IO SONO UN ORSO. UN RACCONTO EROTICO

DI MARIO RIGLI

Io sono un orso.

Conosco gli uomini, li capisco, li comprendo, conosco i loro sentimenti anche se spesso non sono propriamente “umani”. Qualche volta mi trovo a ragionare come loro. Non sanno che li capisco. Questa mia dote deriva forse dal fatto che sono nato in cattività, fra le sbarre. I boschi, le foreste, le praterie li conosco solo per sentito dire. Ma li conosco perfettamente, conosco ogni arbusto, ogni cespuglio, ogni fiore. Un po’ come quell’umano, Salgari che solcava i mari, andava al centro della terra, conosceva le tigri di Mompracen senza essersi spostato di un chilometro da casa. Ma sono contento lo stesso, sto bene dove sono, non devo procurarmi da mangiare e poi, non si sente tanto la mancanza di volare se non hai mai volato. Ho due compagne che non avrei se abitassi i miei boschi. Non sono compagne e basta, non sono amiche e basta. Con loro ci scambiamo le emozioni e la pelle, i sogni e le carezze, i desideri, le gioie e i dolori. Sempre, anche se siamo a distanza, ognuno nella sua gabbia, ma specialmente nel nostro rifugio.

Una tenda indiana, un tepee di mistero. Non so bene se sia reale, o partorito dalle nostre fantasie intrecciate, ma lì accendiamo il fuoco, mangiamo qualche volta, fumiamo il calumet e annusiamo fiori particolari. E lì che le nostre anime si fondono veramente. È li che ci scambiamo la pelliccia di bisonte e l’anima.

Sono una tigre e una leonessa.

Ho appreso dagli umani che noi tre non potremmo mai incontrarci in natura, che addirittura se ci incontrassimo tireremmo fuori artigli e denti. La savana della leonessa, la foresta della tigre e i boschi dell’orso sono a centinaia di chilometri fra loro. E allora ringrazio Dio, ma noi preghiamo Manitou, di essere nato fra le sbarre, ringrazio Dio di aver fatto nascere loro fra le sbarre. Non sarei un orso, non sarei nulla senza la mia tigre e la mia leonessa.

Il tepee è anche il posto dei nostri massaggi, ma non sono massaggi i nostri sono molto di più. Il toccare la pelle degli altri è affondare le dita nella nostra anima. Non abbiamo problemi di indolenzimento. O almeno non grandissimi problemi, ma le nostre vertebre hanno bisogno delle dita degli altri due. La nostra spina dorsale ha bisogno di sentire la pressione di amore che gli altri due sanno fare. E da qualche tempo le vertebre interessate sono di più le sacrali e le lombari, meno le dorsali e le cervicali e non so perché, anzi forse lo so o almeno lo sento.

Vi racconto del dopo dell’ultimo massaggio

Eravamo completamente rilassati, le dita degli altri due ci avevano fatto arrivare al paradiso, eravamo in paradiso. Tutti e tre in paradiso. La primavera si sentiva forte, si cominciava ad avvertire un po’ di caldo. Abbiamo deciso di andare a sdraiarci sotto le stelle, in una soffice radura proprio davanti al tepee. La leonessa e la tigre mi si sono avvicinate, sentivo la vita scorrere lieve oltre la loro carne tiepida e profumata. Il massaggio mi aveva lasciato eccitazione in circolo e lo si vedeva anche dalla pelle di bisonte vistosamente alzata all’altezza dell’inguine. Anche loro se ne accorsero. Chiusi gli occhi, avevo paura di sostenere i loro sguardi interrogativi.

Tigre mi dette un piccolo schiaffetto da sopra la coperta. Ora su di me era cresciuto un tepee, un tepee era cresciuto sul mio corpo. Leonessa cominciò a tirare giù il bisonte, tigre la seguì un attimo dopo. Aprii stupito, le palpebre.

