre un intenso dibattito politico, ma anche e soprattutto culturale, dibattito che ha rivelato che i tempi erano maturi per la legge n.194. La legge porta il titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. La legge n.194/1978, prevede tre momenti della gestazione sottoposti a regime giuridico diverso e che riguardano la possibilità di interrompere la gravidanza.
Il periodo dall’inizio della gravidanza al 90° giorno è quello in cui l’aborto volontario è consentito comunque. La formula legislativa (art. 4) è molto ampia ed anche se si è mantenuto il riferimento ad un motivo di salute fisica o psichica della donna, sostanzialmente è la volontà della donna a prevalere.
Anche la comunicazione da parte del personale sanitario cui ci si rivolge al padre del concepito, possono essere effettuate solo su autorizzazione della gestante.
Rivolgendosi ai consultori, al medico di base o ad una qualsiasi struttura ospedaliera, si ha diritto ad accedere gratuitamente all’interruzione di gravidanza.
Nel periodo che va dal 4° mese di gravidanza alla possibilità di vita autonoma del feto, invece, l’aborto è legittimo solo se terapeutico. Anche in questo caso la formula è ampia ci si riferisce anche alla necessità terapeutica di salvaguardare la salute psichica della donna o a motivi “eugenetici”, cioè evitare la nascita di un bambino con gravi malattie. Comunque è necessaria una certificazione medica che consenta il ricorso all’interruzione.
C’è poi il periodo (piuttosto breve) compreso tra il momento di vitalità autonoma del nascituro e la nascita, in cui l’interruzione è consentita solo per un pericolo di vita della donna
Ovviamente dall’inizio del 4° mese di gravidanza, si apre tutto un territorio in cui continuano a proliferare gli aborti clandestini. Negarlo equivale a chiudere gli occhi all’evidenza. Sono state svolte numerose inchieste giornalistiche in merito a questo argomento che hanno rivelato
l’esistenza di medici e strutture sanitarie, anche clandestine, disponibili ad offrire questo tipo di “prestazione”, del tutto illegale.
Scelte personali, dettate da un numero di fattori che le rende uniche nel loro genere, battaglie da parte delle donne per far prevalere la loro volontà, il loro pensiero riguardo ad una maternità indesiderata o che porterà alla nascita di una creatura gravemente ammalata. Questioni personali che fanno a pugni tra la morale e ciò che diventerebbe un domani la vita della creatura che verrà al mondo ma anche quella di chi dovrà farsi carico di situazioni drammatiche a cui sono chiamati, spesso nella più totale impreparazione a fronteggiare. Situazioni che non possono essere liquidate con due battute ma che richiedono attenzione e rispetto, anche laddove non ci trovano d’accordo poiché vivere alcune situazioni personali senza farne parte diventa qualcosa a cui spesso assistiamo e per cui il nostro parere non è espressamente richiesto. Le donne hanno smesso di perdere la vita con l’introduzione della legge sull’aborto, spesso infatti prima di questo evento si rivolgevano a persone non specializzate che provvedevano all’eliminazione di “questo fardello” che non riuscivano a portare, altre volte, in preda alla disperazione più totale provvedevano da sole, massacrandosi con “aghi per la maglia”, contraendo infezioni e restando vittime della loro stessa disperazione, perché non si sa molto nella vita ma ciò che non deve mai sfuggire è che le persone disperate spesso compiono gesti disperati. Gravidanze magari ” ingombranti” perché frutto di relazioni occasionali, magari con uomini sposati che dopo aver “consumato” si davano alla fuga senza farsi carico di nessun tipo di responsabilità, le donne per questi ultimi rappresentavano solo dei corpi da possedere e sui quali “sfogare” le loro frustrazioni, frutto di scelte errate, che dovevano in qualche modo essere rese più sopportabili attraverso