IN FUGA DALL’ISOLA

DI FABRIZIO FALCONI

Una volta abitavamo, insieme, sul Continente. Il Continente era fatto di terra odorosa e solida. Il Continente è da dove veniamo. Sul Continente abbiamo imparato – a prezzo di guerre e catastrofi – a convivere. Il Continente è la nostra storia, la nostra maledizione e il nostro rimpianto. I greci, sul Continente, hanno prodotto idee. I romani strade. I cristiani una fede.  E per molto molto tempo questo è bastato. Poi, tutto questo non è bastato più.
Il Continente divenne, senza che quasi ce ne accorgessimo, inabitabile. I nostri padri ci abbandonarono. Molti di loro morirono ammazzati, altri, molti, si disinteressarono di noi. Venti contrari e siccità, una intollerabile promiscuità ci convinse che era l’ora di abbandonare il continente, e andare per mare. 
Qualcuno di noi, per primo, trovò l’Arcipelago. Ora viviamo qui, e la situazione nuova ci mette a disagio. La luce è abbagliante, e ci costringe a tenere gli occhi socchiusi. Il silenzio è abitato da un rumore di fondo indistinto, il rumore del mare, che rende pazzi. Ciascuno di noi è solo.
 Per comunicare con gli altri di noi, che sono sulle altre isole, abbiamo bisogno di mezzi meccanici. Non sempre funzionano. Ma hanno il vantaggio di illuderci.
E l’illusione è sempre meglio della realtà, così almeno ci illudiamo che sia. Vivendo sull’isola non sappiamo più bene chi siamo.
Il tempo è indistinto. Sull’isola, ogni giorno vale come un altro. Sull’isola, non abbiamo punti di riferimento. 
Al punto tale che anche l’isola potrebbe muoversi, nella corrente, senza che ce ne accorgiamo. 
Un barlume di orientamento potrebbe venire soltanto dal cielo, di notte, quando brillano le stelle. Ma alla sera, siamo troppo stanchi per alzare gli occhi al cielo.
Sull’isola, poi, tutto è relativo: non esistono bello e brutto, perché ci sono soltanto io qui, a giudicare. E ciò che sulla mia isola è bello, non lo sarà sulla tua. Non esiste giusto o ingiusto perché sono io il promulgatore della giustizia dell’isola e non pretendo di amministrarla su un’altra isola. Le isole sono collegate da canali. E’ difficile attraversarli, ma non impossibile.
Ogni tanto mi assale una feroce nostalgia del Continente. Ma so già che non potrei mai tornarvi. Lo troverei cambiato per sempre, preda della giungla e degli animali feroci. Sull’isola, scavo ogni giorno un pezzetto di terra, e vi deposito qualcosa di me: unghie, denti che cadono, capelli. Fecondo la terra, ma so che nessuna terra può essere fecondata in mezzo alle tempeste del mare. Di notte imbastisco una preghiera. Qualcosa che ricordo di aver imparato da bambino. Poi mi perdo le parole, e devo ricominciare daccapo.
Lo so, impazzirò se le cose continueranno così. Nessun colore di frutto o di foresta, di corallo o di mare, nessuna visione potrà salvarmi. La mia salvezza è la fuga dall’Isola. E’ quel che farò. Come un folle, mi lascerò portare alla deriva su qualche letto di canne. Sono sicuro che il mondo non è sparito, oltre queste isole. Ne sento, anzi, il soffio in lontananza. Ne sono sicuro.
Oggi, nel mio taccuino rilegato in pelle scura ho scritto queste parole. Le ho ricopiate, le ha scritte quaranta anni fa un uomo che è morto, quattro mesi dopo averle scritte, in un incidente aereo, in Congo:
Io non so chi – o che cosa – abbia posto la domanda. Non so quando essa sia stata posta. Non so neppure se le ho dato una risposta. Ma una volta ho risposto sì a qualcuno – o a qualcosa. Da quel momento è nata la certezza che l’esistenza ha un senso e che perciò, sottomettendosi, la mia vita ha uno scopo. Da quel momento ho saputo cosa significhi non guardare dietro a sé, non preoccuparsi del giorno seguente. Guidato attraverso il labirinto della vita dal filo d’Arianna della risposta, ho raggiunto un tempo e un luogo, in cui venni a sapere che il cammino porta a un trionfo, e che il crollo a cui esso conduce è il trionfo; venni a sapere che il premio per l’impegno nella vita è l’oltraggio, e che l’umiliazione più profonda costituisce l’esaltazione massima che all’uomo sia possibile. Da allora la parola coraggio ha perduto il suo senso, in quanto nulla poteva venirmi tolto.  
Queste parole mi hanno dato speranza. E mi sono ricordato che la speranza era la qualità di mio padre, e prima di lui di mio nonno, e dei padri dei miei padri. Ho preso il largo, di sera, e non temevo la notte.
L’isola si allontanava, ma era dentro di me. Io ero l’isola. E la nuova terra, la nuova fertile terra, sarebbe stata l’anima vivente di tante nuove isole, senza più mare a confonderle, a perderle. Pensavo, mentre nuotavo, alla solita domanda insistente: To be or not to be ? E’ stato allora che di fronte alla disperazione di Amleto:  the time is out of joint (il mondo è fuori dei cardini), mi sono ricordato della risposta giusta del Bardo: born to set it right (nato per rimetterlo in sesto). E sono arrivato al termine del mare.