Il mio glande era lucido, luccicava quasi, per i bagliori del fuoco. Turgido, di un rosso cupo e splendente. Teso allo spasimo. La superficie sembrava seta amaranto. Sulla cima la piccola apertura sembrava un sesso femminile in miniatura, con i suoi bordi in rilievo, piccoli ma visibili. Senza labbra, né piccole né grandi, ma il piccolo orifizio si ergeva sulla collina che era divenuta color rubino. Lungo le pareti le vene si erano ingrossate e pompavano sangue per la sua lucentezza ed elasticità. Goccioline scendevano dalla piccola apertura, goccioline quasi invisibili che rendevano ancora più lucente la sua superficie.

Il mio pene sembrava un grande pistillo di un fiore del paradiso terrestre. Bastava immaginare delle corolle larghe e profumate, di petali dai colori fantastici intorno, che quello che si ergeva dal mio corpo era proprio il pistillo eretto di un fiore dell’Eden, di un fiore fantastico, di un fiore fiabesco.

Non volli incrociare i loro sguardi, ma ai margini del mio campo visivo mi sembrava che stessero osservando quel fiore esotico spuntato improvvisamente sul mio corpo. Entrambe cominciarono a dargli dei piccoli schiaffetti, dei pizzicotti, come volessero dare l’impressione di non volerlo nemmeno toccare, di giocare, ma solamente da lontano. E ridevano, delle risa leggere, e sorridevano rivolti all’altra. Sguardi conniventi quasi, e qualche sorriso indirizzato a me.

Leonessa mentre si toglieva completamente di dosso il bisonte e tigre faceva altrettanto, tirò fuori un barattolino, lo aprì. Vi immerse le dita. Lo porse a tigre che fece altrettanto. Cominciarono a spalmarsi a vicenda, sul collo, sulla schiena, sui seni. Sembrava che volessero evitarmi apposta. E nel massaggio reciproco vedevo i capezzoli scuri di leonessa che si ergevano, si indurivano, vedevo i capezzoli chiari di tigre che si indurivano, si ergevano. Si spalmarono leggermente anche il sesso senza aprire le cosce più del dovuto. E poi cominciarono su di me. Il petto il collo e la schiena vennero superati in scioltezza, senza perdere troppo tempo e si concentrarono sul mio pene. Mi accorsi che quell’unguento era miele. Me ne accorsi dal profumo. Un orso riconosce il miele. Non mi era piaciuto mai troppo, ma altra cosa era sentirlo sul corpo. Con i palmi pieni di miele mi stingevano la punta del glande e poi il tronco dove le vene sembravano esplodere. Leonessa si concentrava sulla punta quasi cianotica e tigre accarezzava il tronco. Si scambiavano la posizione e poi si concentravano entrambe sui testicoli. I loro seni danzavano dolcemente seguendo i movimenti delle mani.

Presi un capezzolo chiaro a tigre e uno scuro a leonessa e li strinsi un po’. Cominciai a girarli come un interruttore , come una manopola del volume. Alzavo e abbassavo, alzavo e abbassavo, li giravo a destra e a sinistra. Li giravo fino a forzare e poi tornavo indietro. Toccai il loro sesso, solo sfiorandolo però. Erano umide, lubrificate. Quella carezza lieve, in superficie, con il palmo della mano aperto mi fece apprezzare i petali turgidi delle grandi labbra. Fremevano di piccoli battiti, quasi spasmi ritmici ed il sangue che affluiva li faceva aprire come il sole fa con le corolle dei fiori.

Intanto le mani di leonessa e tigre erano diventate più frenetiche. Il glande non rientrava più nella pelle, nemmeno quando l’una o l’altra facevano il movimento all’insù. Sembrava che Dio mi avesse fornito di poco fodero, per un arma che non era stata mai così tesa. Il prepuzio non riusciva più a coprirlo. Il frenulo era tirato all’inverosimile, se sfiorato da una bacchetta avrebbe suonato una melodia come un violino. La corona alla base del glande era violacea.

