DOPOGUERRA SIRIANO. SCENDE IN CAMPO ISRAELE E LA GUERRA CONTINUA

DI ALBERTO TAROZZI

Dopoguerra siriano. E’ praticabile una Yalta dei vincitori?
Per meglio dire, quali esiti possono avere vertici come quello di Sochi, tra le potenze vincitrici (Russia, Iran, Turchia), possono definire una spartizione del Paese tale da impedire la ripresa della guerra? Anche se sarebbe meglio parlare di prosecuzione di una guerra che non è mai cessata.

Di certo non sussiste più la necessità di un fronte comune contro l’Isis, il mostro gonfiato in funzione anti Assad dai deliri guerrafondai di Hillary Clinton e spalleggiato inizialmente dalla Turchia di Erdogan, ai tempi in cui erano conciliabili gli interessi Usa contro il governo siriano con la volontà dei turchi, e sullo sfondo degli arabo-sunniti, di bloccare l’espansione del potere sciita iraniano e irakeno.

Agli inizi quell’asse di nemici in comune (il governo siriano e quello iraniano), aveva occultato contraddizioni profonde interne all’alleanza: come il dover contare, per gli Usa, sui curdi siriani interni alle forze anti Assad della FSA, e nel contempo guardarli con sospetto, pensando che nel frattempo, in Irak, i curdi irakeni, almeno in parte, erano in buoni rapporti con gli sciiti. Per non parlare del governo turco, che al solo sentire parlare di curdi ha sempre evocato politiche ferocemente repressive e una chiamata alle armi contro il terrorismo.

Una situazione instabile, tanto più quando la guerra si sviluppò sotto gli influssi di altri due fenomeni.
In primo luogo l’inconcludenza statunitense pose gradualmente Washington al di fuori dei giochi che contavano e dette lo spazio a Mosca per entrare nella partita a favore di Assad senza che gli Usa potessero contrapporre resistenze efficaci, tanto da dovere infine aggregarsi al fronte anti Isis, giocando l’unica carta, quella dei valorosi combattenti alleati curdo siriani, che fosse rimasta a loro disposizione.
In secondo luogo ci fu il cambio di casacca della Turchia, che dopo un fallito golpe che odorava di stelle e strisce, da incendiaria simpatizzante (eufemismo) degli integralisti salì sul carro vincente dei russi tanto da guadagnarsi, con la gratitudine per avere voltato le spalle agli Usa, un posto assieme al nemico iraniano al tavolo dei negoziati del dopo guerra.

Agli Usa venne così ad assottigliarsi lo spessore di una presenza consistente, sia pure per delega in Siria, limitata ai soliti amici curdi, che rimanevano però il bersaglio preferito dai turchi. Più riconoscibile la presenza americana a est, dalle parti del confine irakeno, dopo la riconquista di Raqqa e Mosul.
Ma al tavolo dei vincitori, alla resa dei conti, mancava la presenza di un alleato affidabile e forte. Tale era stato il costo della perdita della Turchia, che peraltro, per il suo ruolo interno alla Nato non poteva essere ripudiata. Tale era la conseguenza di una marcia indietro dei sauditi nell’area, dopo la sconfitta dell’integralismo sunnita che godeva del loro appoggio.

Così come gli Usa sentivano il bisogno di recuperare terreno a ovest con interventi aerei contro le truppe di Assad, era chiaro che anche Israele non poteva più delegare a nessuno (né agli Usa, né ai turchi, né ai curdi) la propria influenza nell’area, né tanto meno al tavolo dei vincitori. Nessuno dunque, che potesse tenere a bada per conto di Tel Aviv, gli interessi degli Hezbollah sciiti filoiraniani, amici dei palestinesi e unico serio ostacolo militare alle strategie israeliane in Libano e dintorni.
Così, a dispetto di un presunto dopo guerra in cui le armi dovrebbero tacere, ma che in realtà non lasciava intravedere nemmeno un angolo di quel teatro di guerra dove le armi tacessero, Israele sceglie di scendere in campo in prima persona.

Primi scontri e primi morti in Siria con Israele a protagonista. Sarà solo una discesa temporanea a segnalare che la sua presenza non può essere ignorata? O non si tratta piuttosto della apertura in piena regola di un fronte di guerra di spettro ancora più ampio della precedente appena (quasi) conclusa?

La partita si complica e la spartizione di una Siria bottino di guerra vede la comparsa al tavolo di un nuovo convitato che non intende rinunciare al proprio bottino.
Che basti un tavolo a riconciliare gli animi non sembra probabile. La vecchia guerra non è ancora finita e una nuova guerra si profila all’orizzonte.