TRATTATIVA STATO MAFIA: I PM INCHIODANO BERLUSCONI E DELL’UTRI

DI LUCA SOLDI

 

Quando la pubblica accusa torna a sedersi dopo aver toccato il nucleo della requisitoria nel processo sulla trattativa tra pezzi degli organi dello Stato e Cosa nostra, nessuno può dire di non aver compreso.

A mettere insieme nomi e fatti, il pm Francesco Del Bene, che rappresenta la pubblica accusa insieme a Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi.

A dieci anni dal suo inizio, dopo centinaia di udienze, il processo sul patto segreto e scellerato che avrebbe portato uomini delle istituzioni a sedere allo stesso tavolo della piovra, è alle battute finali.

“Sono colpevoli e vanno condannati”, riassume nella richiesta di condanna il pubblico ministero Vittorio Teresi, in piedi insieme ai colleghi. Accanto a lui ci sono i magistrati che hanno condiviso questo lungo cammino di rigorosa indagine: Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene.

E le richieste dei pm non sono state tenere, 15 anni per il generale Mario Mori, 12 per il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno, 12 anni per Marcello Dell’Utri”. Fra gli imputati c’è pure l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, accusato di aver detto il falso: per lui la procura chiede una condanna a 6 anni. Una condanna viene chiesta anche per i mafiosi che vollero minare l’esistenza dello Stato: “16 anni per Leoluca Bagarella, 12 per Antonino Cinà”, chiede Teresi con il volto teso dalla responsabilità.

Nel corso della requisitoria tutto era scivolato in un grande racconto di fatti spesso noti ma che raccolti insieme non hanno fatto altro che dimostrare quanto sia stato buio quel tempo e poi, molti degli anni a seguire.

In quell’Aula del carcere Ucciardone si sono raccontati quei pochi anni che tra il 1992 e il 1993 hanno sconvolto la democrazia del Paese lasciando segni indelebili su persone ed ancora oggi sulla vita sociale e democratica italiana.

Si sono ascoltati pezzi di storia nota, di figure ormai scomparse, di fantasmi del passato. Momenti forse oggi superati, per fatti che hanno dell’incredibile.

Eventi che hanno del vergognoso che sono attenuati, un poco, dalla mano della legge che magari ha colpito per altre processi, per altri reati.

Ci sono però anche figure e figuri ancora ai vertici del Paese, “statisti”, magnati e manager eleganti senza vergogna tutti accomunate dalle sete del potere e dalla vicinanza al sistema mafioso portato a regola di vita.

La requisitoria è stata un accavallarsi di storie più da repubblica delle banane che da democrazia evoluta.

Tutto è sembrato andare nel verso contrario al far rialzare la testa ad una democrazia ridotta portata allo stremo dal periodo delle stragi di quegli anni.

Un degenerare degli eventi che ha evidenziato un rapporto “paritario” tra Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra, come era arrivato a definirlo la Corte di cassazione. Si è partiti dalla nascita di Sicilia Libera e l’intenzione della cupola, di entrare direttamente in politica.

Sicilia Libera è stato il movimento creato da uno dei boss corleonesi, Bagarella, in un vertice della cupola mafiosa del 1993 dopo l’arresto del cognato Totò Riina. “Il movimento Sicilia Libera ha in sé tutti i protagonisti del reato di attentato a corpo politico dello Stato che contestiamo agli imputati di questo processo. Cosa nostra ha l’esigenza di interloquire direttamente con le istituzioni e Bagarella tenta di farlo con questo movimento politico nel cui statuto vengono inseriti i punti che tanto stanno a cuore alla mafia, tra cui la giustizia e provvedimenti sul mondo carcerario“. Poi, però, succede che alla fine del 1993 lo stesso Bagarella “sa della discesa in campo di Silvio Berlusconi per le politiche del 1994 e decide dirottare il suo sostegno a Forza Italia, e di fatto decide di dare sostegno a Marcello Dell’Utri attraverso i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Così, lascia perdere il Sicilia Libera che aveva fondato e di fatto confluisce in Forza Italia”.

