UN TEMA PER AMICO

DI CHIARA FARIGU

Impossibile restare indifferenti dinanzi al dramma vissuto dalla 14enne di Cassino. E all’epilogo che ne è seguito aggiungendo tragedia alla tragedia.

Non è la vicenda in sé (purtroppo non è la prima e non sarà l’ultima) a colpire quanto la modalità con la quale è stata resa nota dalla diretta interessata. Il suo tormento, il suo malessere, la sua solitudine, vissuta all’interno di quelle mura domestiche, hanno trovato voce solo dinanzi ad un foglio bianco, in classe. E questo non può lasciare indifferente chi, come me, oltre ad essere madre è stata, per quattro lunghi decenni, anche insegnante.

“Racconta quello che, a parole, non riesci a dire a tua madre”, recitava il testo di quel compito in classe, così diverso da tutti gli altri. Sembrava pensato per lei, per il suo dramma diventato macigno. Così, tolto il cappuccio alla biro, ha cominciato, parola dopo parola, a scrivere su quel foglio bianco pensieri che sono diventati denuncia. E liberazione per lei di quel fardello putrido e ingombrante.
Speranzosa, forse, che occhi attenti avrebbero letto, orecchie amorevoli ascoltato e mani esperte agito.  Così è stato.
Certo, quei fatti ora andranno verificati dagli inquirenti, saranno i magistrati a stabilire se abbia o meno subito violenza da parte del genitore. E che la madre l’avesse avvisata di non stare sola in casa col padre. Perché, da cosa avrebbe dovuto guardarsi dentro le mura domestiche, che per definizione sono il rifugio nel quale tenere lontani i mali del mondo?

Il ruolo della scuola in questa vicenda è stato fondamentale. Quel tema (che le istituzioni vogliono abolire), l’unico amico a cui aprire il suo cuore, confidare l’inconfessabile.
La scuola, strutturalmente pericolosa per milioni di studenti, per lei un porto sicuro.
L’istituzione scolastica, accusata sempre di ogni nefandezza, viva Dio non si è girata altrove, ha raccolto quello sfogo, lo ha vagliato scrupolosamente e ha informato chi di dovere.
Tutto il resto è cronaca. Nera, becera cronaca. Spettacolarizzata, abusata, buttata in pasto ai curiosi che di morbosità si nutrono

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