IL BRACCIALETTO ELETTRONICO E’ ANCHE COLPA DEL JOBS ACT

DI MARINA POMANTE

Le grandi polemiche e paure dei giorni scorsi sulla notizia che Amazon, il colosso della vendita on-line, abbia brevettato un braccialetto connesso wireless con gli articoli che gli operai prelevano dagli scaffali e li predispongono alle spedizioni, hanno scatenato in ambito politico e sindacale paure e allarmismo che, all’atto pratico si sono rivelate ingiustificate, almeno per il momento.
Le paure sono proprio sulle potenzialità presunte che il datore di lavoro o chi per lui, possa mediante questo bracciale, rilevare la posizione fisica all’interno del magazzino, degli operai e osservare come una specie di controllo alla 007 i movimenti di chiunque.
E’ chiaro che se questo fosse attuato, per i dipendenti Amazon non sarebbe facile appartarsi o rallentare il ritmo di lavoro o semplicemente andare in bagno, senza che i loro movimenti venissero registrati dalla “stanza dei bottoni”. In effetti, non ha nulla da temere, un operaio che svolge il suo lavoro con la normale diligenza e senza tirare a fare il furbo, poco importerebbe a questo, se eventualmente fosse “spiato”, perché non ha nulla da nascondere! Ma le cose, anche volendole tollerare, non stanno così e non devono andare così.

Come recita l’articolo 4 della Legge 300/70 lo STATUTO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI, “È vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”.
Tale divieto viene meno solo nei casi in cui il datore di lavoro, per esigenze organizzative, produttive o di sicurezza del lavoro, intenda istallare nuove apparecchiature dalle quali possa derivare un controllo a distanza dell’attività lavorativa dei dipendenti, in questo caso è necessario l’accordo con le organizzazioni sindacali oppure l’autorizzazione delle articolazioni locali del Ministero del Lavoro territorialmente competenti.

Almeno questo è quanto era previsto PRIMA che lo Statuto dei Lavoratori, subisse la riforma voluta dal Governo Renzi, che, se tutti ne ricordano l’abolizione dell’articolo 18, a molti è sicuramente passata in secondo piano la notizia che anche l’articolo 4 è stato riscritto, abolendo in buona sostanza tale divieto.
La materia trattata dal vecchio art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, è adesso contemplata nell’art. 23 D.Lgs 151/2015 e recita così:
1. Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela aziendale (<– la novità ) e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese produttive ubicate in diverse provincie della stessa regione ovvero più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo, possono essere installati previa autorizzazione della sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro o in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali, della sede centrale dell’Ispettorato nazionale del lavoro.
1. I provvedimenti di cui al terzo periodo sono definitivi  (<– la novità)
2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze (<– la novità)
3. Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione sulle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196  (<– novità)

Facciamo una considerazione:
Cosa si intende per “patrimonio aziendale”?
In base ad una INTERPRETAZIONE ESTENSIVA: non solo patrimonio, beni aziendali, ma anche le prestazioni rese dai lavoratori. Esiste quindi il rischio della legittimazione del controllo a distanza indiscriminato?
Se si considera invece una INTERPRETAZIONE RESTRITTIVA: riguarderà solo i beni aziendali, compresi quelli immateriali, come Knowhow, immagine, ecc…

E’ importante sapere che adesso il datore di lavoro ha la possibilità di utilizzare le informazioni raccolte attraverso l’attività del potere di controllo per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro.
E questo può avvenire quando vengono rispettate le due condizioni che seguono:
1. I lavoratori devono essere informati sulle modalità con le quali devono essere utilizzati gli strumenti in dotazione e le modalità con le quali si eserciterà il controllo.
2. Dev’essere sempre rispettata la normativa in materia di privacy (decreto legislativo n. 196/2003).