La Dc è ormai morta e defunta ed i boss, vedendo lontano, puntano tutto su quel nuovo soggetto chiamato come un inno alla squadra: Forza Italia.

Ed a sistemare le cose, a far sospendere bombe e morti eccellenti, saranno proprio loro con quel patto siglato dai boss alla fine del 1993 con l’ex senatore: le stragi si interrompono, tra Stato e mafia torna la pace. Ognuno per conto proprio potrà continuare a fare i propri interessi, senza disturbarsi troppo.

È questo il punto che emerge nel ripercorre quanto viene ricostruito nell’udienza numero 209 del processo che racconta la vergogna di una repubblica fragile.

Il sodale di Silvio Berlusconi è sempre al centro delle macchinazioni. Lo è quando alla fine del 1993 si offre come disponibile a veicolare il messaggio intimidatorio per conto di Cosa nostra, cioè fermare le bombe in cambio di norme per l’attenuazione del regime carcerario.

In quelle settimane intanto a Roma, nel marzo del ’94, verra a formarsi un nuovo governo, proprio con la nomina di un imprenditore di successo caro popolo della televisione, Silvio Berlusconi.

Per l’accusa, Dell’Utri, imputato per minaccia al corpo politico dello Stato insieme ad altre sei persone “aveva un potere ricattatorio su Berlusconi per effetto dei rapporti pregressi“.

I rapporti fra i due hanno radici lontane che partono dagli anni settanta e così i pm citano la sentenza definitiva che ha condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno. “I giudici hanno scritto – ha detto Del Bene citando le motivazioni del verdetto – che fin dagli anni settanta, Marcello Dell’Utri, intratteneva un rapporto paritario con esponenti di Cosa nostra”.

Rapporti che per i pm “sono proseguiti anche dopo la scomparsa dei boss Mimmo Teresi e Stefano Bontate, suoi iniziali interlocutori, uccisi dai corleonesi di Totò Riina”. Entra in scena Vittorio Mangano, il boss di Porta Nuova assunto da Berlusconi e Dell’Utri come stalliere nella villa di Arcore nel lontano 1974. “La presenza di Vittorio Mangano ad Arcore, mafioso del mandamento di Porta Nuova, per il tramite di Dell’Utri, rappresenta la convergenza di interessi tra Berlusconi e Cosa nostra”.

Fatti e non impressioni emergono dagli atti dei pm, come la deposizione resa durante una delle udienze del pentito Gaetano Grado. “Negli anni Settanta – aveva detto il collaboratore di giustizia l’11 giugno del 2015 – portava fiumi di miliardi da Palermo a Milano. Erano soldi del traffico di droga di Cosa nostra che Mangano consegnava a Dell’Utri, poi Dell’Utri li consegnava a Berlusconi che li investiva nelle sue società, mi pare anche per Milano due. La mafia ha bisogno di investire. Siccome i soldi della droga erano talmente tanti che non si sapeva più quanti fossero, Mangano esportava fiumi di denaro su a Milano”.

La requisitoria del sostituto procuratore arriva al punto degli attentati alla Standa di Catania, al tempo di proprietà di Silvio Berlusconi. Secondo l’accusa gli attentati intimidatori sarebbero cessati solo dopo un accordo tra Cosa nostra e Berlusconi, “attraverso l’intermediazione di Dell’Utri”. Un fatto che sembra assodato che era gia stato toccato dal pm Roberto Tartaglia che aveva spiegato: “I boss puntarono all’intimidazione, per poi raggiungere il patto. Il pentito Malvagna ci ha raccontato che scese un alto dirigente Fininvest per risolvere la questione”.

E su chi fosse quel dirigente pochi dubbi: “Era Dell’Utri”, riferisce un altro pentito, Maurizio Avola, raccontando di un incontro tra l’ex senatore forzista e il boss Nitto Santapaola.

