L’OLOCAUSTO OLTRAGGIATO. DA POLONIA E CROAZIA VENTO ANTISEMITA

DI ALBERTO TAROZZI

Polonia e non solo sul fronte delle celebrazioni dell’Olocausto. Eventi e proposte che hanno suscitato inquietudine e indignazione.
Puntuale come sempre Ennio Remondino ci ha fornito le evoluzioni del governo polacco e la sua proposta di legge relativa all’Olocausto. La mossa finale, passata in parlamento e alla firma del Presidente, è stata quella di definire reato l’attribuzione alla nazione polacca di crimini contro gli ebrei.

La ragione? Il massacro degli ebrei polacchi (2milioni e 700mila su 3 milioni) va fatto risalire a tempi in cui lo Stato polacco aveva cessato di esistere e il Paese era sotto il totale dominio delle truppe naziste. Come dire che gli ebrei polacchi sarebbero morti nei campi di sterminio senza che nessun vicino o conoscente si macchiasse di collaborazionismo o, quanto meno, che questa collaborazione potesse essere addebitata alla nazione in quanto tale.

E’ dunque sufficiente l’avere perso la possibilità di esibire i simboli di uno stato nazionale, per assolvere un intero popolo dall’immane sterminio che si svolge sotto i suoi occhi?
Non solo. Come precisa Giovanni Punzo sempre su Remocontro, sono accertati i lineamenti di un episodio dal quale emerge una diretta responsabilità degli abitanti di un villaggio agricolo polacco, Jedwabne: è cioè dimostrato che, in quel paesino, prima dell’arrivo dei nazisti, sono stati trucidati dalla popolazione locale 350 ebrei, ritenuti di essere stati troppo teneri nei confronti dei precedenti occupanti sovietici. Dal 2000 un’inchiesta dell’Istituto nazionale della memoria polacca, come denunciato dallo storico Goldhagen, stabilì che il massacro era stato compiuto dai vicini di casa, a testimonianza di un antisemitismo diffuso nella Polonia rurale. Ma l’attuale governo nazionalista di Varsavia non se ne cura.
“Polacchi” sì forse, ma, ciò che conta, “Polonia” non lo devi dire e se la pensi diversamente rischierai di finire in galera. Vento gelido dunque sul tema dell’antisemitismo all’est, ma non solo in Polonia.

Conseguenze internazionali: Israele non si limita all’indignazione e parla esplicitamente di negazionismo, come dire “con noi avete chiuso”.

Da tempo, spesso affiancato all’anticomunismo e alla russofobia, si sono costituiti movimenti di estrema destra nei Paesi del Baltico. Non è russofobo, ma sicuramente non offre garanzie di antinazismo Orban in Ungheria, tanto da contaminare la vicina Austria. Inoltre un fenomeno allucinante di piccoli gruppi di giovani naziskin si registra anche in Israele, pare tra gli immigrati dalla Russia. Non sono certo lontane dalle stanze del potere, in Ucraina, forze che fanno riferimento a un passato di estrema destra, salvo poi essere contestati dagli stessi polacchi, che, pur non essendo ebrei, ne subirono le conseguenze durante la guerra. In Germania, area ex Ddr, vengono denunciati altri numerosi gruppi naziskin.

Ma il Paese che può essere messo su un piano istituzionale analogo alla Polonia è probabilmente la Croazia. Prova ne sia che la comunità ebraica croata, fortunatamente più numerosa di quella polacca, ha boicottato le celebrazioni ufficiali dell’Olocausto tenutesi a Jasenovac.
Causa principale: nei pressi del campo di sterminio di Jasenovac, dove, insieme a decine di migliaia (come minimo) di serbi, di rom e di comunisti, persero la vita oltre 10000 ebrei, si trova una targa con la scritta “Za dom spremni” (“Pronti per la patria”).

Ufficialmente celebra i morti della guerra di secessione dalla Jugoslavia degli anni 90, ma lo slogan e il simbolo sono quelli degli ustascia, i nazionalisti croati complici dei nazisti. Il premier croato di centro destra, Plenkovic, preso a sandwich tra l’indignazione internazionale e la presidente Kitarovic, ultranazionalista, dice che studierà la cosa, ma il rappresentante della comunità ebraica, Knaus, gli ha risposto a muso duro. Coi simboli degli ustascia a pochi km dal campo di sterminio nessuna celebrazione in comune.

Anche in Croazia, come in Polonia, le destre più o meno estreme al governo si difendono facendo prevalere la forma sulla sostanza. Il simbolo appartiene alla Hos (Guardia nazionale croata), gruppo legalmente riconosciuto. Pare che anche ai tempi della Jugoslavia il gruppo esistesse.
Peccato che distinguere le loro divise da quelle degli ustascia filonazisti non sia per niente facile. Per la cronaca ci cascò anche Pannella, negli anni 90, quando indossò quella divisa a testimoniare di stare dalla parte di Tudjman contro Milosevic e venne ricoperto dagli insulti dei serbi e non solo.

Non solamente Polonia, dunque. Il vento di destra di provenienza orientale, porta con sé il gelo della bufera e vede lugubri consonanze, tra nazione e nazione, a prescindere dalle differenze locali.

Anche in Vaticano se ne dovrebbero essere accorti: anche se l’episodio che riportiamo potrebbe essere frutto del caso o del volere della Divina Provvidenza, va segnalato che, subito prima di Natale, si fa si era manifestata una sorta di curiosa convergenza tra un presule polacco e la parte più conservatrice del clero croato della Bosnia Erzegovina. Monsignor Hoser, presule polacco, era stato incaricato dal Vaticano di riferire sulla situazione di Medjugorje, luogo della Bosnia croata, noto per le apparizioni periodiche di una Madonna che convincevano più Ratzinger di Bergoglio.
Al termine della missione Hoser se ne era uscito con forme di apprezzamento del culto praticato in quei luoghi che non risulta abbiano entusiasmato lo staff di Papa Francesco. Quelle di Hoser venivano definite opinioni personali e il commento conclusivo era, piuttosto, di “pensare al Natale”. Parole che parevano suggerite dallo stesso Pontefice in carica.

Natale è passato, altre ricorrenze sopraggiungono; speriamo solo che, nell’affrontare simili tragedie, non riaffiorino tragiche carnevalate, più o meno negazioniste, di ordine istituzionale.