EVASIONE FISCALE NEL PAESE DI MESSINA DENARO: CASTELVETRANO E’ SOLO QUESTO?

DI ANNA LISA MINUTILLO

I commissari inviati a Castelvetrano dopo lo scioglimento del comune hanno scoperto che : negli ultimi cinque anni non c’è tassa comunale che non sia stata evasa in massa. Dichiara Salvatore Caccamo che ricopre il ruolo di presidente della Commissione straordinaria che amministra il comune : ” C’è stata una mancata riscossione pari al 65%. Più della metà non pagavano”. “La lotta all’evasione, come emerge dagli accertamenti sulle caselle esattoriali, si è assestata all’1,50%. Questo significa che l’evasione era legalizzata”. Dai controlli effettuati si evince che: ci sono i tributi non pagati ma c’è anche la mancata riscossione, fino alle concessioni edilizie e alle convenzioni a canoni risibili di cui hanno giovato persino i favoreggiatori di Messina Denaro. Già Messina Denaro la città di origine dell’ultimo grande latitante della mafia, è un comune di poco più di 30mila abitanti in provincia di Trapani. divenuta nota per questo motivo, ora può vantare un record anche nel campo dell’evasione. Una situazione che ha portato ad una cospicua cifra infatti il buco fiscale ammonta a 42 milioni di euro (35,5 milioni di entrate tributarie; 7,3 milioni di extra tributarie) e si riferisce alle imposte comunali su rifiuti, immobili, servizio idrico e imposte pubblicitarie non versate dal 2012 al 2017, durante l’amministrazione guidata dal sindaco Felice Errante. A dicembre 2017 stavano per scadere 1.400 cartelle esattoriali ma stavolta la Commissione le ha nuovamente notificate interrompendo così la prescrizione. Svolgendo i controlli delle concessioni e delle convenzioni, i commissari si sono imbattuti in vari casi, dalle dinamiche a dir poco singolari. Spicca tra questi quello in cui il Comune paga una locazione alle Ferrovie dello Stato per un bene, che viene successivamente concesso ad un soggetto privato a costo zero. Strano equilibrio quello su cui si muovono gli abitanti di questo paese, ma strano anche il modo che hanno messo in atto per combattere la mafia, fenomeno che riempie le cronache quotidiane della zona, dove tutti sanno, tutti vedono ma se interrogati negano con grande vigore e fermezza. Non si pagano le tasse ma non esiste nemmeno il pagamento del “pizzo” in questo luogo. Il pizzo infatti non c’è: commercianti ed imprenditori della città non si vedono costretti come avviene in altre cittadine al suo pagamento . Non si sono ne ribellati e non hanno mai ricevuto richieste o pressioni circa il pagamento questo perché, attraverso questa trovata che frutta a Matteo Messina Denaro il consenso, la categoria può continuare a svolgere il suo lavoro. Mosse abili e geniali che osservate dal loro punto di vista assicurano il proseguimento delle attività, ecco perché sono in molti ad augurarsi che Denaro non venga mai catturato, poiché la sua cattura equivarrebbe ad un cambio di “gestione” e magari a pretendere il pagamento del pizzo, portandoli a chiudere le attività. Un modo sottile ed arguto per garantirsi le “simpatie” della cittadina, ma non solo.

Cittadini quindi “manipolati”, che negano l’esistenza del fenomeno per il timore di ritrovarsi schiacciati da eventuali debiti, diventati omertosi per garantirsi la sopravvivenza, che evitano di commentare e di denunciare per garantirsi l’esistenza. Cittadini che sono esentati dal pagamento e che in questo “ricatto silenzioso” si vedono diventare fiancheggiatori del fenomeno non essendo penalmente responsabili dello stesso.

Ecco comparire nella lista compilata dai commissari giunti a Castelvetrano quali sono i tre debitori più corposi al momento si tratta di tre aziende:
1. Saiseb, che ha costruito l’impianto di depurazione (deve 1,7 milioni),
2. Gemmo, che ha realizzato la rete dell’illuminazione pubblica (1,8 milioni)
3. Trapani Servizi, ente gestore della discarica (700.000 euro).
Con tutte è stato stipulato un piano di rientro. Per la restante parte invece è stato definito un piano di rateizzazione (che prima non esisteva) per cui sono già arrivate istanze di pagamento per 1,5 milioni di euro. Non solo evasione, quanto emerso, ma
anche meccanismi di elusione con escamotage fiscali: dal cambio dell’assetto societario al trasferimento di gestione ad altri soci, passando per la cessione di rami d’azienda o i contratti di comodato gratuito attraverso i quali veniva trasferita la conduzione dell’attività ad altri familiari.