“La Cassazione ci dice che tra Cosa nostra e Berlusconi e Dell’Utri il rapporto era paritario. Dell’Utri era un nuovo autorevole interlocutore del dialogo con Cosa nostra”, ha proseguito il pm che poi ha citato le dichiarazioni del pentito Tullio Cannella. “Gli agganci potenti con esponenti politici li avevano i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss del mandamento di Brancaccio a Palermo. Erano loro che si occupavano di politica per risolvere e i problemi di Cosa nostra, come la legislazione sui collaboratori di giustizia”.

Dichiarazioni che i pm collegano a quelle di Gaspare Spatuzza sulle confidenze ricevute nell’autunno del 1993 da Giuseppe Graviano: “C’è in piedi una situazione che, se andrà a buon fine, ci permetterà di avere tutti i benefici, anche per il carcere”. “Il collaboratore Cannella ha riferito anche che 15 giorni prima della scadenza per la presentazione delle liste elettorali per le politiche del 1994 si rivolse a Leoluca Bagarella per avere la possibilità di inserire un candidato del suo movimento Sicilia Libera nel Polo delle Libertà. Bagarella gli disse che lo avrebbe messo in grado contattare un soggetto per l’inserimento di un candidato per il Pdl. La persona che avrebbe incontrato era Vittorio Mangano“.

Per la verità, a parlare di Berlusconi e Dell’Utri come possibile soluzione ai problemi di Cosa nostra era stato lo stesso Riina già nel giugno del 1992, quando la nascita di Forza Italia era ancora alle primissime battute. A sostenerlo – come aveva ricordato nelle scorse udienze il pm Di Matteo – era stato il pentito Salvatore Cancemi. Nel corso della riunione del giugno ’92, “Riina si prese la responsabilità di eliminare Paolo Borsellino“. Nella stessa circostanza aggiunse che “andava coltivato il rapporto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri“. “Non è un racconto del relato ma proviene dalla voce di un autorevole capomafia”, aveva detto Di Matteo. Le dichiarazioni di Cancemi, secondo l’accusa, riscontrano quanto detto in carcere da Giuseppe Graviano. Intercettazioni che hanno fatto riaprire le indagini su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi e che sono state al centro di un acceso dibattito processuale tra accusa e difesa.

Anche Riina era stato intercettato in carcere dalla procura di Palermo. E quelle registrazioni sono state lette in aula dal pm Del Bene: “Berlusconi era una persona inaffidabile mentre Marcello dell’Utri era una persona seria che ha mantenuto la sua parola”, ha detto il magistrato riferendosi alle confidenze fatte dal capo dei capi ad un altro detenuto, Alberto Lo Russo. “Riina considerava Dell’Utri una persona seria, dalla sua parte, che ha mantenuto la parola data. Oppure Riina è ritenuto un boss solo per tenerlo al 41bis mentre poi, quando parla, viene considerato rincoglionito?”, ha chiuso il magistrato alla fine della settima udienza dedicata all’esposizione della requisitoria.

Dopo la richiesta delle pene la parola toccherà, la prossima settimana, alle parti civili costituite in giudizio: il Centro studi Pio La Torre, il Comune di Palermo, l’associazione Libera, l’associazione Familiari delle vittime della strage dei Georgofili, poi ancora la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Presidenza della Regione Sicilia e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, parte lesa dal reato di calunnia contestato a Ciancimino.

Arriverà poi il momento delle difese. La sentenza potrebbe arrivare ad aprile.

Intanto, di certo c’è solo un fatto che questo è stato l’ultimo giorno di Nino Di Matteo al processo di Palermo. Lo ha annuvolato lui stesso durante la requisitoria: “Con questa udienza, termina l’applicazione per me e per il collega Del Bene, che siamo ormai in servizio alla Direzione nazionale antimafia”.