momenti di “svago” quasi come se dall’altra parte non ci fosse una persona, ma solo l’oggetto da usare a piacimento nei loro momenti liberi. Altre volte invece arrivavano figli non “desiderati” per errori, per sviste all’interno di coppie considerate “solide”, ma poi non vi erano le condizioni per poterli crescere e garantire loro lo svolgersi di una vita “normale”, che potesse assicurare almeno un piatto caldo due volte al giorno. Anni in cui vi era poca conoscenza di se e del proprio corpo. Anni in cui molto si è perso di vista e molto altro in effetti si è vissuto forse con troppa leggerezza. Lotte tra sensi di colpa ma anche inadeguatezza ed impreparazione che hanno portato ad uno stato di cose poco “piacevole”. Anni di slogan femministi che hanno visto molte donne scendere in piazza al suono di : ” l’utero è mio e lo gestisco io”, slogan che poi dovevano scontrarsi con una realtà da vivere ed affrontare singolarmente, poiché ognuna di quelle donne avrebbe dovuto poi fare ” i conti” con la propria individualità che presa singolarmente racchiudeva tutte le incertezze del momento personale, storico e culturale che si ritrovavano a vivere. Le cifre sull’aborto in Italia continuano a far discutere e spesso danno adito a controversie difficili da sedare. A determinare la diminuzione degli aborti, in Italia come altrove, sono stati fattori come la maggior consapevolezza nelle persone della drammaticità dell’aborto, la diminuzione della fertilità, sono diminuite le coppie in età fertile; ed è aumentato enormemente il ricorso alla pillola del giorno dopo, con potenzialità abortive; sono rimasti gli aborti clandestini, di cui non si conosce l’entità, aumentano i bambini salvati dalle associazioni di volontariato. Non mancano casi, che vengono alla luce solo di rado, di aborti procurati spacciati per spontanei, o di medici che spingono le donne ad abortire nei loro centri privati. Sono trascorsi 40 anni dalla legge e all’aborto è stata dedicata anche una data, quella del 28 settembre, riconosciuta come giornata internazionale per l’aborto sicuro. Il 29 settembre 2017 una donna di origini nigeriane, residente ad Ancona, ha rischiato di morire in seguito ad un tentativo di aborto, che lei stessa si era indotta ingerendo una ventina di pillole di un farmaco antiulcera, in grado di provocare le contrazioni necessarie all’espulsione del feto. La legge 194 vede due grossi ostacoli a frapporsi nell’attuazione di questo diritto: l’obiezione di coscienza e la mancanza di comunicazione.
Aver conquistato il diritto di abortire in sicurezza in una struttura sanitaria non serve a nulla se questo diritto non viene comunicato. Si evince così quanto sia evidente la mancanza di una figura che sappia comunicare i diritti acquisiti dalle donne, sanciti dalla legge 194/78. La comunicazione deve diventare sempre più efficace, come nel caso delle donne straniere, per evitare la sovrapposizione di due elementi discriminatori: il sesso e la nazionalità. Secondo il Ministero della Salute in Italia i ginecologi obiettori sono circa il 70%. La situazione italiana in materia di aborto rimane caratterizzata da una forte contraddizione, poiché viene descritta dal Ministero della Salute positivamente, come se ogni donna avesse la possibilità di accedere facilmente ad un IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza) legale e sicura, tralasciando i numerosi fatti di cronaca che ancora oggi ci descrivo una realtà fatta di aborti clandestini e di abbandono di neonati.
L’introduzione della pillola abortiva chiamata RU 486 ha creato svariate polemiche
La RU 486 non può in alcun modo considerarsi contraria alla legge 194/78, in quanto in nessuna norma viene indicato con quale tipo di procedura debba attuarsi l’interruzione di gravidanza. Nella legge non viene specificato neanche se il trattamento abortivo debba essere medico o chirurgico.
