I ROBOT E LO SPETTRO DELLA DISOCCUPAZIONE: PREVISTI 5 MILIONI DI POSTI IN MENO

DI FRANCESCA CAPELLI

Liberazione dalla fatica e dalla noia di mansioni ripetitive o minaccia a milioni di posti di lavoro? I robot ci trasformeranno davvero in uno stuolo di disoccupati? 
Nel 2017, il World Economic Forum di Davos ha stimato che per le 15 economie più sviluppate del mondo, Italia compresa, l’utilizzo massiccio dei robot comporterà la perdita di 5 milioni di posti di lavoro in 5 anni.
Non tutte le previsioni, però, sono così catastrofiche: per esempio, una ricerca della multinazionale di consulenza McKinsey invita a non farsi prendere dal panico. Dall’analisi di 830 lavori, emerge che solo il 5 per cento sarà completamente automatizzata nel giro di 10-20 anni. E in fondo l’invenzione della macchina a vapore ha permesso la rivoluzione industriale, anziché ostacolarla, e ha moltiplicato il numero dei posti di lavoro. Il punto è che non ha senso fare previsioni modificando una sola variabile, come se la società fosse un mondo cristallizzato e non un organismo in evoluzione. I robot faranno scomparire determinate mansioni, ma nel frattempo si creeranno nuove figure professionali, legate proprio allo sviluppo tecnologico.
Vero è che a rischio sono soprattutto le mansioni meno specializzate e meno retribuite, come quella della logistica, della grande distribuzione e dell’industria meccanica. Settori dove le macchine sostituiscono il lavoro manuale poco qualificato degli esseri umani e dove diventa più difficile formare una nuova professionalità in chi perde il posto. È qui che andranno previsti gli ammortizzatori sociali, a cominciare dal reddito di cittadinanza per le vittime della disoccupazione tecnologica. Altra possibilità, avanzata mesi fa da Bill Gates, riguarda la possibilità di tassare il lavoro dei robot. La cosa può far sorridere, certo. Ma un robot non si ammala, non sbaglia, è veloce e non percepisce lo stipendio. Difficile fargli concorrenza anche per il lavoratore più stakanovista. Per questo, secondo Gates, l’unico modo per riequilibrare il mercato sarebbe far pagare, all’imprenditore, tasse sul lavoro equivalenti a quelle che pagherebbe un impiegato di pari mansioni.
Diverso è il caso dei robot usati in chirurgia, che operano con una precisione al micron impossibile per la mano umana, ma sono sempre manovrati da un medico. Si parla di macchine comparse in sala operatoria già a metà degli anni ’80. Il più famoso è il Da Vinci (nella foto), adottato da ospedali di tutta Italia, che funziona come estensione della mano umana, ma non possiede nessuna autonomia. È il medico che continua a decidere cosa fare e guida il robot da dietro uno schermo. Siamo insomma ancora lontani dalla possibilità di una macchina totalmente autonoma o addirittura in grado di prendere decisioni.