ISOLA DI PASQUA: STORIA DI UN HOTEL, DI UNA FAMIGLIA E DI UN SOPRUSO

DI FRANCESCA CAPELLI

È una piccola storia ignobile. Di quelle che, come cantava Francesco Guccini, non meritano nemmeno “due colonne sul giornale”.
È la storia degli Hitorangi, una famiglia rapanui (l’etnia degli abitanti originari dell’Isola di Pasqua, di provenienza polinesiana) e di un sopruso iniziato 47 anni fa, con la complicità dello stato cileno, e che dura ancora oggi. È la storia di un albergo di lusso, l’hotel Hanga Roa, costruito abusivamente sopra un terreno dove sorgeva l’altare familiare del clan Hitorangi.
Attualmente il clan è costituito da 60 discendenti, che reclamano la restituzione delle terre di loro proprietà, come prevede la legge cilena.
Terre che furono prestate nel 1970 allo Stato e che quest’ultimo, secondo le accuse, avrebbe venduto illegalmente a un imprenditore cileno di origini tedesche, per la costruzione dell’hotel.
Si tratterebbe di una violazione alla Ley de Pascua del 1966, che prevede che il diritto di proprietà della terra sull’isola spetti a titolo collettivo solo alle popolazioni di etnia rapanui (ossia di ceppo polinesiano) e non possa essere alienato nemmeno volontariamente.
Si tratta di misure compensative legate alle particolari vicende storiche dell’isola, annessa al Cile nel 1888, quando la popolazione originaria era scesa ad appena 110 persone. Lo sfruttamento economico dell’isola fu poi ceduto a una compagnia di allevatori di pecore per la produzione di lana. Gli abitanti vennero obbligati a vivere in riserve, con il divieto di cacciare e pescare.
La legge del 1964 venne però derogata durante la dittatura, iniziata con il golpe del 1973, dato che la proprietà privata era considerata condizione indispensabile per lo sviluppo, provvedimento a cui si opposero sempre gli stessi abitanti.
Con il ritorno alla democrazia, nel 1993, si arrivò a un compromesso: sì alla proprietà privata, ma solo per gli isolani di etnia rapanui. Da allora, gli altri cileni possono vivere sull’isola, ma non acquistare immobili o terreni.
Nel frattempo, il clan Hitorangi è rimasto “con il cerino in mano”. Prigioniero delle pieghe di una vicenda legislativa complessa. Per questo, davanti all’hotel sono esposti in modo permanente cartelli e striscioni di protesta (nella foto). “Manifestiamo in modo pacifico per chiedere allo stato che si assuma la responsabilità del furto ai nostri danni e ai danni del popolo rapanui”, spiega Marisol Hito, leader del clan. “Chiediamo che il Cile espropri il terreno e lo restituisca alla nostra comunità”.