LA DEMOCRAZIA NEI DIALETTI DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

DI FAUSTO PELLECCHIA

Uno dei segnali più evidenti dell’attuale crisi politica è costituito dalla vaghezza delle connotazioni che contraddistinguono l’uso della parola democrazia. Qualche anno fa, Luciano Canfora ne ha tratteggiato l’origine greca, sottolineando come tutte le lingue – comprese quelle con una discendenza molto distante dalla lingua dell’Attica del sec. V a.C.- ne riciclano l’etimo, non essendoci alcun vocabolo equivalente nel loro codice linguistico. Ma, al tempo stesso, nel ripercorrere le fonti della genealogia politica della nozione di democrazia – dall’Atene di Pericle fino ai nostri giorni- Luciano Canfora avverte molto opportunamente: «La democrazia nella Grecia antica […] fu un fenomeno dai contorni non molto definiti e, inoltre, oggetto sin dal principio di contrastanti valutazioni e interpretazioni».  E tale è rimasta nel dibattito dei moderni a partire dalle tesi giacobine e filo-spartane dell’Abate Mably (1709-1785) – che opponeva uguaglianza e libertà-  e dalle obiezioni filo-ateniesi e antigiacobine di Benjamin Constant. (17671830) incentrate sulla salvaguardia delle libertà private.
Analizzando le diatribe polemiche dell’attuale campagna elettorale dalla prospettiva di questi illustri antenati della modernità, ci si accorge come le nozioni –concettualmente regressive e decisamente pre-politiche o im-politiche– intorno alle quali si sviluppa l’odierno dibattito sulla democrazia siano sostanzialmente due: a) la questione della competenza; b) la questione morale (l’ “onestà”) del ceto politico. Entrambe desumono la loro urgenza dalla centralità della “minaccia” o del “sogno” costituito dal M5S, che viene unanimemente pronosticato come il maggiore partito italiano.
Le critiche convergenti dei suoi antagonisti (il PD renziano e F.I dell’ex cavaliere Berlusconi) si appuntano infatti sulla “incompetenza” e sull’ impreparazione dei candidati pentastellati (comodo bersaglio per distrarre l’attenzione dai salviniani della Lega).  I due guru della neo-democrazia italiota insistono con acre sarcasmo sugli svarioni di lingua e di cultura storica in cui troppo spesso incorre Luigi Di Maio: allarme rosso sui congiuntivi e sulle guerre napoleoniche.  Ma il ragionamento che le sottende queste irridenti censure è profondamente anti-democratico: rispolvera le utopie regressive dei vecchi regimi liberali – quando il voto del grande proprietario terriero valeva cinque volte di più di quello del suo colono. Si tratta della cosiddetta “democrazia dei notabili”, recentemente riproposta dalla retorica anti-populista di Eugenio Scalfari che, in perfetta malafede, oppone l’idea “astratta” e irrealistica di democrazia popolare alla permanente e inossidabile realtà oligarchica della politica. In verità, il tema della competenza tende a ridurre drasticamente tanto la platea del voto attivo quanto quella del voto passivo, quasi che elettori e candidati debbano superare un esame preliminare di idoneità. Ma chi e come ne stabilirebbe i criteri? Ci sono forse prerequisiti curriculari tecnico-professionali, universalmente condivisi, per l’accesso alle cariche pubbliche? L’esperienza recente dei “governi tecnici” (Monti-Fornero-Passera) mostra a sufficienza come si possa essere illustri “bocconiani” e apprezzati studiosi di economia politica o competenti manager gestionali, e tuttavia mostrarsi alla prova dei fatti,  politicamente “inetti” o ancorati ad ideologie antidemocratiche.
Si è cercato invano di superare questa problematica con l’espediente delle elezioni “primarie”: ma si tratta, in ogni caso, di votazioni senza quorum, nelle quali prevale nettamente la percentuale degli astenuti. D’altra parte, per colmo di paradosso, proprio la crescita esponenziale delle astensioni nelle democrazie occidentali (e in quella italiana in particolare) è stata spesso interpretata dai compiacenti pennivendoli di regime come un segno di “maturità democratica”. Considerazioni, queste, che vorrebbero occultare una macroscopica evidenza: con l’aumento dell’astensione, il voto residuale tende a coincidere con quello delle “clientele”, legato agli interessi inconfessabili dei membri dell’establishment, mentre si assottiglia sempre più il voto libero e consapevole.
