PILI, PARTECIPATE E CONCESSIONI ALLA NAVIGAZIONE: TRE GRANE PER IL SINDACO DI VENEZIA

DI MARCO MILIONI

Venezia è una città sempre sotto gli occhi del mondo. L’affaire Pili, ovvero la storia del monumentale conflitto di interesse che a detta delle minoranze coinvolge il primo cittadino nella sua veste di immobiliarista nonché possibile beneficiario ultimo di una speculazione fondiaria da oltre cento milioni di euro, è deflagrato in questi giorni sui media nazionali. Gli addetti ai lavori però sanno bene che la tensione covava da mesi. Tuttavia la città di Marco Polo sulla quale si riversano interessi economici immani, da tempo è al centro di altre due querelle che stanno dando filo da torcere all’esecutivo cittadino. La prima riguarda la cifra monstre di «cinque milioni di euro» che recentemente le partecipate comunali avrebbero elargito per incarichi esterni di varia natura. La seconda invece è riferibile alla spinosissima vicenda del trasporto turistico che una società che opera per conto del comune, Alilaguna, esercita in regime di monopolio de facto per quanto concerne parecchie rotte lagunari.

L’AFFAIRE PILI
L’affaire Pili ha origine tra il 2004 e il 2005 quando il comune di Venezia, allora capitanato dal filosofo Massimo Cacciari, decide di non esercitare il diritto di prelazione su un’area demaniale a Marghera. La quale finisce così in mano ad una società riferibile all’imprenditore Luigi Brugnaro, patron della Umana. Il tycoon veneziano la paga appena 12 euro al metro quadro. Il prezzo è così basso perché chi compera si impegna a bonificarla. Le stime parlano di 35 milioni di euro. Siamo nella zona di Venezia nota per il petrolchimico. E la partita ambientale è una bomba ad orologeria che incombe su tutte le aree industriali che mirano ad una trasformazione. Nel frattempo gli anni passano. Il gigantesco lotto, ben 42 ettari, non viene bonificato. Ma un po’ alla volta per l’imprenditore Brugnaro comincia a profilarsi un affare d’oro. Il motivo è semplice. Su quell’area mettono gli occhi gli operatori di mezzo mondo perché oltre ad essere una delle porte naturali di Venezia, proprio a ridosso della stessa potrebbe prendere vita il nuovo progetto per l’accesso alla città vecchia: si parla di parking scambiatori, ma anche di possibili nuove vie d’acqua. Un business che se messo in rapporto col preventivato aumento dei flussi turistici via nave, ma soprattutto via aereo, si porta in pancia previsioni stratosferiche.

UN DETTAGLIO MACROSCOPICO
In questa vicenda però c’è un dettaglio che non si può nascondere. Quel Luigi Brugnaro che aveva acquistato l’area, nel giugno del 2015 è diventato sindaco: un civico eletto con l’appoggio del centrodestra e con il supporto, nemmeno tanto celato, di un pezzo del centrosinistra, il quale non aveva mai gradito il suo competitor ufficiale, il senatore allora del Pd ed oggi di Leu Felice Casson. Quel conflitto di interessi però al sindaco toglie il sonno. Nel 2017 i quotidiani ne descrivono una parte quando raccontano il contenzioso, per certi versi assurdo, che lo vede, quale sindaco, ricorrere al Tar contro sé stesso, stavolta nella sua veste di imprenditore. Il primo cittadino sostiene che in realtà che quel conflitto non ci sia «mai stato». Così nel tentativo di fugare ogni dubbio affida le quote azionarie delle partecipazioni a lui riferibili ad un «blind trust», un istituto giuridico tipico del diritto anglosassone; il quale prevede l’affidamento della la gestione reale dei beni di chi è soggetto a un possibile conflitto di interesse, ad un fondo speciale il cui dominus, nella fattispecie un importante studio legale di New York, non può avere contatti con il proprietario reale delle quote, cioè Brugnaro. Quando si sparge la voce che l’area Pili potrebbe essere oggetto di una maxi trasformazione vagliata dal consiglio comunale veneziano, il capo della giunta si mette sulla difensiva. E spiega che ora lui con quei lotti non ha più nulla a che fare.

