M5S, NUOVA TEGOLA SUL CASO GARAVELLO

DI MARCO MILIONI

La vicenda del giornalista Ferdinando Garavello, incaricato di curare la campagna elettorale del M5S veneto in previsione delle politiche del 4 marzo è finito sui quotidiani di mezza Italia. Il suo suggerimento ai candidati di cercare «tutto quello che può servire a fare campagna negativa su di loro» è stato commentato in modo molto vario su tante testate: a partire dal Gazzettino, che ha dato per primo la notizia, passando al Fatto, al Corsera, a Padova24ore e a Vvox.it, tanto per citarne alcune. Allo stesso tempo la notizia ha suscitato malumori anche in seno al M5S.

Tuttavia il caso è caratterizzato da un preambolo che fino ad oggi non era mai emerso e che potenzialmente porta con sé conseguenze politicamente ben più gravi di quelle distillate sino ad oggi nell’agone veneto. È il 13 gennaio. All’hotel Best Western di Quinto nel Trevigiano si riuniscono gli aspiranti candidati pentastellati veneti alle politiche. La riunione è introdotta da Jacopo Berti, capogruppo del M5S alla Regione Veneto (in foto a destra, al centro illeader del M5S Luigi Di Maio) e feldmaresciallo della campagna per le politiche. Berti poi la palla passa a Garavello che lancia due messaggi molto precisi: uno, i candidati non devono rilasciare dichiarazioni a stampa e tv; due, se qualcuno fa il furbo e passa sottobanco qualche informazione sarà smascherato grazie alle entrature dello stesso Garavello vanterebbe presso la stampa.

La registrazione della riunione che chi scrive ha potuto ascoltare parla chiaro ed in esclusiva è a disposizione dei lettori di Alganews.it. Gli ordini di Garavello sono perentori: «… Seguire in modo pedissequo le regole che vi sono arrivate dieci giorni fa… sulla stampa e in Tv non si parla… non si rilasciano dichiarazioni fino a nuovo ordine… zero assoluto… sulla stampa e sulle Tv non vogliamo vedere niente… non parlate voi, ma parla chi può parlare… gli eletti… chi di voi si è candidato per favore stia zitto». Arriva qualche applauso dall’uditorio. Poi il decalogo prosegue con una considerazione che si rivelerà tanto azzeccata quanto politicamente infausta proprio Garavello: «… Per me sarà una rogna gigantesca questa… non facciamo fesserie in questo momento che è delicatissimo…».

Poco dopo dalla platea arriva una obiezione: «Ferdinando, tu sai bene… Noi non possiamo governare quello che esce dalle redazioni». Appersso la replica dello stesso Garavello al quale viene tributato un altro applauso: «Siete voi che non dovete parlare con la stampa… La stampa può fare quello che vuole… Però ragazzi, non nascondiamoci dietro ad un dito… Onestà prima di tutto, non posso io passarmi sotto banco o farmi l’articolo e poi dire eh mi dispiace». La sintassi zoppica, ma il responsabile della comunicazione si prende un’altra dose di applausi. E la prolusione continua col passaggio più delicato: «Se ci mettiamo la faccia bene… se cominciamo… i giornalisti parlano più di voi… io sono un giornalista, ci metto un quarto d’ora a venire a sapere chi ha raccontato una cosa piuttosto di un’altra. Non ho voglia di farlo perché son favori che poi si pagano… se io devo saperlo da un giornalista è un favore che poi devo rendere… non ho voglia di dover fare ‘sti giochetti… però ragazzi, un minimo di quel che si dice, onestà».

La maggior parte dei presenti appare soddisfatta, ma dai boatos seguiti nel movimento durante i giorni successivi la soddisfazione, almeno per alcuni, lascia presto il posto ai dubbi. È lecito comprimere fino a questo punto la libertà di espressione di un candidato? Garavello semplicemente millanta alcune entrature presso la stampa? O esiste una platea abbastanza vasta, specie tra i giornalisti veneti, disposta a rivelare le proprie fonti in cambio di una dritta succulenta da parte dell’addetto alla comunicazione di un importante movimento politico? Dalle voci che sono circolate poco dopo gli attivisti più smaliziati, in primis quelli che conoscono bene il mondo dei media, avrebbero capito bene «la criticità di quel passaggio». Tanto che pare che nei giorni a seguire i fedelissimi di Berti e del senatore padovano uscente Giovanni Endrizzi si siano domandati se il responsabile della comunicazione non avesse passato il segno.

Ma Garavello come commenta la vicenda e più in particolare i fatti del 13 gennaio? Li conferma? Li smentisce? Ritiene che quelle frasi siano riconducibili all’alveo della normale dialettica politica? In coscienza ritiene di avere pericolosamente lambito il limite previsto dalla legge, a partire dagli articoli del codice penale che sanzionano la compressione delle libertà personali? E da giornalista ritiene che quelle affermazioni possano indiscriminatamente etichettare tutta la categoria come un soggetto pronto a barattare alcuni princìpi in cambio di una dritta, di una notizia o di un mezzo scoop? Interpellato da chi scrive però il diretto interessato ha preferito non replicare. Rimane ora da capire se in merito ai fatti del 13 gennaio il gotha del M5S, sia a livello veneto, sia a livello nazionale, abbia assunto qualche decisione perché l’unica circostanza che non può essere negata è che in quell’occasione non fossero presenti un bel po’ di big tra i pentastellati regionali.