Anzi, nell’art. 15, si specifica che le regioni devono promuovere l’aggiornamento del personale e l’applicazione nelle strutture sanitarie delle tecniche più moderne, innovative e sicure per la salute delle donne. Su questo punto la legge 194 è stata lungimirante: non solo l’uso della RU 486 non si oppone alla legge, ma potrebbe considerarsi promosso da questa, laddove vi fosse certezza che si tratti del metodo meno invasivo e più sicuro, proprio per la salute della donna. Ma cerchiamo di capire perché si sceglie di abortire? L’atteggiamento delle donne oggi nei confronti della maternità è diverso da quello che avevano le loro madri, infatti le ritroviamo più attente ad evitare che un figlio arrivi nel momento che ritengono sbagliato. E’ normale ricorrere ai farmaci contraccettivi che sono sempre più vicini all’equilibrio endocrino femminile. Nel corso degli anni le giovani donne grazie alla pillola sono diventate meno propense ad accettare una gravidanza improvvisa. A quaranta anni dalla L194, non si fa troppo caso se una donna decide di interrompere la gravidanza . I figli considerati fino a non molti anni fa delle “benedizioni” ora vengono vissuti come qualcosa a cui si può rinunciare e l’atteggiamento della donna verso la maternità è notevolmente cambiato. I luoghi comuni utilizzati per definire le donne che non potevano avere figli, o quelle che sceglievano di non averne, hanno perso la loro poco onorabile efficacia. Infatti si reputava “incompleta” una donna che non riusciva a procreare, oggi nella maggior parte dei casi non è più così, oltre alla sterilità ci sono anche delle scelte di vita differenti che devono inevitabilmente allinearsi con lo stile di vita che è notevolmente cambiato. Anche le donne sono più attirate dall’idea di crescere professionalmente, spesso costrette a lasciare il loro paese per trovare lavoro, e spesso penalizzando anche la vita di relazione che resta impattata e vede le tempistiche di matrimonio o convivenza slittare più in la.
I metodi contraccettivi esistono e rispondono alle svariate esigenze di ogni donna, occorre solo usarli in modo corretto, per evitare che l’aborto diventi esso stesso un metodo contraccettivo.

Sentendo parlare le persone più anziane si ha l’idea che per loro il sesso fosse fonte di piacere ma al tempo stesso anche un aspetto della vita da prendere molto seriamente. Questo cambiamento nel modo di vivere la sessualità risale alla rivoluzione culturale degli anni 60, che è nata dall’insofferenza per i condizionamenti sociali e dal desiderio di rendere più libero il nostro mondo mobilitando i giovani di tutte le nazioni occidentali.
La prima eclatante dimostrazione della voglia di cambiare che avevano le giovani generazioni di allora è stata di mostrarsi in pubblico in atteggiamenti di inequivocabile contenuto erotico-sentimentale fino ad allora rimasti confinati alla sfera del privato. La motivazione sessuale è stata allo stesso tempo la causa scatenante, l’effetto desiderato ed il tema costante di quanto veniva portato in discussione. Questo periodo ha preso il nome di rivoluzione sessuale.

Dalla rivoluzione culturale di allora hanno preso vita i nuovi modi di vivere la relazione romantica e la sessualità che hanno dato forma alla società occidentale che oggi conosciamo. Con i nuovi modelli di relazione che si sono sviluppati nel 68 le cose sono cambiate ed è diventato possibile discutere di tutto in pubblico. Sono quindi crollati i tabù, e l’interesse per la sessualità compare in modo preponderante anche negli studi scientifici. E’ infatti in quegli anni che prendono piede numerosi progetti di ricerca per le diverse espressioni della sessualità umana e nascono le prime scuole di psicoterapia che trattano i problemi.

La libertà sessuale è una conquista della consapevolezza di sé soprattutto per le donne che sono vittime di ogni società repressiva, e con l’avvento della pillola contraccettiva possono vivere liberamente le relazioni ed essere responsabili di se stesse.

Non farlo vuol dire non proteggersi e rinunciare alla conquista sofferta della libertà che le nostre nonne hanno ottenuto anche per noi. La sessualità libera espone però a pericoli non indifferenti: infatti sono aumentate le malattie a trasmissione sessuale (da quelle relativamente semplici come l’herpes a quelle gravi a cui non si pensava più come gonorrea e sifilide), così come sono aumentate le gravidanze cosiddette indesiderate. Ad osservare i più giovani si vede che viene fatto un uso molto casuale della sessualità all’interno di storie che non sembrano destinate a durare: è tutto semplice, poco strutturato e poco consapevole. Questo atteggiamento leggero entra in contrasto con la necessità di proteggersi dalle malattie infettive e di fare scelte ben ponderate riguardo alla contraccezione trasformando la “leggerezza” in mancanza di consapevolezza. Per la prima volta nella storia è possibile controllare aspetti cruciali della propria vita grazie ai progressi della medicina, nel campo della riproduzione è diventato possibile creare la vita al di fuori del corpo della donna e perfino rifiutare la vita appena nascente. La tecnica quindi consente certe soluzioni, la dignità personale non può prescindere dal riconoscimento del valore della vita umana e dall’assunzione di responsabilità per proteggerla.