IL TYCOON SUI MEDIA FA CILECCA
Però l’operazione mediatica, nonostante le eco delle prime ore, si inceppa. I quotidiani locali ci mettono vetiquattr’ore per sgamare il capo dell’esecutivo cittadino: «È bastata una visura camerale – spiega Ottavio Serena consigliere d’opposizione in quota gruppo misto – per accorgersi che chi affianca lo studio americano nella gestione del trust è uno dei fedelissimi di Brugnaro. Il che non ha solo causato una magra figura per quest’ultimo, non solo ha esposto la città al pubblico ludibrio, ma è stato un colpo micidiale per tutti quei soloni che sui media avevano avviato un processo di sommaria beatificazione per il sindaco».

Gli fa eco il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi che su LaStampa.it attacca a muso duro: «L’attuale configurazione del trust non sarebbe a tutela della separazione tra gli interessi privati di Brugnaro e quelli collettivi della città, ma, al contrario, agevolerebbe l’eventuale vendita dell’area ad altri privati nel momento in cui fosse valorizzata con la nuova strategia». Appresso un’altra bordata: «Un’area… equivalente a quella d’un centinaio di campi da calcio, pagata da Brugnaro cinque milioni, acquisirebbe, con il nuovo progetto, un valore di 30-40 volte superiore, con un guadagno, per le sue tasche, di almeno 150 milioni di euro». Il quotidiano torinese tra l’altro riporta una battuta che da settimane circola a Ca’ Farsetti: «Il trust è cieco, ma Brugnaro ci vede benissimo».

A FEBBRAIO IL REDDE RATIONEM
Interpellato da chi scrive, almeno al momento, ha preferito non prendere posizione. Però potrebbe presto dire la sua durante un consiglio comunale previsto ai primi di febbraio che potrebbe trasformarsi in un redde rationem. Il clima peraltro si è arroventato quando il gruppo misto ha presentato una proposta per la istituzione di una commissione d’inchiesta sul caso Pili. Cosa che ha mandato in fibrillazione la maggioranza. Uno dei punti dirimenti sarà quello di capire quali garanzie reali in termini di bonifica demanio e comune possano accampare. Visto che alcune nuove previsioni del Magistrato alle acque parlano di stime cresciute a 160 milioni. Il che ha aumentato i mal di stomaco di chi teme che Brugnaro voglia sbolognare l’area senza fornire certezze su un risanamento ambientale che veleggia verso l’incalcolabile.

LA STORIA INFINITA DELLE CONSULENZE PAZZE
Tuttavia c’è un’altra spina che da tempo duole nel fianco della giunta Brugnaro. E riguarda «la cifra monstre di quattro-cinque milioni di euro» accumulata in questi ultimi anni dalle partecipate municipali, a partire da Veritas, il braccio operativo del comune: uno centri di potere della città. Da nove mesi il consigliere Serena e il consigliere Renzo Scarpa, pure lui del misto, hanno ingaggiato una guerra con la giunta a suon di interpellanze e di accessi agli atti. Il motivo? Capire esattamente come siano stati spesi i soldi delle partecipate, quante consulenze siano state pagate esattamente a chi e per quale motivo, se queste spese siano giustificate o meno. «Cosa che da marzo – ribadisce Serena – non è ancora stata possibile».

PICCO ESILARANTE
La diatriba aveva toccato uno dei momenti più esilaranti tra settembre e ottobre dello scorso anno quando dalla girandola degli incarichi esterni emersero alcune carte che dimostravano nero su bianco che proprio Veritas, che ha un contenzioso con alcuni privati per utenze non pagate, aveva affidato ad una funzionaria del vicino comune di Jesolo, una consulenza per capire come rientrare in possesso dei crediti in sospeso. La cosa aveva scatenato la reazione di Serena. Tra le domande che venivano poste con forza all’esecutivo ce n’era una in particolare che è ancora rimasta inevasa: ma è possibile che due realtà di primissimo piano come quella del capoluogo veneto e quella della sua municipalizzata debbano chiedere aiuto ad un dipendente di un piccolo comune vicino quando hanno fior di dirigenti e e funzionari pagati per queste incombenze?

