FORSE BISOGNEREBBE CAMBIARE I TONI, OLTRE CHE ABBASSARLI

DI GIULIO CAVALLI

Forse varrebbe la pena avere il coraggio di abbandonare la strategia dei tifosi opposti (che tanto premia in termini elettorali) e tornare al senso delle parole. E delle notizie.

Il dubbio è venuto proprio stamattina, leggendo l’articolo di un prestigioso quotidiano nazionale che racconta di un uomo che ha “un peso grande sul cuore”. Si legge nel pezzo: “Lui la conosce bene, quella ragazza. E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano. Malgrado il freddo intenso non porta i calzini. Il giorno si scalda lavorando nel campo attiguo alla casa, dove la mimosa è già in fiore. Lo assilla il pensiero che se solo avesse potuto immaginare la fine orribile che attendeva Pamela, di certo lui le avrebbe cambiato il destino. «È atroce, atroce», riesce solo a dire. «Credete forse che non ci pensi? Non bestemmiate, per favore…».” L’uomo al centro della pezzo (scritto con pomposa epica da rimorso esistenziale) è quello che ha comprato una prestazione sessuale da Pamela Mastropietro, la giovane ragazza morta a Macerata (le indagini stanno ancora verificando le cause della morte) e poi deturpata (in carcere c’è Innocent Oseghale oltre a un altro indagato).

Una sfumatura che diventa notizia, peraltro con una spolverata di pornografia e un inspiegabile pietismo verso un “cliente” della disperazione di una giovane ragazza, è solo l’ultimo atto di un deterioramento dell’etica giornalistica (e prima ancora politica) che sembra non comprendere la responsabilità di raccontare il Paese in un momento di estrema polarizzazione politica dovuta alla campagna elettorale. Se è vero che la “pancia del Paese” (definizione già di per sé discutibile poiché la violenza che ne deriva è azione tutta collegata a mani, armi, voci e scrittura) è già fortemente sollecitata da irresponsabili leader di partito che giocano a declinare la cronaca nera in politica, facendo di un (presunto) omicidio il paradigma di un Paese è altresì vero che già da anni una parte del giornalismo si è abbassata al ruolo di agitatrice di ideologie. Bisognerebbe “assicurare il più rigoroso rispetto, nell’ambito dei programmi di informazione e di intrattenimento, dei principi fondamentali quali il rispetto della dignita’ umana e la non discriminazione e a prevenire forme dirette o indirette di incitamento all’odio, basato su etnia, sesso, religione o nazionalità”, ha scritto oggi Il Consiglio dell’Autorita’ per le Garanzie nelle Comunicazioni. E di “abbassare i toni” hanno parlato molti esponenti politici.

Ma forse bisognerebbe cambiare i toni, oltre che abbassarli: varrebbe la pena avere il coraggio di abbandonare la strategia dei tifosi opposti (che tanto premia in termini elettorali e nei clic) e tornare al senso delle parole, lì dove un omicidio è un omicidio, lì dove una disperazione porta con sé il dovere di essere trattata con cura, lì dove un’ideologia incostituzionale non diventa un malessere da sventolare per demolire gli avversari, lì dove un prurito nascosto tra le pieghe di un dramma non viene esaltato per un po’ di pietismo, lì dove le vittime sono le vittime e non i carnefici, lì dove la richiesta di giusta pena non diventa la fame di vendetta, lì dove le strumentalizzazioni vengono prese per quel poco che valgono e non diventano suggeritrici degli editoriali.

Lì dove c’è il giornalismo, insomma.