AI PARTITI NON CREDE PIU’ NESSUNO

DI FRANCESCO ERSPAMER

“Ai partiti non crede più nessuno”, annuncia in prima pagina il Fatto quotidiano. Con una certa soddisfazione: di questi tempi essere contro i partiti, contro la politica e persino contro la democrazia, è di moda. È anche l’unica posizione che trovi tutti d’accordo: i vincenti, ai quali vent’anni di qualunquismo liberista hanno dato soldi e privilegi a cui mai altrimenti avrebbero potuto ambire, e che pertanto desiderano che non cambi nulla; ma anche i perdenti, che siccome non sanno come combattere le multinazionali e i ricchi e tutto sommato non sono interessati a farlo (magari gli toccherebbe rinunciare all’iPhone o al consumismo domenicale), preferiscono indirizzare le loro frustrazioni contro chi non conta più nulla — i partiti, e subito dopo lo Stato.
In Italia i partiti sono finiti nel 1994, quando più del 20% degli italiani diede il suo voto a una associazione controllata da un miliardario e con un nome ridicolo, Forza Italia, e lo mandò al governo; mentre percentuali non indifferenti sostennero altrettanto assurde formazioni che invece di un’idea o di un programma promuovevano una celebrity: Patto Segni, Lista Pannella (in seguito, Pannella-Sgarbi, poi Bonino-Pannella). Sconfitta, la sinistra si adeguò immediatamente: due anni dopo si presentò sotto il cristianissimo simbolo dell’Ulivo e la leadership del democristiano Romano Prodi. Vinse, ma non vinse il popolo italiano.
È che solo la politica e i partiti possono salvarci dal dominio incontrastato della finanza globale. Politica nel senso etimologico di arte di organizzare e governare una specifica comunità, e partito nel senso di gruppo di parte, dunque diviso dagli altri e in opposizione a essi. Altro che universalismi ed ecumenismi (in sostanza, inciuci): la solidarietà civile deve essere raggiunta, democraticamente, attraverso il conflitto politico fra le parti, non cancellando le differenze (prima fra tutte quella di classe). Certo, i partiti e i politici possono venire corrotti e molto spesso lo sono; ma la corruzione, almeno, comporta costi e rischi, mentre la deregulation regala l’indiscusso controllo dello Stato ai privati, di frequente stranieri, e alle loro lobby.