D’improvviso leonessa si alzò sulle ginocchia, mi scavalcò con una gamba. Con due dita si aprì leggermente la vulva anche se non ce n’era ormai bisogno. Le piccole labbra non riuscivano più a nascondere niente, l’ apertura del suo corpo era ben visibile. Sostò per un attimo sul glande quasi volando a mezz’aria e si lasciò andare. Ingoiò voluttuosamente tutto il mio pene. Tigre mi baciava gli occhi, mi mordicchiava le orecchie, mi baciava le labbra. Introdusse la sua lingua dentro la mia bocca e cominciò ad esplorarla assetata. Carpì la mia lingua e cominciò a succhiarla con una forza tale che sembrava volerla staccare. Mi accarezzava sul petto e ogni tanto sfiorava le dita di leonessa che vi si appoggiavano nella sua cavalcata. Arrivava fino alla cima del pene, leonessa e poi si lasciava andare. Premeva con il bacino in fondo alla corsa, non voleva che nemmeno un millimetro della mia carne potesse rimanere fuori del suo corpo. Il monte di venere scuro brillava della sua peluria serica dai riflessi blu. Mi vedevo che entravo dentro lei in controluce, e le grandi labbra che accompagnavano il mio sesso nel movimento.

Li vedevo quando era completamente su di me e sparivano quando il movimento era verso l’alto.

I suoi peli pubici si mescolavano con i miei, e i suoi scuri prendevano qualche pelo bianco dei miei quando la sua bocca vogliosa fra le gambe mi inghiottiva per intero. Conoscevo da molto più tempo le sbarre dello zoo, lo si vedeva anche dai miei peli. Inarcò la schiena all’indietro e premette ancora di più con il bacino, la afferrai per i seni. Cominciava a respirare e sospirare forte. Anche tigre, alle sue spalle, si accorse che stava venendo. La prese sotto le ascelle le afferrò i seni togliendo le mie mani e cominciò a tirarla in alto e a spingerla verso il basso amplificando in perfetta sintonia il movimento di leonessa. Singulti e fremiti pervadevano il suo corpo, gemiti le uscivano dalla bocca. Sentii che stava per venire, cercai di espandere al massimo il volume del pene, e arrivò l’orgasmo, repentino e veloce. Tigre la baciò leggermente sulle labbra e la leonessa si incurvò su di me cercandomi la bocca e la lingua che cominciò a succhiarmi leggermente mentre il suo respiro si acquietava un po’. Tigre la prese da dietro la disancorò da me e si sedette a sua volta sul mio sesso. Si accomodò dandomi le spalle. I palmi delle sue mani erano sui miei ginocchi, si sedette piano sul mio corpo, e il glande entrò dolcemente fra i suoi petali di carne. Spinse fino in fondo fino a che il mio sesso non entrò completamente dentro lei. Teneva la testa reclinata in avanti e cominciò a muoversi su di me.

Il suo movimento acquistò di ritmo, i suoi glutei danzavano morbidi sulla mia carne. I suoi peli pubici chiari si univano ai miei quando premeva forte sui miei inguini con i fianchi. Il serico orifizio dell’ano sembrava una bocca chiusa nell’atteggiamento di baciare e le labbra fremevano. Le carezzai le natiche e con il medio percorsi tutto il canale umido che divideva i glutei. Leonessa intanto si era ripresa dal leggero stordimento dell’orgasmo, cominciò a porgermi i capezzoli alle labbra, mi stringeva i capelli e premeva la mia bocca sul suo seno.

Tigre aveva aumentato il ritmo della cavalcata e mugolii sempre più forti le uscivano dalla bocca e dall’anima. Quando il mio sesso le era tutto dentro si fermava un attimo e roteava il bacino. Sentivo la punta del mio pene sfregarle le pareti della vagina ormai invasa da un liquido opalescente e luccicante. Stava per venire tigre e leonessa le cominciò a succhiarle capezzoli e labbra in un movimento dall’alto in basso. Urlò tigre quando l’orgasmo la scosse e brividi percorsero il suo corpo. Spinse il suo bacino su me, quasi che non volesse far uscire una stilla di piacere dal suo corpo. Leonessa baciò tigre sulla fronte, tigre baciò leonessa sulla fronte e poi tutte e due baciarono la mia. Si spostò da me, scavalcandomi di lato e facendo frizione alle sue pareti, il glande usci facendo un rumore ovattato di tappo di spumante.