Toto coelo distante dalla “competenza” tecnico-specialistica, la capacità politica non può non essere conseguenza immanente alla stessa prassi comune, a partire dalla partecipazione attiva ai conflitti e alle problematiche che agitano il corpo sociale, attraverso le forme progressive della rappresentanza democratica dal basso (sezioni di partito, assemblee cittadine, regionali, parlamentari ecc.). Un buon politico è un leader “capace” (anche se tecnicamente incompetente) solo se sa intuire e prospettare soluzioni innovative e lungimiranti, se sa circondarsi di consulenti esperti che gli suggeriscano i cambiamenti normativi più opportuni ed efficaci ecc. L’argomento della competenza, al contrario, vorrebbe occultare il fatto che la democrazia non indica un ordinamento costituzionale, ma sempre e innanzitutto la situazione dei rapporti di forza delle classi sociali, tra i diritti dei cittadini e l’ambito dei poteri – palesi o occulti che siano. Nel villaggio globale nel quale abitiamo, ad esempio, esso sorvola sul contrasto tra gli interessi degli strati popolari e quelli delle oligarchie economico-finanziarie. L’ordinamento costituzionale può restare il medesimo, come in Italia dal dopoguerra ad oggi, mentre i rapporti di forza tra le classi sociali sono assolutamente, cioè politicamente, mutevoli. L’autentico curriculum del “buon candidato” dovrebbe dunque riguardare unicamente gli attestati del suo impegno pubblico all’interno del conflitto sociale nei diversi ambiti territoriali, cioè il significato e l’incidenza della sua partecipazione nello spazio delimitato dalla logica del confronto tra differenti istanze di intervento normativo.
Negli ultimi decenni, lo strumento per dirimere l’antagonismo sociale, rendendo irrilevante la volontà popolare, è stata la legge elettorale: Italicum, Porcellum, Rosatellum sono stati i canali della spoliticizzazione antidemocratica che hanno permesso ad una minoranza di sacrificare diritti e tutele collettive sull’altare di una governabilità sans phrase.  In questo modo, sono state scientemente distrutte le sedi territoriali dei partiti, vanificati i luoghi del dibattito pubblico, risolti nella chiassosa monotonia dei salotti televisivi. Gli equilibri di potere vengono oggi orientati da ristrette e insondabili nomenklature di partito (i “cerchi magici”), in ossequio alle deliberazioni segrete dell’alta finanza o agli ukase dei social blog di presunti capi “carismatici”. Da questi trampolini vengono catapultati sulla scena pubblica personaggi estranei a qualsiasi forma di militanza e di esperienza collettiva, prelevati piuttosto dal mondo dello spettacolo, sulla base degli indici di gradimento dei sondaggi.
Ma altrettanto retriva è l’idea “pseudo-giacobina” che l’onestà sia condizione sufficiente per essere un buon politico. La moralità pubblica e la moralità privata dovrebbero essere semplicemente le condizioni necessarie e irrinunciabili per essere un buon cittadino. Al contrario, la sublimazione dell’onestà a dote propriamente politica è piuttosto una mistificazione qualunquistica: si può essere cittadini moralmente irreprensibili, specchiati professionisti o integerrimi lavoratori, senza perciò pretendere, quasi per un privilegio ontologico, al rango di leader democratici. Perciò, non convincono né i sarcastici censori “liberal-conservatori” del M5S, né i suoi fanatici sostenitori che ne esaltano l’incorruttibile rettitudine – prima ancora della (o indipendentemente dalla) prova, politicamente decisiva, dei programmi e degli atti di governo. Eppure, già la storia più recente dovrebbe insegnare che si può essere moralmente inappuntabili e in buona fede, restando tuttavia pessimi attori politici e inconsapevoli fautori di svolte reazionarie.