Per cercare di fermare questi problemi i Commissari hanno ottenuto un’anticipazione di 6,3 milioni riservati ai Comuni sciolti per mafia e utili per gli stipendi e iniziare a pagare una parte dei debiti pregressi. Nel 2017 invece le tasse da riscuotere equivalgono a 12 milioni di euro: 1,3 di entrate tributarie; 1,2 di addizionale Irpef; 6,7 di Tari e igiene ambientale; 1,6 i Tarsu; 115.000 euro di Tosap; 100.000 di pubblicità; 25.000 di affissioni pubbliche.

Ad essere controllate anche le concessioni edilizie che sono state rilasciate nel corso degli anni, tramite l’incrocio dei dati dei beneficiari che hanno condotto ai favoreggiatori del boss.
E’ infatti emerso che spesso i permessi per costruire sono stati concessi come un “ favore” nei confronti di soggetti vicini alla criminalità. Espansione urbanistica impressionante per la periferia di Castelvetrano, ma anche lottizzazioni abusive e camuffate per le quali si sta provvedendo alla revoca.

“Evasione legalizzata” quindi, timore per la propria sopravvivenza, difficoltà nel denunciare e rendere noto quanto accade, perché sarebbe un attimo poi a separare dal baratro chi prendesse il coraggio per farlo. Una notizia che ancora per una volta sottolinea la mancanza dello stato, delle istituzioni in un sistema che corrompe e rompe il labile confine tra la legalità e il “rendersi amico” chi pur non essendo presente visivamente è ancora in grado di far muovere gli intricati meccanismi di questo sistema.

Non è una novità il fatto che dove vi siano situazioni disperate, le persone arrivino a compiere gesti disperati, che come per ironia della sorte vedono più presente chi pur essendo irreperibile, in effetti riesce ad arrivare in modo così netto ai suoi concittadini.

Ma vediamo chi è Matteo Messina Denaro e qual è la sua personalità ?

E’ il boss di mafia «più ricercato d’Europa», latitante da 23 anni, e secondo gli inquirenti si nasconde ben protetto nelle masserie più remote della provincia di Trapani spostandosi a volte in Svizzera e spesso in Tunisia. Si serve dei ” pizzini, “ che sono i bigliettini da distruggere subito, dopo essere stati consegnati e letti. A volte dialoga anche attraverso Skype anche se il suo linguaggio è il gergo usato dai pastori.

Una personalità di cui si avverte la presenza anche nell’assenza, che spesso usa le ambulanze che viaggiando a sirene spiegate gli permettono di spostarsi in incognito per trasferirsi da un rifugio all’altro. A cavallo tra il mondo antico, con un piede in quello moderno. Uno sciupafemmine temuto sofisticato ma anche spaccone. Prudente fino a negarsi ogni rapporto con le mafie degli altri.

“ Una presenza” che si avverte fino a diventare invasiva, condizionando la vita quotidiana di molte famiglie e della gran parte delle attività produttive presenti sul territorio: dai grandi centri commerciali alla ristorazione dai grandi appalti senza tralasciare la piccola bottega, per giungere al mega-business dove attraverso le minacce, si insinua all’interno di imprese pulite per sfruttarne il fatturato.

Di Messina Denaro non si conosce nemmeno più il volto, ma si percepisce quanto influisca ancora sulla vita delle persone. Da molti osannato quasi fino ad essere ritenuto una semi-divinità, ma per lo più temuto, per via della scia di sangue che lo precede. Lorenzo Cimarosa, cugino di Matteo Messina Denaro fornisce di lui il ritratto di uno sfruttatore che non si cura nemmeno dei suoi parenti. Anche gli inquirenti che gli hanno confiscato beni per centinaia di milioni, facendogli intorno terra bruciata arrestando anche i familiari più cari dal giugno 1993 ,impegnati nella sua ricerca, non sono ancora riusciti a catturarlo .

Temuto dagli altri criminali, capace di creare lavoro e distribuire posti, di far eleggere i politici fedeli, di tessere relazioni politiche di alto livello, gestendo sul territorio l’unico tribunale davvero rispettato in grado di dirimere liti in breve tempo, di recuperare crediti e di risolvere contese. Nato a Castelvetrano (Trapani) il 26 Aprile 1962, “figlio d’arte” il  padre, don Ciccio, è stato lo storico capomafia di Castelvetrano. A soli 14 anni impara a sparare. A 18 commette il primo di una lunga serie di omicidi (gli inquirenti ne avrebbero contati oltre 50). Un curriculum notevole, che l’avrebbe spinto a dire a un amico: “Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero”. Fama di seduttore, è stato legato a Maria Mesi (condannata il 28 marzo 2001 per favoreggiamento), ma ha avuto anche una figlia da una precedente relazione. Recentemente avrebbe tentato di ampliare il suo raggio d’affari in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia.