Mentre entrambe riprendevano il ritmo normale del respiro, Orso pensò che i piccoli orgasmi erano in procinto di essere doppiati in grandi orgasmi.

Si erano rilassate un po’ora tigre e leonessa. Qualche piccolo fremito percorreva ancora i loro corpi. Mi soffermai a guardarle nelle loro nudità quasi casta. Erano sdraiate vicine, non potevo fare a meno di guardare il loro pube, due meravigliosi delta di Venere, uno scuro e l’altro chiaro. Misi entrambe le mani fra i peli facendomeli scorrere fra le dita. E tirai un po’. Il torpore del piacere vecchio si disperse. Si alzarono quasi all’unisono sui gomiti e vennero su di me.

Leonessa mi si sdraiò vicino, apri le gambe e sollevò le ginocchia. Mi afferrò i capelli della nuca con rabbia quasi, e mi schiacciò il volto sul suo sesso, muoveva con forza la mia testa. La mia bocca, le mie labbra, il mio naso strusciavano vigorosamente i suoi petali di carne che si inturgidivano per il fluire del sangue. Allentò la presa ed io cominciai a baciare e a leccare piano. Sentivo dei sapori e dei profumi di infinito, annusai il vento della savana, il frusciare delle erbe, leccai sorgenti di nettare ed ambrosia. Le sue corolle si aprivano sotto i miei baci. Le grandi e piccole labbra avevano il colore dell’ambra, quasi translucide come la resina fossile, e il sapore delle ere si diffondeva nella mia bocca e dentro. La clitoride turgida e rossa fremeva. Le infilai due dita dentro facendo attenzione di non sfiorarla, era troppo presto. Sentii un lago che cominciava ad agitarsi. Venni fuori e cominciai di nuovo a baciare. Succhiai le grandi labbra che entrarono nella mia bocca come trine leggere, le tenni in bocca passandomele fra le labbra. Leccai le piccole labbra e le strinsi fra le mie. Poi la lingua si diresse verso la clitoride.

Tigre si inginocchiò dietro di me. MI allargò un po’ le cosce, mi prese il pene e lo tirò verso di lei. Morse un po’ la punta della cappella, la leccò e poi la ingoiò. Fece due o tre movimenti in su e giù e poi si ritirò un po’ indietro. Mi Infilò una falange nell’ ano e mentre i miei movimenti stringevano il dito, il mio cazzo si muoveva insieme espandendosi e indurendosi. Si tirò indietro, appoggiò con forza la sua testa fra i miei glutei e prese il mio sesso con due mani. Cominciò con i palmi aperti a frullarlo con energia. Mi venne in mente quell’attrezzo da cucina che usavano un tempo i contadini per montare la panna e le chiare d’uovo. Frullava vigorosamente ma le mani si spostavano anche dal basso verso l’alto e viceversa. Poi improvvisamente cambiava movimento. Sempre con due mani cominciava ad agitare il mio sesso in su e giù nel movimento ancestrale della mungitura. Si, Tigre mi mungeva e mi frullava, mi frullava e mi mungeva, ed io sentivo la sua fronte fra le natiche.

Intanto la mia lingua come un piccolo pene flessibile si introduceva piano nella fica di leonessa.

