ADDIO A VICINI

DI ITALO CUCCI


Azeglio Vicini ha segnato un’epoca, nel calcio e nella nostra vita, semplicemente sentendosi italiano. Si preciserà: romagnolo. E allora si capirà perché prima di lui Edmondo Fabbri e dopo di lui Arrigo Sacchi provenissero dalla stessa terra dove il calcio è musica, poesia, religione. Bellezza. Con tanta modestia – senza atteggiarsi a Grande Sacerdote, anzi a parroco; senza emettere dogmi nè proclami, piuttosto con qualche predicozzo – forní agli italiani la Nazionale esteticamente più bella. Perché più giovane, preparata nel laboratorio dell’Under 21, costruita con la pretesa di valorizzare il vivaio e al tempo stesso di aggirare – o meglio correggere – la fama catenacciara di una squadra che comunque, armata di stopper, libero e contropiede, in sessant’anni aveva già vinto tre Mondiali: era la Nazionale di Zenga, Vialli, Mancini, Giannini, Maldini, Franco Baresi, Serena, Baggio, Donadoni, Bergomi, Ferri, De Napoli, De Agostini; di Totò Schillaci, il combattente meno accademico e abatineggiante, piombato nel gruppo di ufficialetti benportanti. come un guerriero dagli occhi spiritati che aggiungeva al cocktail regionale lo spruzzo essenziale di meridionalità. Sî, perché non tanto per calcolo politico – ma esisteva, quella sollecitazione – vestivano l’azzurro veneti, lombardi, romani, friulani, marchigiani, campani e siciliani. E di tanta divisione Vicini fece un collettivo spettacolare.

Azeglio manteneva in pubblico un basso profilo, si liberava in privato di ogni complesso e se parlava di calcio non lo faceva ex cathedra, rivelava soprattutto una realtà anti-divistica della sua squadra che voleva al servizio della Nazione, un’Italia per gli italiani. Onorava l’Azzurro della tradizione, la memoria di Vittorio Pizzo, l’amicizia del Conte Rognoni che lo aveva scoperto, la scuola di Coverciano che l’aveva avvicinato a Ferruccio Valcareggi e accompagnato a Enzo Bearzot con poca amicizia, senza amore, se non per la squadra che nell’82 riusciva appena a vedere, nell’86 a raccogliere dopo il disastro messicano, nel ‘90 a produrre le Notti Magiche – turbate dal suo idolo Diego Armando Maradona – che non dimenticheremo mai. Fu anche umiliato dalla Federazione in cui era cresciuto con grande rispetto per tutti ma seppe soffocare il disappunto e spegnere i bollori del sangue romagnolo. Se n’è andato raccomandando agli amici di preservare il calcio dei giovani italiani, invaso dalle cavallette esotiche, e la scuola tecnica nazionale. Se chi sta decidendo i destini del gioco più popolare ne seguisse i consigli già avvierebbe una importante riforma etica e estetica.