SI DICHIARI IL “SULTANO” ERDOGAN PERSONA NON GRATA SUL TERRITORIO ITALIANO

DI MARISA CORAZZOL

(nostra corrispondente da Parigi)

Oggi la Turchia sta scegliendo di appoggiare il terrorismo jihadista per abbattere uno dei pochi esempi di alternativa politica, sociale e culturale all’iniquità del sistema capitalista. Il confederalismo democratico è basato sull’autogoverno, sull’emancipazione della figura della donna, sull’ecologia radicale, il rifiuto dello stato nazione e della violenza tra i popoli.

In effetti la Turchia di Erdogan sta attaccando un territorio a sè confinante perchè vuole ampliare il raggio d’azione del progetto di genocidio del popolo curdo.

Ora, poteva l’Italia sottrarsi a questa operazione politica che consiste nell’accogliere il satrapo turco come se nulla fosse? Poteva, potrebbe farlo qualora la priorità del nostro paese fosse, ad esempio, combattere lo Stato islamico in Medio oriente di cui la Turchia è il principale appoggio finanziario e logistico oppure favorire davvero progetti di autonomia democratica per le popolazioni mediorientali. Ma ovviamente, a dispetto, delle roboanti dichiarazioni le necessità sono altre. D’altronde l’Italia porta avanti una linea chiara da anni: in Medio oriente la democrazia si può solo esportare. È arrivato quindi oggi l’annuncio che, a dispetto di quanto inizialmente annunciato, durante il suo soggiorno Erdogan non incontrerà soltanto il pontefice ma anche le massime autorità del nostro paese, il presidente della repubblica Mattarella e il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, facendo così dell’Italia il primo paese europeo a stringere la mano insanguinata di Erdogan dall’inizio dell’attacco su Afrin.

D’altronde, il ruolo del nostro paese è noto da tempo, un predellino per levar dall’imbarazzo l’Unione europea e permettere di mettere un comodo piede nel consesso delle “nazioni civili” ai i vari presidenti impegnati a reprimere le popolazioni che vivono sul proprio territorio. Un ruolo riempito in questi ultimi anni, con competenza e passione, per riprendere due feticci della campagna elettorale, dal Partito democratico. Nel 2011 Matteo Renzi era il primo tra i capi di stato europeo che ha osato rompere gli indugi e invitare con tutti gli onori Abdel Fattah al Sisi. Il generale, fresco di colpo di Stato, arrivò a Roma nel novembre di quell’anno accompagnato da uno stuolo di imprenditori egiziani impegnati a stringere accordi commerciali con i loro omologhi italiani. Una parabola finita ieri a Port Said, con Al Sisi a tagliare il nastro al maxi-giacimento di gas Zohr alla presenza  di Claudio Descalzi: “Non dimenticherò mai la posizione dell’Italia che ci ha sostenuto tanto nonostante il caso Regeni” ha detto il generale.

L’Italia è il terzo partner commerciale turco, un legame rafforzato dalla Joint Economic and Trade Commission (JETCO), la conferenza economica italo-turca che si è svolta meno di un anno fa alla presenza del ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda. Gli interessi del grande capitale italiano spaziano dal mondo della finanza (una delle principali banche del paese, Yapikredi, è una partecipata Unicredit) al settore delle costruzioni (il terzo ponte sul Bosforo l’ha costruita l’azienda italiana, la Astaldi) senza contare il settore militare. È con gli elicotteri A-129 Agusta Mangusta prodotti su licenza Leonardo che l’esercito turco sta mitragliando in questi giorni Afrin e solo qualche giorno fa si è chiusa l’asta per una commessa da 500 milioni di dollari per nove aerei militari: tra le favorite di nuovo l’italiana Leonardo con i velivoli C-27J Spartan.

Nel silenzio assordante della società civile e della politica (ma d’altronde chi dovrebbe prendere parola? Luigi di Maio di ritorno dalla city di Londra per rassicurare i mercati? La sinistra PD capitanata da chi ha venduto Abdullah Ocalan alle autorità turche?) monta la mobilitazione dal basso contro la visita di Erdogan. Nonostante i 3500 agenti schierati a difesa del presidente turco e i salamelecchi delle nostre autorità, il 5 febbraio c’è chi sfiderà il sultano.

Ecco perché mai si potrà ammettere che i redivivi Hitler di qualsivoglia nazionalità vengano accolti come “degni Capi di Stato”, allorquando soltanto nello stringere quelle mani grondanti di sangue, dovrebbero tener presente l’insegnamento di Seneca: “La vergogna dovrebbe proibire, ad ognuno di noi, di fare ciò che le leggi non proibiscono”.