A SCUOLA DI “GIORNALISMO” CON DOMENICO IANNACONE

DI RENATA BUONAIUTO

Un “cantastorie”, un “poeta”, un “esperto di emozioni”.
Lui non scrive o descrive gli eventi, ma li “racconta”, con i suoi silenzi, con quello sguardo sospeso, in attesa di un’emozione in più da regalare a quanti sono lì, magicamente catturati dagli eventi.
Quelle pause trasformano il tempo, fino a renderlo palpabile, perché con lui le “notizie”, non sono mai solo notizie. Ha la capacità di rendere centrale quello che ad uno sguardo sfuggevole, potrebbe apparire solo uno “sfocato” contorno. “E’ dalla periferia, che occorre partire, perché è anche lei parte del centro”.
Da una riflessione Aristotelica sul centro e la periferia, si sviluppa, il senso dei suoi viaggi.
Viaggi che lo hanno portato via da produzioni come “Ballarò”,”Presadiretta”,”Viva l’Italia”, dove la frenesia di un tempo televisivo, impediva la possibilità dell’ascolto, della comprensione, della metabolizzazione di un messaggio, che scivolava così senza lasciarne traccia.
Una separazione ed una scelta coraggiosa, condivisa con l’allora direttore Antonio Di Bella, al quale propose un programma tutto suo: “I dieci comandamenti”, una sorta di viaggio laico attraverso i comandamenti. Un’esperienza questa giunta oramai alla 6 edizione, durante la quale Domenico ha viaggiato nel nostro bel paese, per raccontarci la storia di persone, devastazioni, speranze, amori, coraggio, senza mai dimenticare che in quei “luoghi” ci sono persone e quelle stesse persone riempiono i “luoghi”, rendendoli per questo unici ed irripetibili.
Ha ascoltato da “testimone”, come ama definirsi, le loro emozioni, le paure, le speranze, senza mai essere invadente, senza giudicare, senza forzare il loro tempo.
Resta nel cuore di molti, quello sguardo sospeso, offerto ad Ezio Bosso, durante il loro magico incontro. Uno sguardo fermo lì, perché si eran detti: “Non bisogna mai sgualcire un fiore”.
Una scelta, che non gli ha risparmiato, ostruzionismo e diffidenza fra quanti della crudezza dell’informazione avevano fatto la loro palestra. Racconta che la cosa più assurda era la pretesa di presentare una scaletta, un copione, prima ancora di essere stato sul posto. Prima di averne apprezzato i colori, gli odori. Prima di averne colto la pura essenza.
Da lì l’esigenza ed il passaggio a quel modello informativo ricevuto da autori come Gregoretti, per il quale nutre una profonda amicizia, Pasolini, Comencini. Il desiderio di fare un’altra televisione, un altro genere d’inchiesta: quella “morale”.
Forse essere nato a Torella del Sannio, un piccolo paese in provincia di Campobasso, aver assaporato sin da piccolo, una quotidianità fatta di condivisione di spazi, gli ha regalato la profondità e sensibilità giusta, per riuscire in un mestiere dove le emozioni, la passione, il cuore, hanno lasciato spazio solo all’inseguimento della notizia. Alla corsa per assicurarsi lo scoop, l’anteprima.
Domenico Iannacone, rifiuta quel genere di comunicazione, quel genere di narrazione che attraversa la persona al solo scopo di rappresentare se stesso. Lui ha capovolto il copione, lasciando spazio ad un racconto fatto di ascolto, di silenzio, di tempo, che non è mai perso, perché anche lui può trasmettere pensieri.
Come quando finite delle riprese televisive per un servizio, notò una giovane immigrata, con uno straccio tra le mani, ferma ad un semaforo. Decise di chiedere all’operatore di riaccendere la telecamera e di farle una domanda “Che fai?”, dovette ripeterla più volte quella domanda, perché la ragazza, sguardo basso, non rispondeva, poi all’improvvisò alzò gli occhi e fissandolo rispose “chiedo l’elemosina, perché ti do fastidio?”. Questa volta fu Domenico a rimanere in silenzio e la ragazza ad insistere con la domanda: “Ti do fastidio?”. Ci volle un tempo, un lungo tempo prima che riuscisse a dirle “No”. Ma imparò, tante cose, fu allora, che comprese la possibilità di potersi esprimere in maniera diversa, di essere spettatore e non più protagonista. Quel girato, fu drasticamente tagliato dai suoi autori: “Troppo lunga…tagliala”.
Avevano smesso o forse mai colto, il valore del silenzio, il significato di quella pausa piena di mille emozioni, e poi la sfida, il coraggio, la rabbia ed ancora la sorpresa, l’imbarazzo. Un ruolo che si ribaltava.
Domenico Iannacone, di queste esperienze ha fatto tesoro ed è forse per questo che adesso riesce ad essere il professionista, capace di commuovere e di entrare nelle nostre case come un amico discreto e sensibile, mai invadente, mai inopportuno.
Una volta fece una lunga intervista in esclusiva ad un personaggio,la cui identità non scopriremo mai.
Aveva anche ottenuto la “liberatoria” per la pubblicazione delle immagini, ma la notte sul suo cellulare giunse un messaggio. Era la richiesta, la preghiera di non pubblicarla più, un ripensamento dell’ultimo momento, la paura delle conseguenze, forse. Domenico la mattina successiva, chiese all’operatore non di dargli la cassetta con il girato ma di cancellarla. Perché questo è il suo modo di fare giornalismo.
Con onestà, rispetto, in altre parole “morale”.