UE NUOVO REGOLAMENTO SULL’ORIGINE DEGLI ALIMENTI: A RISCHIO TRASPARENZA E TRACCIABILITÀ

DI SIMONA CIPRIANI

 

Durante lo scorso anno, il ministro delle Politiche Agricole, Martina e dello Sviluppo Economico, Calenda hanno firmato una serie di decreti che prevedono l’obbligo di riportare sull’etichetta di pasta, riso, pomodori, latte e formaggi l’origine dell’ingrediente primario.
Tali decreti soddisfano l’esigenza di trasparenza dei consumatori italiani che, com’è noto, sono molto attenti alla qualità e alla provenienza degli alimenti privilegiando le produzioni nazionali, soprattutto per quanto riguarda proprio i prodotti interessati dai suddetti provvedimenti.
Le prime etichette a riportare la dicitura di origine sono state quelle di latte, burro, yoghurt e formaggi nell’aprile del 2017.
Successivamente i decreti hanno riguardato anche pasta , riso, salse, sughi e concentrati di pomodoro le cui etichette dovranno indicare, in modo visibile, il Paese di coltivazione, il Paese di lavorazione (di molitura in caso di grano) e quello di confezionamento; nell’eventualità che tutte queste fasi avvengano in Paesi diversi, l’etichetta potrà riportare la dicitura Paesi UE o Paesi non UE.
Fin qui tutto perfetto, finalmente fare la spesa diventerà più facile e grazie alle informazioni riportate, il consumatore potrà sentirsi tranquillo sulla qualità del prodotto che sta acquistando.
La prima ambiguità dei decreti, però, si scopre nella precisazione da parte del ministero delle Politiche Agricole che la normativa sarebbe decaduta in caso di attuazione dell’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento UE n.1169 del 2011 secondo cui l’origine dell’ingrediente primario, deve essere comunicata solo quando non coincida con quella dell’alimento che corrisponde a quella del Paese di ultima trasformazione del prodotto e di quest’ultima sia fornita indicazione.
Il regolamento 1169/2011 entrato in vigore nel 2013 è stato ora sottoposto a una consultazione pubblica che si concluderà il primo febbraio e si applicherà dal primo aprile 2019, abolendo tutte le norme appena varate, e alcune, non ancora entrate in vigore, rischiano di non essere mai applicate arrecando grave danno alle aziende che hanno dovuto modificare i propri sistemi di etichettatura e ai consumatori che si troveranno sugli scaffali una serie di alimenti dalla provenienza incerta.
Secondo quanto previsto dal regolamento l’obbligo d’indicazione di provenienza non sarà valido per le indicazioni geografiche protette Dop e Igp e neanche per i marchi registrati che rappresentano con particolari parole o motivi grafici la loro provenienza, per intenderci, lo speck dell’Alto Adige Igp potrebbe essere prodotto con carne di maiali tedeschi, la bresaola della Valtellina con carne di zebù africano mentre sarà sufficiente registrare un marchio che ricordi in qualche modo il nostro Paese per essere esentati dall’obbligo di specificare l’origine dell’ingrediente primario danneggiando la consapevolezza dell’acquisto da parte dei consumatori che non riusciranno più a capire se un prodotto “italian sounding” con relativo tricolore su marchio registrato sia veramente fatto in Italia con ingredienti italiani oppure no.
Chi trarrà vantaggio da questo nuovo regolamento non saranno certo i consumatori né i produttori virtuosi che lavorano per garantire al meglio la tracciabilità delle filiere ma l’industria che tratta gli alimenti con la logica finanziaria acquistando materie prime a basso costo e mantenendo all’oscuro i consumatori, la così detta Big Food: insomma le grandi lobby alimentari ringraziano ancora una volta la Commissione europea.
Resta, infine, da chiarire il motivo per cui i ministri Martina e Calenda, ben consapevoli di emanare decreti che avrebbero avuto vita breve a causa dell’incombente nuova regolamentazione europea, abbiano illuso i consumatori e costretto le industrie italiane a investire capitali per adeguare macchinari che presto non serviranno più a nulla.