Le sue vicissitudini giudiziarie iniziano nel 1989, quando viene denunciato per associazione mafiosa. Nel 1991 si rende responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina che aveva osato lamentarsi con la sua impiegata austriaca (amante di Messina Denaro) di ”quei mafiosetti” che aveva sempre “tra i piedi”.
Nel 1992, insieme ai mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, viene mandato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo, per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli. Qualche tempo dopo però il boss Salvatore Riina fa tornare il gruppo perché voleva che l’attentato a Falcone venisse eseguito con modalità differenti.
Nello stesso anno, è tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che si era mostrato insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, strangola anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi. I due cadaveri verranno seppelliti nelle campagne di Castellamare del Golfo.
Nel novembre 1993 è tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni in merito alla strage di Capaci. Il piccolo Di Matteo, infine, viene brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell’acido.
Nel 1998, dopo la morte del padre, Messina Denaro diventa capomandamento di Castelvetrano ed anche rappresentante mafioso della provincia di Trapani.
Nell’estate 1993, mentre avvengono gli attentati dinamitardi, Messina Denaro si reca in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano (boss che come lui erano favorevoli alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi, dopo l’arresto di Riina) e da allora si rende irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza: infatti nei suoi confronti viene emesso un mandato di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto ed altri reati minori.
Nel 2004 il SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) tenta di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra. Infatti l’ex sindaco, per conto del SISDE, riesce a stabilire un contatto con il boss: le comunicazioni con il latitante avvengono attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di “Alessio” mentre Vaccarino quello di “Svetonio”.
Nel 2006 quando, nel casolare di Corleone, viene arrestato il boss Provenzano, gli inquirenti trovano numerosi pizzini mandati da “Alessio” nei quali si parla delle attività illecite e degli investimenti proposti da Vaccarini.
Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo conducono l’indagine denominata “Golem”, che porta all’arresto di tredici persone tra mafiosi ed imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacenti per conto del latitante. Successivamente, nel marzo 2010 viene condotta un’altra indagine, ”Golem 2”, nella quale vengono arrestate altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni ed incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali. Tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo.
Nel 2010 Messina Denaro viene inserito dalla rivista Forbes nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo.

E’ diventato il ricercato numero uno, preda invisibile di una caccia nella quale lo Stato ha investito decine di milioni e che finora ha portato a oltre cento arresti di familiari, tra cui la sorella, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però mai sfiorarlo. Anni di ricerche, anni di dibattiti sulla mafia e sulla legalità, anni di parole distese come fiumi che al momento non hanno ancora sortito l’effetto sperato. Forse davvero il miglior modo per nascondersi è quello di farsi vedere, o forse si teme ancora e tanto . Gli abitanti di Castelvetrano sicuramente non sono soltanto evasione fiscale, vivere situazioni pesanti è differente dal raccontarle, quando si mette a repentaglio la propria vita, oppure quando si vive in una terra splendida ma che non offre molte possibilità lavorative. Una sorta di catena che tesse maglie sempre più strette, che rende simile l’infanzia vissuta da Messina Denaro a quella di altri, forse neanche lui ha poi avuto la possibilità di scegliere liberamente cosa fare della sua vita, e così ha percorso l’unica strada che gli è stata mostrata. Magari invece è una questione “genetica” , in qualcuno di noi è insito il seme del male, e allora si tende a far dominare quell’aspetto su altro. Potrebbe anche essere invece che chi vive di violenza abbia soltanto quella da offrire. Domande a cui non possiamo rispondere, aspetti che vanno oltre, troppo oltre per essere racchiusi nelle informazioni che possediamo. Si parla e si deve fare attenzione a non generalizzare, si deve anche riflettere su quanto costi il saper dire NO ad alcune situazioni, si deve riflettere sul fatto che non scegliamo mai noi il luogo in cui nascere e vivere (almeno fino a quando non si è indipendenti economicamente). Si esorta a non arrendersi e al tempo stesso si lascia troppo spesso da solo chi sceglie di denunciare..
Sarebbe semplice voltare le spalle alla città in cui si è venuti al mondo alla ricerca di “paradisi” promessi ma quasi mai trovati, restare è indubbiamente più difficile, appartiene ai coraggiosi, agli audaci. Castelvetrano non è solo paura e sottomissione ma anche desiderio di lavorare, di migliorare e di dimostrare che restando uniti si può riuscire a scacciare l’onta di essere nati nel posto “sbagliato”, quello che viene ricordato per chi forse si è arreso ancora prima di provare ad essere qualcosa di diverso.