SMARTPHONE O NON SMARTPHONE (IN CLASSE), QUESTO E’ IL PROBLEMA

DI CHIARA FARIGU

Ci siamo. Dopo i tanti annunci dei mesi precedenti arriva la conferma: sì all’utilizzo dello smartphone in classe. Ha inizio così la “grande rivoluzione”, stando alle parole della ministra Fedeli, di cui la scuola, ancora ferma a obsolete metodologie, aveva bisogno. Stuzzicare curiosità, approfondire temi, progettare mappe, fare ricerche, favorire lo scambio di informazioni e di conoscenze in tempo reale, sono solo alcuni esempi delle tante meraviglie che l’utilizzo delle nuove tecnologie possono offrire per favorire e migliorare l’apprendimento che passa anche dalla didattica interattiva.

La domanda è d’obbligo: siamo sicuri che la grande rivoluzione passi proprio dall’uso dello smartphone? Da quell’aggeggio micidiale che è diventato l’estensione delle nostre mani, cambiato le nostre abitudini, linguaggi e pensieri catapultandoci in un mondo sempre più virtuale e sempre meno reale? E se così fosse, come mai altri Paesi, vedi la Francia, ne hanno vietato l’uso, o hanno introdotto politiche restrittive molto forti in quanto più che un alleato il cellulare viene bollato come fonte di distrazione?

“ Sono contrario non al loro utilizzo ma al messaggio governativo per cui sarebbero la panacea e inaugurerebbero una nuova era”, commenta un prof al quale mi sono rivolta per conoscere la sua opinione in merito. “Gli smartphone non produrranno nessuna rivoluzione. I ragazzi ne sono assuefatti. Piuttosto gli studenti hanno bisogno di disintossicarsi dal telefono e di apprendere in modo tradizionale. Di socializzare coi compagni, di sporcarsi le mani con gli strumenti didattici in uso, penne colori e materiali di ogni genere. Di vivere la quotidianità coi piedi per terra, nel reale. Gli smartphone possono fare da supporto per la ricerca, la comunicazione e l’utilizzo di qualche applicazione specifica, ma in Francia li hanno vietati e c’è già una letteratura negli Usa che li boccia. Inoltre i nostri discenti sono sempre meno maturi e non vedo perché debba essere compito del docente educare all’uso responsabile dello smartphone. Si continua a delegare alla scuola ciò è che compito dei genitori. Il MIUR si ricordi piuttosto che nelle scuole la connessione adsl è pessima: si fatica ad usare le Lim e il registro elettronico. Senza parlare dello stato delle aule e delle strutture degli edifici scolastici. Si vuole andare verso il futuro quando le fondamenta cadono a pezzi”.

Sul suo utilizzo i pro e i contro si sprecano. Numerosi gli studi che ne testimoniano l’efficacia, altrettanti quelli che non lo riconoscono come strumento didattico. “Se è uno strumento che moltiplica le domande è buono, se è un rispostario è inutile”, è un’altra delle critiche avanzata.

Gli stessi studenti sono divisi e, da diversi sondaggi messi in campo da riviste del settore, sono in molti a vedere di buon occhio quelle rigidità adottate negli istituti di appartenenza.
Il problema dunque rimane.

Ha senso continuare a vietarlo, si sono chiesti al Miur? Il divieto lo introdusse l’allora ministro Fioroni nel 2007: “l’uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente”, questa la motivazione in calce alla circolare inviata a suo tempo agli istituti scolastici.

Oggi, dal divieto si passa al “possibile” uso per la didattica. Possibile, appunto, non al suo utilizzo indiscriminato e tout court. E le parole più ricorrenti, nel decalogo che ne suggerisce l’uso, sono RESPONSABILTA’ e REGOLAMENTAZIONE nelle modalità e nei tempi. A discrezione di ogni insegnante che potrà promuoverlo o bocciarlo come strumento didattico valido o meno.

Su un punto però concordano tutti: vietarne l’uso per i più piccoli.

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