Come si è evidenziato quindi, il pericolo di un controllo sui lavoratori, piuttosto che sul lavoro, è di fatto potenzialmente possibile, sia che venga operato con braccialetti o con qualsiasi altro dispositivo, purché sussistano le condizioni che ne giustifichino l’ntroduzione e appare evidente, che la giustificazione è già implicitamente descritta nel nuovo articolo 23 del D.Lgs 151/2015.
Non si intende fare polemica politica ma, gli interrogativi sulla condotta di un Governo che ha saputo ridisegnare un diritto dei lavoratori in questo modo, sono molteplici… Potrebbe forse essersi trattato di un “errore” di valutazione o di semplice “trascuratezza” nel non prevedere l’apertura che si offriva in questo modo al datore di lavoro, beh sono cose che possono accadere… E infatti sono accadute!
Solo che adesso le colpe, se di colpe si vuol parlare, non dovrebbero solo ricadere sull’azione del Governo, ma ci si comincia a domandare da più parti, come mai le organizzazioni sindacali, che ora gridano allo sdegno, non fossero indignate prima dell’approvazione della revisione della Legge, certamente i sindacati erano molto concentrati sull’abolizione dell’art 18 ed infatti tutti ne ricorderanno le battaglie (per nulla sanguinose…) portate avanti dal mondo sindacale, ma poi come si dice? “ubi maior minor cessat” e maior fu il Governo.

Anche il giuslavorista Vincenzo Martino, vicepresidente dell’associazione Agi (associazione dei giuslavoristi italiani) Evidenzia le responsbilità della riforma del Jobs Act: “Con la vecchia formulazione dello Statuto dei lavoratori una cosa del genere sarebbe stata fuori discussione. Il Jobs Act, con un intervento mirato, ha depotenziato le tutele e spianato la strada a questi comportamenti da anni bui”

E’ proprio di Vincenzo Martino, la considerazione sulle ipotesi che vedono protagonisti i politici, tali ipotesi sono incentrate sulle possibilità che derivano dall’introduzione del braccialetto elettronico per la guida della ricerca degli articoli sullo scaffale, tale strumento potrebbe consentire ad Amazon, il monitoraggio dei movimenti degli operai.
Secondo il vicepresidente Agi “non ci sono dubbi sul fatto che senza la modifica legislativa fatta con il Jobs Act non si sarebbe nemmeno posto il problema: uno strumento del genere non sarebbe stato ammissibile”. Esprimendo inoltre critiche a Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, che invece sostiene che “il Jobs Act non autorizza i controlli a distanza”, Martino, prosegue poi il suo commento con un esplicito quanto ironico: “Ma siamo in campagna elettorale…”

Poletti nei giorni scorsi ha avuto un incontro con una delegazione di Amazon guidata dal vice president european operations Roy Perticucci e si è limitato a farsi spiegare “le dinamiche, le relazioni interne all’azienda e le specificità dei modelli organizzativi”.
Non ci sono note su eventuali approfondimenti sul braccialetto o su eventuali richieste sull’intenzione di Amazon di usarlo. Dall’incontro è emersa una dichiarazione di “disponibilità a riprendere il dialogo con le organizzazioni sindacali a livello territoriale”. Il colosso della vendita on-line dopo l’iniziativa dello sciopero del Black Friday a dicembre, aveva interrotto i rapporti coi sindacati.

Viene da ipotizzare che se tale brevetto fosse “allargato” a qualsiasi altra multinazionale o comunque ad altre aziende che ne volessero considerare l’uso, si arriverebbe sul serio ad una regressione dei diritti dei lavoratori, che si troverebbero ad essere controllati in ogni movimento. Queste ipotesi, anche se per ora ancora ad uno stato embrionale, andrebbero immediatamente ostacolate, con Leggi correttive o mirate alla tutela del lavoratore e chi se ne dovrà far carico saranno (o sarebbero) proprio le organizzazioni sindacali, che anche in questa fase, lasciano aperto l’interrogativo di molti, che si stanno chiedendo dove fossero appunto i sindacati, quando si trattò di porre argine alla riforma. La loro azione contraria in special modo alla cancellazione dell’art.18, deve forse averli distratti da altri elementi che oggi sono balzati in testa nella scala delle preoccupazioni…

Per il ministro dello sviluppo, Carlo Calenda, in Italia i braccialetti elettronici al polso dei lavoratori “non ci saranno mai”, lo stesso Calenda in una breve intervista video, trasmessa dai vari TG, dichiara con toni scherzosi, sdrammatizzando, che gli unici braccialetti che gli italiani metteranno al polso, sono quelli della nostra gioielleria.
Da queste dichiarazioni, emerge chiara la posizione del ministro, nell’ambito dei controlli sui lavoratori e c’è da auspicare che tale atteggiamento non sia frutto solo un discorso di facciata politica, ma un reale convincimento e che come tale coinvolga tutte le forze politiche.

