LA STRATEGIA NUCLEARE DI TRUMP: DALLA CATASTROFE TEORICA A QUELLE REALI

DI ALBERTO TAROZZI

Era l’ottobre del 1961 e Donald Trump aveva solo 15 anni, quando l’Urss di Kruscev fece esplodere, nel più alto dei cieli, una bomba atomica di 50 megatoni, la bomba Zar.
Si disse allora che la potenza mostruosa di quell’ordigno si inseriva in una strategia di deterrenza tra sovietici e statunitensi, poi definita equilibrio del terrore.
Stava infatti maturando, negli arsenali delle superpotenze, il requisito dell’overkill: l’essere cioè in grado di far saltare in aria l’intero pianeta, reiterate volte. Tanto per fare reciprocamente intendere al nemico che la guerra non sarebbe stata più un gioco tradizionale a vincere/perdere., ma un perdere/perdere da annichilire entrambi i contendenti.

Un modo come un altro, come disse qualcuno che amava i paradossi, di costruire la pace come unica alternativa a una guerra inaccettabile alla ragione umana.
Non tutti ne furono convinti. Perché, in un mondo carico di imprevisti, come quelli cui fummo effettivamente prossimi, non si poteva escludere che qualcuno, per errore, potesse premere quel fatidico bottone rosso che avrebbe scatenato la catastrofe.

Col passare del tempo, che vide un appannamento del bipolarismo mondiale e il declino del così detto Impero sovietico, la strategia della denuclearizzazione e dello svuotamento degli arsenali nucleari si cominciò a sostituire a quella dell’equilibrio del terrore e anche l’amministrazione Obama compì i primi passi in quella direzione.
Forse è anche a causa di tale fattore, vista la costante ostinazione di Trump a muoversi in direzione opposta a quella del suo predecessore, che gli arsenali nucleari statunitensi si riaprono oggi per vedere crescere e moltiplicarsi bombe atomiche di dimensioni più ridotte, pronte al decollo grazie a missili, sottomarini e bombardieri nuovi di zecca.
Non è una deterrenza nel senso tradizionale del termine. La superbomba che terrorizza, ma che può anche spingere ad evitare giochi proibiti è sì nei programmi di Mosca, dove pare si trovino pronti all’uso droni-sottomarini non riconoscibili dalla difesa nemica e dotabili di bombe da ben 100 megatoni.
Gli Usa invece sembrano puntare su ordigni di dimensioni ridotte, si parla di un Kilotone, 1/17 di quelle scaraventate su Hiroshima e Nagasaki. Quelle già da tempo definite bombe di “teatro”, e predisposte per azioni di raggio limitato.

Quasi-“innocue” al punto che anziché esibirle soltanto le si potrebbero pure usare.
Tranquilli, paiono dire al Pentagono, anche se le si dovesse utilizzare provocherebbero rappresaglie proporzionate ai loro effetti e le vittime assommerebbero a qualche decina di migliaia al colpo, o poco più. “Piccoli” ordigni che potrebbero essere sparati con la disinvoltura di normali proiettili di artiglieria.
Al terrore supremo di quel 1961, cui difficilmente avrebbe potuto seguire qualcosa, si sostituisce una paura in tono minore. Una sorta di riduzione del danno, ipotetico e teorico, di mezzo secolo fa, cui però potrà più facilmente subentrare una serie di catastrofi locali senza rimorsi, dai lineamenti più contenuti, ma dai contorni ferocemente reali.
Destinazione Corea del Nord e Iran, ma anche Cina e Russia sono state avvertite.
I primi a risentirsi, oltre ai diretti destinatari del messaggio, gli alleati giapponesi, che Hiroshima e Nagasaki non le dimenticano.

Che sia solo l’inizio non lo sappiamo, ma se lo fosse sarebbe anche, con tutta probabilità, l’inizio della fine.