THE POST. UN INNO ALLA LIBERTÀ DI STAMPA PERFETTO SU CARTA

DI COSTANZA OGNIBENI


Chi ha visto e apprezzato il pluripremiato Il caso Spotlight, chi si è entusiasmato per le vicende dei giornalisti che hanno indagato sugli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti dell’arcidiocesi di Boston; chi ha vissuto solo per un momento la passione che misero su quell’indagine, accompagnata dall’adrenalina che scaturiva ogni volta che trovavano una nuova tessera del mosaico e dal timore per ciò che avrebbe significato pubblicare quell’inchiesta, ecco, chi ha provato tutto questo, per poter apprezzare l’ultima pellicola del mostro sacro del cinema hollywoodiano Steven Spielberg, deve avvicinarcisi con tutt’altro spirito, e mettersi comodo in poltrona con la consapevolezza che vedrà qualcosa di completamente diverso.
Eppure, entrambi i film si presentano come un inno alla libertà di stampa; entrambi trattano la vicenda di giornalisti impegnati in un’inchiesta scomoda e rischiosa quanto necessaria, entrambi portano il nome di Josh Singer sotto la voce “sceneggiatura”.
Ma hanno un impatto completamente diverso, dovuto principalmente a una profonda differenza di prospettiva: se il primo offre il punto di vista del giornalista impegnato, totalmente devoto alla causa, implacabile nella sua ricerca e guidato da un “fuoco” che lo conduce fino al fondo delle proprie indagini, nel secondo abbiamo a che fare con qualcosa di più vasto, un vero e proprio conflitto tra stampa e potere, dove i giornalisti diventano dei semplici ingranaggi di una macchina assai più complessa, guidata da meccanismi spesso imperscrutabili.
La vicenda narrata è quella del Washington Post tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, quando furono pubblicati dal New York Times i Pentagon Papers, i segretissimi documenti del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sulle strategie politiche adottate dal governo nella guerra in Vietnam. Un’inchiesta bloccata sul nascere dalla corte suprema e che in seguito il Washington Post, guidato dall’editrice Katharine Graham (Maryl Streep) fiancheggiata dal direttore Bran Bradlee (Tom Hanks), si chiese se era il caso di proseguire.
Lo spunto è interessante, il trio Spielberg – Streep – Hanks alza ulteriormente le aspettative, eppure The Post sembra non decollare: impeccabile nella ricostruzione delle ambientazioni; ineccepibile in una riproduzione dei costumi che potrebbe fare il paio con quella della pluripremiata serie Mad Men, per non parlare delle magistrali interpretazioni degli attori, tra cui spicca un’inesorabile Maryl Streep che si aggiudica la sua ventunesima candidatura all’Oscar, la pellicola che narra le vicende di un giornale rimane perfetta “su carta”. Osservando il film in filigrana, si coglie una freddezza di fondo che anche agli attori più bravi non consente di bucare lo schermo. È Katharine Graham la vera protagonista dell’opera, insieme a una società paternalistica da cui si sente schiacciata e alla quale dovrà ribellarsi, pena il fallimento come donna e come editrice del secondo quotidiano più importante dell’epoca. Assisteremo alla sua iniziale insicurezza, al suo sentirsi continuamente fuori posto – e in fin dei conti per gli uomini dell’epoca lo era – e poi alla sua crescita e presa di consapevolezza. The Post, in questo senso, più che un inno alla libertà di stampa, si presenta come un inno alle donne, e diviene attuale, se si pensa a quanto emerso negli ultimi mesi all’interno del firmamento hollywoodiano. Ma, senza nulla voler togliere a una vicenda che di attenzione ne ha avuta sin troppa, in questo modo ci si allontana palesemente dalla decantata ode alla libertà di stampa, e la vicenda dei Pentagon Papers diviene quasi marginale rispetto a quanto si vuole realmente far emergere. E si finisce con il perdere di vista l’oggetto della trama, riducendolo a banale strumento di veicolazione di altri messaggi e svuotando di senso la figura del giornalista appassionato che rischia la propria pelle per un unico fine che è alla base della sua vocazione: il bisogno di verità.
Nell’urgenza dunque, di raccontare la rivalsa di una donna, nel bisogno di mostrare la società di un tempo, per certi aspetti neanche troppo diversa da quella odierna, si rischia di perdere il cuore del racconto: un inno alla libertà di stampa dovrebbe avere come protagonista la passione che conduce a quelle scoperte.