Cercava il punto G e comunque entrava ed usciva come un piccolo pene prensile. Dopo un po’ di questo massaggio venne fuori e cercò la clito. Aprì leonessa con le dita e vide quella caramellina di un rosso rubino turgida e vibrante. La leccò subito e leonessa ebbe un sussulto, la leccò ancora come un cagnolino che beve dalla ciotola e poi la strinse fra le labbra succhiandola decisamente proprio come una caramella. Se la passava dalla lingua alle labbra, dalle labbra alla lingua, succhiava e leccava, leccava e succhiava. Leonessa cominciava ad ansimare e a fremere. Gli occhi chiusi, sbatteva la testa a destra e a sinistra, respirava forte dal naso. Accelerai il ritmo della lingua, solo lingua ora. Sussulti le devastavano il corpo, gemiti cominciavano ad uscire sempre più rumorosi. Nel suo corpo tutta l’energia si stava concentrando lì. Anche Tigre le si avvicinò. La baciò in fronte e sulle labbra, le prese la mano ed incrociarono le dita. Con un’agile mossa presi il mio sesso ed entrai dentro di lei. Due o tre colpi vigorosi. Ancora qualche spasmo, inarcò la schiena e venne con un urlo deciso. Il mio sesso venne inondato dal liquido del suo piacere che stava esondando dal suo corpo. Mi tolsi da lei e assaporai con la lingua quel suo liquido appagamento. Durò a lungo l’orgasmo, i fremiti tardarono ad acquietarsi, l’estasi era impressa nel volto. Si teneva la pancia come volesse trattenere questo stato di beatitudine. Poi cominciò a sorridere piano, baciò tigre sulle labbra, mi baciò sulle labbra.

Tigre si alzò in piedi quasi volesse stirarsi. La sua nudità chiara spiccava nello scuro della radura. Inarcò la schiena guardando in alto e protese nel gesto i seni in fuori. Le succhiai un capezzolo, mi mise una mano sulla testa, le succhiai l’altro e la deposi piano a terra, le aprii le gambe con forza. I ginocchi alzati. Fui subito dentro e la sbattei una decina di volte. Mi teneva stretto con le gambe e i piedi sulla schiena mentre mi muovevo dentro di lei. Uscii dal suo sesso e mi chinai inginocchiato con la bocca davanti al suo ventre. Le presi la peluria chiara quasi a volerla strappare e cominciai a leccarla. Le grandi labbra sfrangiate avevano dei piccoli palpiti, le piccole labbra si aprivano come il petali di una corolla. Infilai il naso nel suo sesso e annusai le lussureggianti foreste del Bengala, odorai le fragranze della giungla.

Leonessa si distese dietro a me con la testa vicino alle mie gambe. Mi prese per le cosce e si tirò sotto strisciando la schiena. Arrivò al pene che le sbatté sul volto. Si accomodò, lo prese e cominciò a strusciarselo sulle palpebre, sulle guance, sul naso, sulle labbra, lo lasciò, riportò la mano sulla mia coscia. Ora aveva tutte e due le mani sulle mie cosce, sentivo le unghie. Aveva la bocca spalancata e cercava di prendere il mio sesso che ondeggiava eretto. Senza ausilio delle mani lo trovò, lo strinse fra le labbra e dall’interno della sua bocca la lingua comincio a leccarmi la punta. Poi quasi lo ingoiò. Il glande dall’interno le forzava le gote, le strusciava sul palato, lo mordicchiava anche. Alzava leggermente la testa nel movimento lento, a volte, o frenetico del pompino. Le mie labbra intanto ciucciavano la clitoride di tigre, la leccavano, succhiavano le labbra. Tigre cominciava a mugolare, mugolava sempre più forte. Si leccava le labbra con la lingua, aveva gli occhi chiusi. Le misi due dita nell’ano. E con l’altra mano le afferrai un seno stringendolo. Cominciava a muovere il corpo seguendo i movimenti della mia lingua e delle mie labbra. Aumentai il ritmo. Cominciò ad ansimare. Leonessa se ne accorse, uscì da sotto di me, dopo un’ultima succhiata fortissima, mi dette un morso, e si accoccolò su tigre che stava fremendo in tutto il corpo. Le accarezzò i seni e la pancia, le tocco la fronte. L’ orgasmo stava per esplodere, il suo corpo si agitava come le pareti di un vulcano prima dell’eruzione . Uscii da lei e la penetrai. Solo due colpi, tigre alzò il busto e la testa, mugolò, emise gemiti e finalmente arrivò l’urlo liberatorio. Ogni centimetro di pelle pulsava. Rilasciò le braccia sui fianchi, si leccò le labbra e sprofondò nell’estasi.