COMMISSIONE SURREALE
Ad ottobre poi la discussione sul funzionamento delle partecipate era approdata in sede di commissione consiliare congiunta. In un clima surreale Scarpa aveva squadernato sul tavolo un dossier kilometrico che parlava di spese fuori controllo: «In quattro anni i costi di Veritas per la nettezza urbana sono aumentati di dieci milioni a fronte di una inflazione di fatto ferma e di una drastica diminuzione dei quantitativi conferiti e dei cittadini residenti». La giunta aveva fornito «risposte elusive» tanto da lasciare a bocca asciutta chi si aspettava una risposta.

IL SILENZIO CONTINUA
E la risposta che non è arrivata nemmeno durante l’ultima commissione congiunta dedicata al tema. In quella circostanza, era l’11 gennaio del 2018, l’assessore al bilancio Michele Zuin si era detto pronto a leggere «una puntuale replica di cinquanta pagine» con tutte le contro-deduzioni ai rilievi dei due consiglieri del misto. Tuttavia in quella seduta, anche per le richieste della maggioranza di centrodestra, le tanto attese risposte non sono mai arrivate perché la sessione dei lavori è stata interrotta. A margine di quella riunione Scarpa era stato molto severo con Zuin rinfacciandogli «una scarsa preparazione in merito ai quesiti posti» e lamentando il fatto che molte informazioni «che a norma di legge» dovrebbero essere pubblicate sui siti delle partecipate non sono inserite nei data base in cui invece dovrebbero trovarsi «per essere fruibili da tutti i cittadini». Quanto poi alla consulenza affidata ad una dipendente del comune di Jesolo Scarpa non le manda a dire: «Qui non siamo nel campo del politicamente corretto. Qui siamo nel campo del ridicolo e basta».

LO SCENARIO
In realtà le opposizioni durante quella commissione non hanno capito bene per quale motivo l’assessore al bilancio non abbia depositato agli atti la sua risposta dopo una breve illustrazione. L’assessore Zuin, interpellato da chi scrive per conoscere il suo punto di vista ha replicato in modo laconico: «La risposta verrà letta nel proseguimento della commissione prevista il 30 gennaio alle 12.30».

Rimane comunque il fatto che gli addebiti dei due consiglieri del misto Serena e Scarpa (in foto da sinistra a destra) rimangono sul tappeto non solo per il peso politico della querelle. Ma anche per il peso specifico dei due, che tra l’altro si trovano nel misto proprio dopo aver abbandonato la maggioranza di centrodestra. Serena infatti è un generale di brigata della riserva dei carabinieri. Quando era in servizio si è occupato di contrasto alla criminalità organizzata e alle mafie e ha nel curriculum incarichi ed operazioni di altissimo livello. Scarpa quanto a conoscenza della macchina comunale non è da meno giacché è stato capo di gabinetto dell’ex vicesindaco di Venezia Michele Vianello. Ed è noto a Ca’ Farsetti per il puntiglio con cui studia ogni singola carta. Ora se dopo quasi un anno di tira e molla la giunta farà chiarezza sul groviglio delle consulenze, solo la seduta di martedì potrà dirlo: tanto che l’appuntamento è già stato segnato sul datario con la matita rossa.

IL CASO ALILAGUNA
Ad ogni buon conto sul capo dell’amministrazione comunale pende un’altra spada di Damocle. Dai primi anni Duemila la società Alilaguna è affidataria senza gara e in un regime di proroghe continue di un servizio di corse aggiuntive ai tradizionali vaporetti; i quali invece sono in capo alla municipalizzata Actv. L’affidamento senza gara aveva trovato inizialmente la sua ragione nel fatto che Alilaguna un tempo era riferibile proprio al comune di Venezia. Negli anni però la proprietà è cambiata. E, come ricorda l’Antitrust, che nel 2016 aveva bacchettato la condotta di Alilaguna perché si era occupata anche di rotte commerciali diverse da quelle garantite dall’affidamento comunale, la stessa compagnia oggi ha un assetto proprietario «riferibile ad una pluralità di soggetti», tutti privati peraltro.