Decisamente più aspro il commento del candidato premier M5S Luigi Di Maio: “Se in Italia si possono mettere dispositivi sui lavoratori per controllarli è grazie al Jobs act”, che “permette a aziende anche partecipate dallo Stato di mettere chip nelle scarpe dei lavoratori”.
Lo sfogo di Di Maio, non appare affatto come un’allarmismo isterico e trova conferma proprio nella “riscrittura” dell’ormai ex art. 4 ad opera del D.Lgs 151/2015, anche se, per adesso si parla solo di potenzialità che questo possa accadere. E’ anche ovvio che con tale espressione, il Leader pentastellato, abbia voluto portare un giustificato attacco al Governo Pd che ha fortemente voluto tale riforma.

“Già ora lo fanno attraverso gli strumenti aziendali come computer, tablet e cellulari”, “Con il braccialetto cambia poco” è il commento alla vicenda di Aldo Bottini, giuslavorista partner dello Studio Legale di Diritto del Lavoro e Sindacale, Toffoletto De Luca Tamajo.

MA ESISTE UN REALE VANTAGGIO PER IL LAVORO?
E’ solo una “scusa” accampata da Amazon, quella del miglioramento del lavoro grazie all’uso di questi braccialetti o realmente l’azienda può dimostrare il vantaggio da essi derivato?
L’azienda spiega che: “Muovendo le attrezzature verso i polsi dei dipendenti, le mani vengono liberate dall’utilizzo degli scanner e gli occhi non devono più guardare lo schermo”. Vantaggi quindi che, oltre a riperquotersi sul lavoro, riguarderebbero anche gli operai.
Sul sito GeekWire, viene descritto il sistema elaborato da Jeff Bezos. I dispositivi, sempre connessi, indicano in tempo reale se lo staff stia eseguendo i giusti passaggi per evadere un ordine dopo l’altro il più velocemente possibile, inviando ai polsi dei lavoratori delle vibrazioni per indicare eventuali errori.
Quello che quindi nasce come uno strumento accessorio dell’azienda per ottimizzare il lavoro, non parrebbe però avulso ad un metodo per la sorveglianza dei lavoratori.

Secondo una nota di Amazon che ha definito le polemiche come “speculazioni fuorvianti”, viene assicurato che se in futuro questa innovazione dovesse essere adottata, lo sarà rispettando le Leggi e le Normative che regolamentano la materia ed il solo obiettivo sarà quello di migliorare il lavoro dei dipendenti.

Non sempre le innovazioni tecnologiche hanno portato reale vantaggio ai lavoratori, solitamente tutti i cambiamenti introdotti, incrementano produzione e produttività e talvolta solo apparentemente offrono al lavoratore una concreta qualità migliore della vita in azienda, spesso dopo una sperimentazione della novità, gli entusiasmi della prima ora, vanno affievolendosi poiché ci si rende conto che per ottenere un vantaggio, si è dovuto pagare un prezzo di maggiore importanza. Naturalmente non accade spesso e quando capita, il più delle volte si applica una retromarcia e si torna al “meno peggio” o si modificano i termini dell’innovazione.
In taluni casi, Il sindacato si fa garante delle ragioni dei lavoratori e va a perorarne le rimostranze, ottenendo spesso che le modificazioni abortiscano prima ancora di essere attuate, in altre occasioni c’è una sorta di attendismo che trascina lentamente le cose che poi finiscono col subire una sorta di accomodamento che scontenta tuttavia gli operai.
In questo caso, complice una Legge “distratta”, abbiamo una prospettiva che se da un lato ci obbliga a dover ben sperare sulla correttezza dell’imprenditore, dall’altro ci informa che la macchina del tempo è evidentemente una realtà, perché il dover preoccuparsi di questa materia, ci riporta indietro di un paio di secoli.