Eravamo distesi l’uno a fianco dell’altro nella radura, ora. L’erba soffice ci faceva da cuscino. Poco più là il tepee mandava una luce diafana ed opalescente. Il fuoco stava spegnendosi. Avevo ancora il membro in erezione quando mi diressi verso la capanna per alimentare la fiamma. Non avevo avuto nessun orgasmo, e lui, fiero sembrava voler far mostra di sé. Leonessa e tigre si scossero dal lieve torpore estatico e aprirono gli occhi mentre tornavo verso di loro. La mia spada sguainata aveva ancora voglia dei loro corpi. Dondolava vistosamente nel movimento del cammino. Non feci in tempo a distendermi che entrambe, quasi pensassero sincronicamente, mi afferrarono insieme il pene e mi tirarono giù. Si sedettero sul mio sesso. Prima l’una e dopo l’altra, ma solo un po’. Le loro vagine erano bollenti. Si sdraiarono accanto a me e cominciarono a toccarmi. Sembrava avessero mille mani. Non un centimetro della mia pelle, non un pezzetto della mia carne era trascurato da quelle quattro mani che esploravano incessantemente il mio corpo. Le vene del pene sembravano esplodere. Sembravano un percorso tortuoso e ramificato. E quel sentiero leonessa e tigre cominciarono a percorrere con la lingua. Ognuna dalla sua parte, senza mai arrivare al glande. Sembrava si fossero messe d’accordo in questa specie di deliziosa tortura. Le loro teste poggiavano sui miei fianchi, le loro bocche dai lati mi tenevano prigioniero il sesso. Poi fu la volta delle labbra. Bacetti leggeri e delicati morsetti, ma sempre trascurando la cappella. Poi le loro bocche scesero e quasi ingoiarono un testicolo per uno. Non potei fare a meno di guardare. Le loro labbra si toccavano mente mi leccavano i testicoli. Poi finalmente salirono lungo il mio pene, leccarono entrambe il glande. E mentre leonessa torno con le labbra in basso, tigre mi ingoiò la cappella e cominciò ad andare su e giù. Poi lo lasciò e fu leonessa ad ingoiarmi il cazzo, spompinando prima con delicatezza e poi con estrema energia. Le loro bocche si alternavano in questo gioco sublime. Sentivo che ero vicino all’orgasmo, stavo per venire. Se ne accorsero anche loro. Mi dettero due succhiate energiche a testa, e appoggiarono le labbra alla base del pene. Mi carezzavano intanto mentre sentivano chiaramente l’arrivo della eiaculazione. Premettero le loro bocche ai lati del cazzo e sentirono lo sperma che stava per eruttare. Dalle mie profondità, dalle mie ossa, dal mio sangue stava arrivando il piacere. Emettendo un ululato da lupo feci il primo schizzo. Le loro teste sempre di lato al mio sesso. Poi feci il secondo, poi il terzo poi il quarto raggiungendo altezze che mai nemmeno avevo sfiorato. Guardai le stelle lassù gemendo e godendo, pensai di aver raggiunto anche loro. Tigre me lo afferrò stringendolo dalla base alla cima. Una grande goccia lattea, uscì dalla punta e colò sul pene dalla sua parte. La succhiò con le labbra e la mandò giù. Leonessa fece altrettanto, infilando un po’ le unghie. Poi munse il mio pene e un’altra grande goccia scese dalla punta cianotica, anche leonessa succhiò il mio seme, se lo passò fra le labbra e la lingua, quasi volendolo assaporare a fondo e lo ingoiò.

Non so se esiste un paradiso specialmente per gli animali, se esiste un nirvana dove il culmine dell’ascesi ti priva di ogni sensazione, dove lo stato di beatitudine, di pace, quiete e serenità, di tranquillità e distacco, di appagamento della carne e dell’anima, ma era quello ampiamente visibile sui volti di leonessa e tigre. Gli occhi chiusi in un lieve torpore, le labbra atteggiate a sorriso e i tratti rilassati. Sembravano senza peso e senza carne. Erano distese sulla soffice erba della radura in posizione fetale, una rivolta verso l’altra. Le fronti si sfioravamo, si sfioravamo le ginocchia. Leonessa aveva le mani fra le cosce, tigre le aveva raccolte sui seni. Fra i loro glutei si vedeva bene la peluria, quella scura di leonessa e quella chiara di tigre. Sembravano le erbe soffici di un prato misterioso che uscivano fuori dopo aver assolto alla protezione di intimi tesori.