UN LEVIATANO GIURIDICO
Il che ha creato una sorta di Leviatano giuridico per cui ad una società privata è concesso un regime di monopolio de facto, affidato senza gara per giunta, tipico delle società pubbliche. Il comune per uscire da un cul de sac che si protrae da anni starebbe mettendo a punto un bando di gara la cui lentezza però sta spazientendo alcuni potenziali partecipanti. Tra questi c’è un raggruppamento capitanato dal gruppo navale Lauro che il 10 febbraio del 2017 aveva inviato al comune una diffida affinché le gare fossero bandite nel più breve tempo possibile: quattro pagine in punta di diritto vergate dall’avvocato Ippolito Matrone di Boscoreale nel Napoletano. Nelle quali si sollecitava l’amministrazione ad annullare gli atti che avrebbero causato questa situazione di stallo e a redigere quelli utili a sbloccarla.

L’IMBARAZZO DEGLI UFFICI
Il 27 novembre era arrivata la replica dell’«Ente di governo del trasporto pubblico locale del bacino territoriale e ottimale omogeneo di Venezia…» presso il comune di Venezia. La risposta è del dirigente Loris Sartori il quale in una paginetta dattiloscritta spiega alla grossa che la gara starebbe andando per le lunghe perché la materia è molto complessa. E che l’affidamento di cui Alilaguna ha potuto beneficiare sino ad oggi avrebbe avuto il carattere dell’«in house providing». Il quale però è una modalità tipica delle società pubbliche che in gergo giuridico viene definito servizio a «controllo analogo». Ma l’amministrazione ha davvero intenzione di uscire da questa impasse? Interpellato da chi scrive Renato Boraso, assessore ai trasporti al comune di Venezia, ha preferito non rispondere.

SOCI A PIÈ DI LISTA
Rimane da capire da chi sia composta la holding privata che controlla Alilaguna. Stando ai dati camerali aggiornati al 26 gennaio 2018, quest’ultima è controllata al 100% da una spa denominata «Società investimenti turistici Venezia». La cui compagine azionaria è abbastanza frastagliata. Tra i nomi di maggior peso ci sono quello del presidente Fabio Sacco col 13,2% da sempre vicino alla politica comunale; Gianluca Coltro con l’11,15%; Sebastiano Mascaro col 10,16%; Tino Giada con l’8,45%; Massimo Boscolo con l’8%; Casanova srl con l’8,78%. Quest’ultima a sua volta è controllata da Fabio Sacco con il 100% delle quote. Per cui quest’ultimo con oltre il 21% rappresenta l’azionista di riferimento della compagnia di navigazione.

LASCITO DELL’ERA CACCIARI
In realtà basta un balzo indietro nel tempo per ricordare quando nel 2009, sindaco Cacciari, l’allora assessore ai trasporti Enrico Mingardi proprio nel decimo di compleanno di Alilaguna, durante un happening in pompa magna a Ca’ Farsetti, spiegava che «nel 1997 ci fu una convergenza di fattori che favorirono la nascita della società». E ancora: la giunta comunale e la direzione di Actv furono disponibili «a cogliere l’opportunità legislativa che apriva alla liberalizzazione nel settore del trasporto pubblico locale». Ora di quale liberalizzazione parlasse l’assessore, anche alla luce del monopolio de facto oggi esercitato da Alilaguna non è semplice da capire. Anche perché già nel 2007 la società muoveva ben un milione di passeggeri all’anno. «Diverso sarebbe stato se Mingardi avesse usato il termine privatizzazione. E chissà se in quella occasione il prof Cacciari s’è peritato di correggerlo». Questa almeno è la battuta al vetriolo che a mezza bocca da anni circola negli uffici dell’assessorato ai trasporti.