SPARATOIA BELLONA: LO PSICOLOGO PONTI, FAR LUCE SU PATOLOGIA NORMALITA’

DI CARLO PATRIGNANI

Sparare all’impazzata, con fucile e pistola, su chiunque capita a tiro, senza motivo, e con una ferocia assurda, disumana, fa pensare, deve far subito pensare, a una malattia mentale, che la cultura vuole negare o ricorrendo al raptus improvviso o al dogma siamo tutti figli di Caino, quindi cattivi, malvagi e violenti. Voglio dirlo chiaramente: non è affatto vero che atti del genere possono capitare a tutti. 

Lo psicologo e psicoterapeuta Massimino Ponti non solo rifiuta categoricamente il leit motiv culturale riportato sui media: la malattia mentale non esiste, ma rilancia: bisogna far luce sulla patologia della normalità, per cui si ha un rapporto con le cose e gli oggetti preciso, anzi precisissimo, però il rapporto interumano, con gli altri esseri umani, è zero assoluto.

Detto che non si può fare una diagnosi a distanza senza vedere, parlare e conoscere la storia del protagonista – il 47enne Davide Mango, che a Bellona in sequenza ha sparato prima a un ragazzo, poi alla moglie uccidendola e quindi dal balcone di casa ha aperto il fuoco all’impazzata sui passanti – lo psicologo e psicoterapeuta precisa: il femmicidio non c’entra nulla, qui bersaglio dell’amoklaufer, di chi compie atti sotto l’effetto dell’amoklauf, ossia della furia omicida, è appunto chiunque gli capita vicino, a tiro.

Poco si sa del protagonista della sparatoia che ha gettato nel panico la comunità di Bellona: era scostante con i vicini, aveva avuto alcune denunce per atti violenti ma non aveva mai fatto trasparire le sue intenzioni profonde.

Però le denunce per atti violenti sono di per sè campanelli d’allarme che – puntualizza Pontiavrebbero dovuto far scattare l’allerta: è per questo che bisognerebbe occuparsi di una patologia, già emersa in altri episodi di omicidi efferati e stragi senza motivo nei campus o nei centri commerciali, che sta nella normalità e non ha i sintomi manifesti, come lo straparlare dissociato dello schizofrenico o lo stupor psicomotorio del depresso, conclamati.

Studiare e mettere a fuoco la patologia della normalità è, dunque, per Lei, un’esigenza indispensabile, quasi la nuova frontiera della scienza psichiatrica, oltre la 180 di Franco Basaglia, e psicologica, oltre il modello cognitivo-comportamentale?

Sì, è così. E’ un inedito, direi rivoluzionario, modo di far cultura sia per prevenire fatti del genere inquietanti e tragici sia soprattutto per togliere la gente dal terrore e dall’angoscia che producono e che l’attuale cultura amplifica per mancanza di risposte o peggio per quel fenomeno mediatico detto fake news. Far cultura vuol dire mettere a disposizione di tutti la conoscenza della realtà umana, di come è fatta la mente fisiologica e quella patologica: la malattia mentale è malattia del pensiero, degli affetti.

Come dire, la rivoluzione culturale si fa con un pensiero nuovo liberandosi delle ideologie dominanti, delle fake news di stampo religioso?

Si fa con un pensiero nuovo sulla realtà umana che è la teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli e con una prassi l’Analisi collettiva perfettamente riuscita che come ricerca, cura e guarigione continua in modi e forme diverse, anche da inventare. Ma il rigore scientifico che la nuova psichiatria come medicina della mente dovrebbe perseguire è il rapporto che intercorre tra acting-out efferati pulsione di annullamento e anaffettività: forse qui non è in ballo solo una nuova psichiatria ma anche una nuova antropologia culturale.