Interrompere una gravidanza è diventata una cosa facilissima, quasi banale: nei primi tempi dalla 194 le donne lo facevano per ideologia (sociale se non politica) protestando perché non c’era una contraccezione giusta per loro: la pillola faceva male mentre il preservativo, il coito interrotto e la continenza erano inaccettabili perché uccidevano la spontaneità dell’amore. Si inizia ad avere rapporti in giovane età, quando non si può comprendere appieno ciò che si sta facendo ecco perché l’informazione copre un ruolo rilevante in questa questione. La 194 legittima la scelta abortiva così la sessualità può essere vissuta come sganciata in modo totale da una prospettiva riproduttiva ed indipendente dalle dinamiche relazionali all’interno delle quali si dovrebbe decidere della contraccezione.
Svolte epocali e fondamentali ma che vanno usate con raziocinio, altrimenti si trasformano in vere e proprie “gabbie di sensi di colpa” per alcune donne, e di liberazione di una sorta di “impiccio non voluto” per altre.
Di aborto non si parla quasi mai. Quando succede si tende ad abbassare lo sguardo e il tono della voce. A meno che non avvenga in un dibattito pubblico, quando i toni si infuocano.
Le donne spesso vengono considerate “assassine”, esiste dopo intervento la sindrome postabortiva che testimonia come quella che può apparire una soluzione ” liberatoria” per alcune donne, poi alla fine possa provocare un trauma in altre. La differenza è soggettiva, per donne che non riescono a perdonarsi questa decisione, ve ne sono altre che si sentono meglio dopo averla presa.
Si tende erroneamente a considerare le donne perché appartenenti alla stessa categoria tutte uguali nelle reazioni e nel modo di prendere alcune decisioni, ma questo è profondamente errato poiché ognuna di esse ha interiorizzato ciò che gli è accaduto, il proprio vissuto, il modo di porsi davanti ad un problema, la loro storia personale, il loro spaccato sociale e culturale nello stesso modo ma non è così e questo è bene non dimenticarlo mai.
Alcuni vedono in questa decisione dei disperati tentativi di richiesta di aiuto, per altri decidere di abortire rappresenterebbe invece una sorta di fuga dall’assunzione di responsabilità. Ci si muove su terreni particolarmente delicati e nessuna donna può prevedere cosa succederà dopo, quando il figlio non ci sarà più, e quel vuoto sarà riempito da un’unica, certezza: mio figlio non c’è perché” l’ho fatto fuori io”.
Quando si decide di non tenere un figlio, l’aborto appare la scelta più indolore perchè la gravidanza non viene portata a termine (anzi viene interrotta molto presto, in una fase in cui la gestante ha ancora un’idea piuttosto vaga del “figlio” e la sua presenza fisica non è alterata) quindi mentalmente potrebbe essere assimilata a un “prevenire” un problema anzichè risolverlo .

Anche decidere di dare un figlio in adozione potrebbe per alcune donne portare a delle conseguenze psicologiche gravi.
La gestante (anche se risentita della gravidanza) sente il figlio muoversi e svilupparsi dentro di lei e per nove mesi vive con lui un rapporto simbiotico e il suo corpo e la sua mente lentamente accettano questa convivenza.
Al momento del parto c’è comunque un distacco, anche se la donna è convinta della sua scelta, perchè di fatto il bambino esiste ed è davanti ai suoi occhi; qui scattano i primi sensi di colpa inconsci dettati principalmente dalla condizione sociale in cui è cresciuta (una famiglia tradizionalista che non accetterebbe, la fede ecc).
Dal momento che questo bambino esiste, la donna si porterà sempre dietro il cruccio di avere un figlio, che si troverà chissà dove nel mondo e che un giorno potrebbe mettersi alla sua ricerca. Ma potrebbe anche accadere che un giorno scatti in lei la voglia di ricercarlo, magari quando la sua condizione potrebbe essere del tutto diversa rispetto a quando ha optato per quella scelta.
Una legge che ha reso le donne consapevoli, che ha dato loro la possibilità di scegliere, che vede grazie all’informazione il numero degli aborti diminuire, ma che non smette di far discutere, una legge che non deve essere il lascia passare per una contraccezione usata male, una legge che dopo 40 anni non smette di farci capire l’importanza di alcune decisioni, soprattutto quando poi a farne “le spese” è chi non ha chiesto nulla se non di essere amato.