DONATO UNGARO: IL VIGILE CHE RESISTETTE AI CLAN DI BRESCELLO

DI NANDO DELLA CHIESA

Dice che i vigili urbani sono buoni solo a mettere le multe. E allora provateci voi a fare la contravvenzione a un boss calabrese che lascia la sua Lamborghini in sosta vietata in segno di sfida. Per dimostrare che lui della legge se ne infischia. E che chiunque voglia fargli abbassare le arie passerà i guai suoi. Provateci voi soprattutto se siete a Brescello, provincia di Reggio Emilia, negli anni in cui i clan di Cutro vanno alla conquista della zona, poi perfettamente riuscita nell’indifferenza generale.
Lui ci provò. Con la sua divisa che faceva sorridere di compassione il boss Antonino Dragone. E non ci provò solo con quella strafottente Lamborghini. Ma anche con certe case abusive tirate su con perizia da chi di edilizia si intendeva. Lui è Donato Ungaro, oggi signore quasi maturo, allora giovane vigile animato dall’idea che la legge sia uguale per tutti.

L’eco della sua storia mi era giunta da una ricerca in corso proprio su Brescello, il primo comune sciolto per mafia nell’Emilia inutilmente orgogliosa dei suoi “anticorpi”. Ma l’incontro fisico con lui è una rivelazione. Osservi la persona assolutamente normale, il maglione grigioverde, gli occhiali, il pizzo, l’eloquio pacato, e pensi che è proprio vero che la mafia può essere messa in crisi anche dalle persone qualunque, quelle che un potente mette da parte con un semplice gesto della mano. E in effetti quelli di Cutro non ci misero molto. Il braccio di ferro ingaggiato in nome della legalità apparve troppo incomodo a un sindaco, Ermes Coffrini, che coi cutresi dell’epoca dei Grande Aracri andava d’amore e d’accordo. Mica perché fosse mafioso, ma perché così succede, a un certo punto si è tutt’uno, e loro sono bravi lavoratori, e noi siamo accoglienti, mica razzisti, e poi, direbbe qualsiasi osservatore, hanno pure il pregio di votare.

Così nel 2002 il vigile fu licenziato. La ragione ufficiale del licenziamento fu singolare: il vigile collaborava, regolarmente autorizzato dall’amministrazione, con la “Gazzetta di Reggio”. E avrebbe potuto, si sostenne, violare qualche segreto. Di fatto Ungaro, quattro euro a pezzo, aveva denunciato gli scavi abusivi di sabbia delle imprese edili cutresi lungo il Po; e si era messo a raccogliere le opinioni della popolazione contro il progetto di una grande centrale turbogas, a cui molto il comune s’era affezionato e che aveva scatenato l’ entusiasmo dei proprietari dei terreni interessati oltre che delle imprese del movimento terra. Quegli articoli non piacevano. Gli tagliarono le gomme dell’auto per due volte. Accenti calabresi lo esortarono a smetterla.
Donato Ungaro venne licenziato nell’Italia in cui non si licenzia nessuno, nemmeno quelli che rubano dalle valigie all’aeroporto, nemmeno quelli che procurano danni incalcolabili alle amministrazioni, o che stanno assenti dal lavoro un giorno su due. Per lui non ci furono allora né Tar né Consiglio di Stato. E’ arrivata solo la Corte di Cassazione a giudicare illegittimo il licenziamento. Ma dopo tredici anni. Nel frattempo la vittima è diventata conducente di autobus a Bologna e giornalista professionista.

Le colonizzazioni si fanno anche così. Colpendone uno per ammaestrarne cento. E tutti capirono che nel comune di Brescello, tra le statue di Peppone e don Camillo (in foto, in un film di Guareschi), difendere la legge avrebbe portato male. Oggi la storia di questo vigile è approdata in teatro. Con uno spettacolo, “Va’ pensiero”, promosso dal Teatro delle Albe di Ravenna. E sta girando per il Nord a rammentare a tutti che cosa può accadere quando si abdica ai propri doveri per amor di quiete. Diventerà una storia esemplare, e sarà anzi bene se le associazioni antimafia inviteranno questo anti-eroe a testimoniare la sua lotta senza spargimenti di sangue, ma conclusa, almeno nel momento giusto, proprio come i clan desideravano. Quando a fine spettacolo, dopo l’applauso agli attori, il regista Marco Martinelli l’ha invitato davanti al palco spiegando che era lui il vigile, è successo qualcosa di imprevedibile. Il pubblico, che fino a quel momento non aveva forse capito esattamente quanto fosse verità e quanto invenzione di ciò che era andato in scena, capì di colpo. E davanti a quella figura modesta e sconosciuta che gli si era materializzata davanti, timida, impacciata, si è lasciato andare a una vera, lunga, commossa ovazione. Ha scoperto di avere per quel vigile di tanti anni fa un irresistibile sentimento di ammirazione, perché di questi tipi che sanno stare dalla parte giusta vorremmo che la società fosse zeppa, e invece purtroppo non abbondano. Nemmeno in Emilia Romagna.