CONGRESSO SPD APPROVA LA GROSSEKOALITION. GONGOLANO I LEADER UE, MA IL PARTITO E’ SPACCATO

DI ALBERTO TAROZZI

I premier della Ue sono stati in vena di esternazioni questa settimana. Dapprima nell’incontro Merkel/ Macron di venerdì. Poi con le dichiarazioni di Gentiloni sabato.

Quali le ragioni di tali effervescenze è presto detto.
Basta interpretare il significato dell’incontro di venerdì. Sotto il fumo della retorica europeista cos’altro? Solamente cenni al ruolo prevalente della Germania in ambito finanziario e della Francia in quello militare. Sottintesi, o poco più, nuovi fondi di cui non si conoscono con chiarezza i capitoli di spesa, l’entità e i destinatari: l’Italia spera.
Ma la questione centrale, che affiora anche dalle parole di Gentiloni il giorno che segue, è che Angela si trovava in difficoltà. Macron se n’è accorto da qualche tempo e ha iniziato a proporre incontri di vertice allargati a Italia e Spagna, sperando che il porsi a capo di un fronte mediterraneo lo rafforzi in un confronto con Berlino ad armi quasi pari, fino a poco tempo fa nemmeno ipotizzabile.

Ma il fatto che sussista una posta in gioco interna alla Ue richiede, come condizione necessaria, che la Ue stessa non affondi. Alias che a Berlino si costituisca un governo capace di garantire un minimo di stabilità: la Grossekoalition tra democristiani e socialdemocratici

Di qui i passaggi chiave del discorso del premier d’oltralpe, anticipati da una sorta di scusa non richiesta.
Disse Emmanuel che lui mica voleva mettere il naso negli affari interni della Germania. Il che, tradotto in parole povere significava esattamente il contrario.
Macron si rivolse dunque alla Merkel per essere ascoltato, in realtà, dai socialdemocratici di Martin Schulz riuniti a congresso a Bonn.
Macron non lasciava spazio alla fantasia di chi lo ascoltava, per far capire che la Spd doveva ratificare il preaccordo appena raggiunto coi democristiani (la Cdu della Merkel e la Csu bavarese) e dare vita a quella Grossekoalition cui fino a qualche mese fa nessun leader teutonico pareva essere interessato.
Gentiloni la prese più alla larga, ma quando accennava alla costituzione di un fronte progressista europeo lasciava trasparire che, se la Spd non andava al governo con la Merkel, tale fronte sarebbe stato molto meno consistente.

Sul piano dell’immagine Macron è andato sul sicuro. L’accordo è passato e adesso può lasciare intendere che il merito è suo. Se non passava, con una Merkel in difficoltà ulteriore, poteva ergersi a paladino numero 1 dell’Europa .

Ma come sono andate le cose a Bonn? Ha vinto il sì, ma la partita era aperta con Schulz che si giocava la faccia. I giovani socialisti della Jusos avevano già registrato un successo, minimo ma significativo, nella Sassonia Anhalt e avevano lanciato per il Congresso la campagna “No GroKo” (no alla grande coalizione). Sui temi della salute, del lavoro e dei profughi anche la Renania Westfalia, roccaforte del sindacalismo dei metallurgici, sembrava decisa a non dire di sì se non al costo di una revisione degli accordi che Schulz non si poteva permettere.

Schulz, sotto la spinta del Presidente della Repubblica ha infatti scelto il male minore tra un accordo (che porterà una solo probabile erosione del consenso come nel passato) e nuove elezioni, che avrebbero prodotto certamente un crollo qui e ora.

E così fu che la maggioranza dei delegati al Congresso 362 su 642 disse sì al preaccordo.

Ma il prezzo è che il partito è spaccato e se ne potrà risentire nei prossimi giorni quando verrà consultata la base.

Adesso l’accordo può essere definito un “Manifesto per la Germania europea” dalla maggioranza. Ma domani che cosa succederà?
Certo per la Merkel il no avrebbe avuto conseguenze molto gravi. Già fallita l’auspicata alleanza con Verdi e Liberali, la ricaduta del rifiuto del preaccordo avrebbe determinato una pesante caduta della sua immagine e un’alternativa drammatica tra un corrosivo governo di minoranza o nuove elezioni che potevano vedere un’avanzata dell’estrema destra.

La grande paura pare passata. Primo a congratularsi Gentiloni. A ruota gli altri
La Ue, nei panni dei suoi leader, oggi, si è rivolta a Bonn che le ha corrisposto. Ma parlare di quadro politico definitivamente stabile è un’altra cosa.