Io avevo ancora voglia di loro, ma non per altri orgasmi, il mio pene era a riposo, ma solamente per sentire la loro carne ancora prima di dormire.

Le girai sulla schiena e infilai ad entrambe l’indice dentro quel fiorellino increspato dietro. Nel buchino chiaro di tigre e più scuro di leonessa. Erano umide ancora e i loro petali non opposero nessuna resistenza, anzi con le loro contrazioni lo spinsero più dentro possibile, poi infilai il pollice nelle loro fiche e strinsi quasi volessi toccare insieme la punta delle dita dal loro dentro.

Aprirono leggermente gli occhi mi sorrisero e accettarono completamente il mio tocco. Quel piccolo muro fra le loro aperture sembrava sciogliersi e liquefarsi. Pensai alla filosofia orientale, al primo Chakra che si trova proprio lì, al centro del perineo fra l’ano e i genitali, pensai a Mulahdara il primo ingresso da aprire per completare il passaggio di energia in tutti i sette Chakra. Quella prima porta secondo la filosofia orientale è la Porta di Brahma, che è ostruita da Kundalini attorcigliata a guisa di serpente tre volte e mezzo su se stessa, abbagliante come una folgore e dolcemente «ronzante» come uno sciame di api. E Kundalini si deve sciogliere e ergersi per tutti gli altri sei Chakra. Kundalini serpente ed energia. Ma io sentivo bene lì nel mulhadara, Kundalini si era storcigliata ed aveva cominciato ad entrambe a risalire il centro del loro corpo. I miei indici ed i miei pollici si toccarono, quel tratto del loro corpo si era sciolto completamente sotto le mie dita.

Cominciava a far freddo nella radura. Presi tigre con un braccio sotto le ginocchia e l’altro sulla schiena e la portai nel tepee, poi nello stesso modo portai dentro leonessa. Non si erano scosse minimamente dal torpore estatico e forse si erano accorte appena del trasferimento, avevano sorriso leggermente entrambe quando le tenevo in braccio. Ma ora distese vicinissime stavano per entrare nella prima fase del sonno non-rem. I muscoli stavano rilassandosi, ma i bulbi oculari si muovevano ancora sotto le palpebre e leggeri fremiti percorrevano i loro corpi nel rilassamento muscolare. Mi accorsi che erano entrate nella seconda fase non rem del sonno quando la temperatura corporea comincia ad abbassarsi. Le coprii con la pelle di bisonte. Io mi sdraiai un po’ a distanza, dove potevo vedere attraverso l’apertura proprio sotto il fuoco. Mi distesi e cominciai a guardare le stelle. Il cielo era nerissimo e quei puntini luminosi spiccavano ancor di più. Mi voltai verso le mie belve. Quale bellezza e serenità. Piccole goccioline del mio sperma sul loro volto e nei capelli brillavano come perle sotto i riflessi del fuoco. Si abbracciavano lievemente ora sotto la pelle di bisonte.

