PAMELA VITTIMA DELLA CULTURA DELLA DROGA DENUNCIATA DA MASSIMO FAGIOLI

DI CARLO PATRIGNANI

La sua breve storia di vita non interessa: cancellata, annerita. Preme soffermarsi sulla fuga, sull’incontro con il pusher, sulla sua orrenda inumana fine: le indagini delle forze dell’ordine in corso richiederebbero ben altro atteggiamento che gli sproloqui e le invettive contro gli immigrati, come se la violenza fosse dei cattivi immigrati e i bravi italiani ne fossero immuni.

Pamela, 18 anni, finita nella comunità terapeutica Pars di Corridonia per vincere, come altri ragazzi e ragazze, la dipendenza dalla droga, era una ragazza piena di bellezza, di energia e di fragilità, ha raccontato Josè Berdini il responsabile della comunità e l’assistente sociale, Francesca Fuscelli, ha aggiunto: aveva uno sguardo dolcissimo, un misto di rabbia e paura.

Sarebbe allora quanto mai opportuno e doveroso puntare i riflettori sul perchè una bella ragazza sia potuta cadere nei tentacoli della letale droga e quindi nella rete degli spacciatori: di questo non vi è traccia nè nei servizi dei media nè nei pensieri della cultura e della politica vuota di valori umani.

E’ questa una grande irrisolta questione che riguarda particolarmente il mondo giovanile afflitto da quel disagio giovanile poco indagato che compare nel delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta quando c’è da far i conti fuori dalle mura domestiche con un altro mondo: la scuola, la scoperta dell’altro sesso, la società, i nuovi rapporti.

Ma cos’è il disagio giovanile e perchè un ragazzo o una ragazza dovrebbero finire nel giro infernale delle letali sostanze stupefacenti?

Vent’anni fa, tra gennaio e febbraio ’98, lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, su questo scottante fenomeno ha aperto uno squarcio di luce con risposte rivoluzionarie che, approfondite nel tempo, sono oggi l’asse portante di una scuola di pensiero che si occupa di adolescenti e giovani ed ai quali la rivista di psichiatria e psicoterapia Il Sogno della farfalla (L’Asino d’oro edizioni) ha dedicato interamente il primo numero del 2018.

Da indagini fatte sui giovani dai 15 ai 25 anni uscirebbe fuori un’immagine di giovane, di adolescente, depresso, insoddisfatto…Lei la condivide?

Credo proprio di no […] il disagio della gioventù moderna c’era dai tempi dell’impero romano, c’era fra i clerici vagantes nel Medioevo e nel Rinascimento, del disagio della gioventù moderna è pieno tutto il romanticismo col Giovane Werther e Jacopo Ortis, Foscolo, e lo Sturm und Drang, il romanticismo della fine del Settecento. C’è stato sempre il discorso del disagio, che è assolutamente fisiologico, perchè la persona che da dodici, tredici, quattordici anni deve passare all’età adulta attraversa tutta una situazione di problemi, di conflitti, attraversa anche una modificazione della situazione fisica notevole. E se questo continua beato a sorridere dalla mattina alla sera, è soltanto un idiota. Non capisco…adesso, che venga fuori il discorso che i giovani hanno oggi queste difficoltà, per cui sarebbero depressi eccetera, eccetera..sono stati sempre depressi, e guai se non lo fossero stati! Cioè che uno affronti la propria situazione di ricerca, di cambiamento interno, di sviluppo di una realtà psichica, che ricerchi una realizzazione di un’identità che comprenda l’uno e l’altro è una cosa obiettivamente difficile; è obiettivamente difficile perchè la cultura non lo aiuta per niente, perchè la cultura dice “prenditi l’ecstasy, prenditi la pilloletta, prenditi l’antidepressivo, il Librium, il Valium”, non gli dice di fare ricerca. Perchè questo è giusto: che tu ti faccia delle domande, che tu ti ponga dei problemi, che tu non viva in maniera assolutamente indifferente le cose che succedono. Il mondo non è il paradiso terrestre e quindi che ci sia una situazione di cosiddetta depressione non ci vedo niente di strano. Chiaro, insisto, non deve diventare patologica con quei sintomi precisi per cui a un certo momento il rallentamento arriva a livelli tali per cui uno non si muove più, non fa più nulla, quelle sono sintomatologie precise: di interesse e di competenza prettamente psichiatrica.

