LA LUNGA MARCIA DI ERDOGAN: DOPO IL VATICANO, BRUXELLES

DI ALBERTO TAROZZI

Ha origine lontane la lunga marcia di Erdogan, leader di un paese membro della Nato e però filo russo che oggi punta dritto verso Bruxelles, dopo avere visitato Roma.

Erede di una Turchia per tradizione alleata di Israele e paladina dell’Albania fino dai tempi delle guerre nei Balcani, Erdogan ha impresso una scelta autoritaria al proprio governo che avrebbe ostacolato la Turchia nel suo ingresso nella Ue, parecchi anni fa dato come vicino da parte di chi ne aveva apprezzato i servizi forniti all’Occidente e a Israele.

Ma Erdogan non ha mai dimenticato di gestire il suo potere su due differenti piani, tra di loro strettamente collegati, quello internazionale e quello interno. E sul piano interno non poteva certo consentire a quella moderazione di toni richiesta dai suoi alleati, che avrebbe significato moderazione in una repressione delle opposizione interne e della popolazione curdo-turca che ha da sempre costituito il pilastro della sua strategia autoritaria e militaresca.

Una marcia ininterrotta la sua, anche se non sono mancati i cambi di direzione.

Filo israeliano di ferro, inizialmente, e dunque nemico acerrimo di Hezbollah e palestinesi, tanto da proseguire nella politica di barrage di fiumi che avrebbero potuto consentire il rifornimento idrico alle retrovie palestinesi in Siria, diventa complice dell’Isis, col caloroso sostegno di Hillary Clinton, quando decide di usare le maniere forti contro un Assad che di schierarsi contro l’Iran non ne vuole sapere. Le truppe Isis utilizzano infatti un corridoio gentilmente messo a disposizione da Ankara, ai tempi in cui terrorizzano mezzo mondo con efferati crimini di guerra, solo saltuariamente mascherati da opposizione democratica del regime siriano.

Acerrimo nemico di Mosca dunque e con qualche coltello dalla parte del manico nelle sue relazioni con la Ue. Oltre al costituire il partner per affari tutto sommato lucrosi la Turchia si propone come argine ai profughi siriani e di altra provenienza diretti sulla rotta dei Balcani nella Ue, verso la Germania soprattutto. Qui deve agli schifiltosi governi Ue il fatto di poter trattare da pari a pari con Berlino e con una Merkel lasciata debole e sola dai suoi partner europei. Ne ricava soldi a palate per la costituzione di campi lager di filtraggio ai profughi, senza nemmeno la garanzia delle più elementari regole umanitarie da parte di istituzioni internazionali lasciate completamente fuori gioco.

La strategia di Erdogan, nemico di Mosca al punto di abbatterne un aereo sconfinato non si sa di quanto, soffre però di una carenza: lo colloca dalla parte dei perdenti. E quando Putin scende in campo in Siria e sbaraglia gli amici della Nato, rischia di restare col cerino in mano: con l’Isis a braccetto, di cui tutti ormai si vergognano, e coi nemici curdi benvoluti ormai da mezzo mondo perché fondamentali nell’abbattimento dello Stato islamico.

Qui subentra però un’inversione di marcia, agevolato da un tentativo di golpe nei suoi confronti, segnato probabilmente dall’essere made in Usa, anche se talmente stupido da lasciare ipotizzare che lui stesso lo abbia agevolato. Il golpe più cretino è infatti quello che fallisce, perché non solo non consegue gli obiettivi, ma rafforza il nemico.

Erdogan non solo si rafforza, ma prende spunto per un suo poderoso giro di valzer.

Diventa grande amico di Putin, che qualche aiutino contro i golpisti pare averglielo dato, e diventa nel contempo, membro di un Paese Nato fondamentale pure se alleato di Mosca. Mal visto dai sostenitori delle politiche per i diritti umani, ma lasciato libero nella repressione dei curdi. Forte di un’immagine autoritaria, ma da tenere buono per controllare i flussi dei profughi.

Non poteva mancare, in questo quadro, il tocco di classe di Donald Trump: con la sua sviolinata a Israele a proposito di Gerusalemme capitale che determina una spaccatura anche tra gli alleati europei, è facile per Erdogan ricostruirsi una quasi-verginità coi palestinesi, di cui nel nome dell’islam, diventa paladino, sfruttando la debolezza della memoria di qualche suo interlocutore. Non è da escludere un suo affacciarsi sulla sponda africana, dove la confusione è tale che chi, come lui, rimesta nel torbido, avrebbe certo modo di trovarsi a suo agio.

A questo punto più o meno tutti gli debbono dare ascolto, chi per ragioni economiche, legate alla sua potenza commerciale, chi per ragioni geopolitiche, in virtù di quanto abbiamo descritto. L’unico sbarramento al suo dilagare sono adesso le ragioni di tipo etico. Per questo, prima di Bruxelles, ha tentato lo sdoganamento in terra infedele come il Vaticano.
Che gli sia andata del tutto bene non è ancora detto.
Certo che adesso, con le opportune, per lui, modifiche di rotta, la marcia procede, con mille ringraziamenti alla stupidità degli amici americani.

Dove arriverà? Un posto nella Ue non è al momento garantito e forse è mirato più per ragioni di prestigio che per le sue ricadute concrete di breve periodo.

Certo individuare chi al momento sia in gtado di ridimensionare le prospettive del Sultano è tutt’altro che facile.