Mi trovai improvvisamente a pensare, a pensare a loro, a pensare a me. Quanto era importante quel tepee per noi. Era l’antidoto ad una vita grama, una vita fra le sbarre, una vita nello zoo. Ma nonostante tutto mi trovavo a pensare che lo zoo era un paradiso in confronto alla nostra vita precedente. Mi vennero in mente i ceppi ai piedi e la catena al collo quando mi portavano nelle fiere di paese e mi facevano ballare. Già il ballo dell’orso. Come potrà mai ballare un orso con la sua mole ed i suoi movimenti impacciati? Eppure dovevo ballare al ritmo della musica, ritmo che ero incapace di sentire. E quando nel baraccone mi sparavano al sensore esterno che avevo applicato proprio sul cuore, quando un ragazzino o suo padre colpivano perfettamente nel centro una scarica elettrica mi faceva vedere le stelle, alzavo le braccia in una mossa spontanea e cacciavo un urlo che sembrava un muggito. Il ragazzino e suo padre si davano il cinque contenti di aver fatto centro e forse non sapevano nemmeno della scarica elettrica che mi avevano procurato. Ma anche per loro, per tigre e leonessa, non era stato molto meglio. Per quanto avevano dovuto saltare in quei tronchi di piramide, piccoli per loro, nella pista del circo. E dovevano saltare al ritmo degli schiocchi della frusta del domatore. Non era piacevole sentirlo sulla pelle e allora bisognava correre e saltare. Bisognava anche assumere la posizione rampante con finte zampate verso lo scudiscio che sibilava vicino. E quante volte avevano dovuto saltare dentro quel cerchio di fuoco che le terrorizzava. E dovevano stare attente perché quelle fiamme abbrustolivano peli e pelle. E quante volte avrebbero voluto chiudere le fauci con la testa del domatore dentro, quante volte avrebbero voluto stringere la bocca e vedere sgorgare il sangue di quell’essere umano orribile. Ma sapevano che il padrone del circo aveva una arma micidiale al fianco, un arma metallica che emetteva un suono sordo e l’animale a cui era diretta perdeva la vita all’istante. Si ricordavano di un elefante imbizzarrito che cadde con tutto il suo peso o di un gorilla vecchio e malato che per fortuna cessò di soffrire. E allora quella testa di cazzo dentro la bocca doveva essere preservata, ne andava della loro vita. Ma ora tutti e tre si erano ritrovati nello zoo nel quale erano nati. Era sempre una prigione, un posto recintato da sbarre, dove animali diversissimi fra loro erano destinati a convivere. E quante umiliazioni! I bambini che buttavano noccioline come se fossero scimmie, ma i loro genitori non avevano insegnato loro che i leoni e le tigri sono carnivori? E che l’orso è onnivoro, ma non mangia noccioline?

Ma in confronto alla vita precedente lo zoo rappresentava una vita decente e poi, ma nessuno lo sapeva tranne loro, avevano lì il loro paradiso vero, il loro tepee, il loro rifugio. Lì avevano una vita autentica dove ogni tessera ritornava a comporre il mosaico giusto. Ritornavano alla loro terra di origine che non avevano mai visto e vi tornavano insieme leonessa, tigre ed orso, insieme nella savana, nella foresta del Bengala e nella foresta della Selva nera. Avevano capito che la vita, per quanto accettabile era sempre o quasi un tran tran assurdo, e se volevano volare dovevano spiccare il volo sempre da dentro il tepee. Quante volte orso si era trovato a pensare se il tepee fosse reale o un parto della loro fantasia. Eppure quel dream catcher alla parete sembrava solido e vero, quel fuoco al centro scintillava e dava luce e calore. Quella pelle di bisonte riscaldava la pelle davvero. Ma poi lasciava perdere, scacciava questi pensieri. In fondo non era importante se fosse reale o meno, lì i loro sogni e le loro aspirazioni si realizzavano davvero. Lì potevano finalmente respirare un’aria diversa, lì potevano comprendere a pieno cosa fosse veramente la felicità.

Orso guardò ancora verso le sue belve. Con le gambe, anzi con le zampe, avevano scalciato via la pelle di bisonte, non avevano più freddo. A tigre cominciava a spuntare un pelo giallo-oro e strisce nere, a leonessa un pelo marroncino-beige, cominciava anche a spuntare loro la coda. Si guardò, un pelaccio ispido e folto ormai lo copriva dappertutto , i denti si erano allungati a dismisura. Il suo sesso era divenuto invisibile in mezzo a tutto quel pelo. Stavano tutti e tre trasformandosi ancora in quello che i bambini avrebbero visto l’indomani nelle gabbie e forse gli avrebbero buttato noccioline. Ma ancora c’erano diverse ore per stare nel tepee.

Orso guardò il cielo attraverso l’apertura del tepee, bevve un gran sorso di infinito e si addormentò.