E ancora: […] la storia che non va non è la cosiddetta depressione, tristezza…non so, fatta di insoddisfazione, di esigenze non realizzate, che potrebbe portare invece a una ricerca, a un lavoro, a cercare rapporti interumani, a cercare di darsi un perchè, una spiegazione. Corrono immediatamente all’ecstasy, forse il termine è indicato per indicare questa droga che pare sia pericolosissima. Perchè? Perchè vogliono subito la felicità, la felicità che si traduce in uno stato di intossicazione maniacale…Mentre magari la felicità è una ricerca fatta con altri esseri umani, con persone più o meno intime o gruppi di amici, e non darà l’euforia, però è un modo di vivere, è uno star bene molto maggiore che non le altre situazioni cui accennavamo.

In merito all’uso delle sostanze stupefacenti: perchè secondo lei si arriva alla droga soprattutto in età precoce, intorno ai 13-16 anni?

Non è facile dire come ci si arriva alla droga. Certo che questo problema è il punto cardine in cui si tocca la psichiatria, anche se non in maniera manifesta. E’ semplice e banale parlare di disagio più o meno giovanile, di depressione, di angoscia: non è invece facile dire quand’è che tutte queste cose arrivano a toccare un quadro sintomatologico preciso per cui rientrano nelle definizioni psichiatriche. Che sotto all’assunzione di droga ci siano queste cose, dall’angoscia alla depressione, è chiaro; il fatto poi che molte persone, pur essendo depresse, pur essendo angosciate, pur avendo difficoltà, non arrivano alla droga ed altre sì, può dipendere dall’ambiente familiare-culturale che frequentano, per cui vengono più o meno spinte in un senso o nell’altro. Mettersi a fare un discorso su situazioni specifiche a questo o a quell’altro a me pare un discorso di lana caprina, non c’entra niente. Io punterei sul fatto culturale-sociale.

Le sostanze stupefacenti con l’insorgenza delle malattie mentali non c’entrano nulla: se dovesse imbattersi in un ragazzo o in una ragazza che o sono caduti nella rete della droga o comunque ci gravitano attorno, che cosa si sentirebbe di dire loro?

Se ci gravitano attorno, sì; se ci sono già caduti, dire qualcosa non serve a molto. Ci sono tutte le comunità di recupero dei drogati, più o meno positive, più o meno fatte bene, che riescono a fare un certo lavoro di questo genere; ma quando uno c’è caduto è difficile tirarlo fuori perchè c’è il discorso dell’assuefazione. Non solo assuefazione: c’è che le condizioni psichiche che lo hanno portato a questo rimangono anche se si riesce a togliergli la droga; quindi bisogna affrontare questo genere di problema. Se sono persone che ci gravitano attorno alla cosa, e quindi si tratta di una profilassi, di evitare che ci cadano, allora gli farei un discorso culturale in cui direi anche che è proprio la cultura che va accusata e modificata: perchè quando c’è un’impostazione psichiatrica per cui il disturbo dipende dalla droga, c’è un discorso preciso di favorire la droga. Quando si dice che lo psicofarmaco cura, quando si dice che la malattia è organica ecc., questo è un elogio alla droga. Il messaggio è proprio questo: è la droga che vi rende sani e felici come vi rende malati ed infelici, il che è completamente falso. Il discorso dell’essere sani e felici o viceversa malati ed infelici dipende dalla ricerca dei rapporti interumani, dipende dalla ricerca su questa nostra realtà psichica […] è proprio il concetto di malattia organica, è proprio la cultura della droga, per cui è con la droga che noi potremmo risolvere problemi di depressione. Questa è chiaramente la cultura della droga. Si tratta di lottare contro questa cultura per evitare che poi i ragazzi diano retta a questi psichiatri, e allora dicano: io mi curo e prendo la droga, ovviamente.