PIETRE VIVE DELLA MEMORIA

DI MARIA PIA DE NOIA

La giornata è iniziata alle ore 11 in via Urbana 1 dove abitava don Pietro Pappagallo, parroco di Terlizzi trasferitosi a Roma dove era impegnato a difendere lavoratori, migranti, perseguitati dai fascisti. Là fu arrestato la mattina del 29 gennaio, tradito dalla spia italiana Gino. Portato di forza nelle prigioni di via Tasso, come l’altro terlizzese e amico fraterno Gioacchino Gesmundo, si rifiutò di parlare. Lui e il prof. Gesmundo, il prete ribelle e il comunista, sarannno assassinati insieme ad altri 333 innocenti alle Fosse Ardeatine il 24 marzo. Abbiamo deposto una corona di alloro insieme agli amici del circolo ANPI Don Pietro Pappagallo di Roma (cito Roberto Mamone e Carla Pergola in rappresentanza di tutti) e alla delegazione arrivata da Terlizzi tra cui Nicla Pappagallo, nipote di don Pietro, con sua figlia Alice, Giuseppe Volpe (in rappresentanza anche della scuola don Pietro Pappagallo), Arianna Dello Russo. Il momento più bello la libera condivisione di riflessioni spontanee su cosa significhi resistenza, antifascismo oggi.

Dopo una breve sosta davanti al liceo Cavour dove insegnava Gioacchino Gesmundo, in via delle Carine, ci siamo spostari al Centro Sociale Occupato Autogestito di via Prenestina. Non conoscevo questo posto famoso per il laghetto che lotta. Su quest’area dal 1922 al 1952 c’era la fabbrica Viscosa, un centro di produzione tessile con più di 2500 operai. Tra loro molti pugliesi e terlizzesi. Dove abbiamo pranzato insieme agli amici del centro, un edificio di bioarchitettura che custodisce anche l’Archivio Storico della Fabbrica, sorgeva l’area dedicata ai servizi sociali per gli operai (il convitto, l’asilo nido). Qui don Pietro Pappagallo svolse la sua attività pastorale intorno al 1925-1926, affiancando gli operai nelle loro lotte. In particolare don Pietro si preoccupava delle loro precarie condizioni sanitarie, delle discriminazioni salariali di immigrati e donne. Don Pietro provò a chiedere l’intervento di Mons. Baldelli invano. Trovò un muro. La lettera di risposta al Monsignore di don Pietro è eloquente. Ci dice tutto della modernità, del coraggio e della straordinaria statura morale di questo prete del Sud, pre-Concilio, così tutto di un pezzo da morire. Don Pietro fu allontanato dal Convitto della Fabbrica Viscosa. Troppo scomodo. In un luogo che ancora oggi sembra essere destinato alla lotta, come il suo lago, sconosciuto ai più, che sopravvive alla speculazione edilizia nel cuore di Roma. Ma questa è un’altra storia.

Questo inedito percorso della memoria lungo l’asse Terlizzi-Roma si è concluso in via Licia 56 dove abitava Gioacchino Gesmundo quando fu arrestato. Corona, QR code, foto ricordo.

Ci siamo salutati, ci siamo abbracciati. Felici certamente della giornata ma con un velo di amarezza: come è stato possibile che la “razza” umana, la “razza” italiana sia stata capace di togliere la libertà, la vita a tutti i Pietro e i giovani Gioacchino di questo paese? Come è possibile che dopo tanto orrore, dopo tanti morti oggi c’è chi minimizza, chi reinterpreta, chi esalta questa pagina buia della nostra storia? Pagine nere che noi, noi italiani non altri, abbiamo scritto.