GIORNATA DEL RICORDO: VALE ANCHE PER I NOSTRI RICORDI PIU’ SCOMODI

DI ALBERTO TAROZZI

Negazionismo. Ci sono volute le intelligenti considerazioni di storici italiani del valore di un Carlo Ginzburg, che nel loro essere ebrei hanno trovato un punto di forza per affrontare le discipline storiche col massimo del rigore e della passione, per mettere al loro posto coloro che, con una parola pretendevano di mettere a tacere l’interlocutore e con esso la ricerca scientifica in quanto tale.

Il negazionismo non si sconfigge con le censure, salvo ovviamente i casi spudorati e diffamatori: il fatto che diffonda notizie false o semplicemente sbagliate va combattuto nel nome della scienza e con la forza di ricerche fatte in maniera affidabile e inconfutabile.
Nonostante posizioni di questo calibro debbano suggerire di evitare l’uso sconsiderato del termine esso viene abusato come una scorciatoia non appena si pretenda liquidare a colpi di clava l’avversario, portatore di una tesi politicamente scomoda e che comunque andrebbe confutata al di fuori degli espedienti retorici.

Negli ultimi giorni il calendario della politica ha proposto come ricorrenza il 10 febbraio, giorno scelto per ricordare gli italiani morti nelle foibe, in quell’area di confine con la Slovenia, dove il terreno carsico apre fenditure profonde in cui chi cade soprattutto se in condizioni fisiche martoriate ha ben poche possibilità di risalirne vivo.
Certo in quelle buche, già uccisi o in fin di vita, caddero molti italiani negli anni in cui, al finire della guerra, molti conti vennero regolati e le vittime, come troppo spesso accade erano tali senza essere mai stati carnefici nei tempi passati. Le vittime in questo caso appartenevano a una minoranza italiana e il loro sacrificio venne a lungo passato sotto silenzio, così come vennero genericamente definiti fascisti tutti coloro che, di lingua italiana, fuggirono dalla nascente Jugoslavia socialista di quegli anni, che offriva loro diritti in cambio del riconoscersi come jugoslavi, ma in un clima di intimidazione che molti ritenevano non solo ostile e pericoloso nel presente di quei giorni, ma ancor più rischioso in prospettiva futura.

Delle foibe si parlava ben poco negli anni 50. A sinistra non si voleva inquinare il ricordo di un Paese che si era liberato della presenza nazista prima del soccorso alleato. Ma anche al centro dello schieramento politico non si voleva fare un piacere a quella Unione Sovietica che vedeva come fumo negli occhi il non allineamento della Belgrado del Maresciallo Tito, impegnato con l’India di Nehru e l’Egitto di Nasser, nella costruzione di una rete di stati indipendenti dall’equilibrio del terrore costituito dal blocco sovietico e da quello occidentale.
Passarono 50 anni e di quella Jugoslavia, con la fine del bipolarismo mondiale, venne dissolto il ruolo. Anzi, venne scelta a bersaglio, come paese socialista più benestante e meno cupo degli altri, anche se pesantemente indebitato, che doveva essere demolito a dimostrazione che la fine dell’Impero sovietico doveva essere accompagnato dalla dissoluzione di qualsiasi richiamo a un’idea di socialismo, dal dilagare del neoliberismo di un impero del capitale finanziario che aveva il suo epicentro a Washington, ma il suo cervello al di sopra degli interessi puri e semplici di un singolo stato.

Fu allora che la Jugoslavia e il suo passato poterono essere classificate come l’infamia assoluta, un territorio che aveva solamente colpe da espiare. Non ci furono solo le bombe su Belgrado, ma vennero riprese tutte le storie che in passato erano passate sotto silenzio e voci a lungo represse si trasformarono in urla che non ammettevano repliche. Così in questo paese dove “chi grida più forte ha ragione” (parole di un esule istriano come Sergio Endrigo) chiunque provasse a rivisitare la storia passata senza piegarsi alla retorica venne accusato di negazionismo e in particolare sul tema-foibe non venne consentita alcuna ricostruzione che non ricalcasse una versione acritica e unilaterale.
La parola d’ordine era che decine di migliaia di italiani erano stati infoibati dai partigiani comunisti comandati da Tito: ogni obiezione nel merito poteva essere solo oggetto di infamia.

Due le obiezioni che pareva proibito sollevare.
Il peso dei precedenti di cui la Jugoslavia e i suoi abitanti avevano sofferto, ad opera di un’Italia che adesso esponeva le proprie ferite passate.
Le dimensioni e la tipologia di un fenomeno che andava letto in tutti i suoi punti, compresi quelli più esecrabili, alla luce di una ricerca rigorosa più che di testimonianze singole dei tempi di una guerra in cui l’innocenza era morta prima di nascere.

Sul primo punto non ci fu peggior sordo di chi non voleva sentire. Anche quando le foibe venivano definite per quello che erano state, una strategia ingiustificabile a prescindere da quanto le aveva precedute, ma che vi erano però precedenti che non potevano e non dovevano a loro volta essere censurati sull’altare di una memoria di Stato. Già il 20 settembre 1920 Mussolini aveva sostenuto che l’Adriatico era “il nostro golfo”, deve essere in mano nostra; di fronte alla “inferiorità della razza barbarica slava”. Di qui 80.000 esuli Croati e Sloveni durante gli anni venti e trenta. Gli Slavi perdono il diritto, che avevano prima in Austria, di potersi avvalere della propria lingua sulla stampa e a scuola, il diritto al predicare in chiesa, e persino l’iscrizione sulla tomba. Le città e i villaggi cambiano nome. I cittadini e le famiglie pure.

Ricorda Predrag Matvejevic uno storico croato morto recentemente, che di ben poche simpatie per Tito può essere accusato, che “lo Stato italiano estesosi dopo il 1918 non tenne in considerazione le minoranze e i loro diritti, cercò o di denazionalizzarli totalmente o di cacciarli”. Le foibe accolsero così i cadaveri degli antifascisti uccisi e buttati nelle fosse istriane, per poi cospargere i loro corpi con la calce viva. Vennero poi gli anni in cui il duce ustascia della Croazia Ante Pavelić si fece carico di gestire coi nazisti, ma anche con presenze italiane, Jasenovac con per lo meno un numero di morti intorno ai 100mila (serbi, comunisti, ebrei, rom) e lo stesso Pavelić godette dell’ospitalità di Mussolini che da par suo tra il 1941 e il 1943, cacciò dall’Istria circa 30.000 slavi – croati e sloveni – occupando la zona con fucilazioni individuali e di massa.

A ciò vanno aggiunti i campi di concentramento italiani, spesso stazioni di transito per la famigerata risiera di San Sabba, luogo di sterminio a Trieste. I partigiani prigionieri furono subito fucilati e forse qualcuno dei sopravvissuti se ne ricordò, nelle vendette del dopoguerra. Un tempo in cui le vendette dilagarono dappertutto in Europa e i segni della giustizia sommaria non risparmiarono nessuno. E lo spirito di vendetta non poteva di certo mancare tra coloro che avevano subito, per mano italiana, rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nei campi di concentramento.

Ricordiamo ancora che a capo delle truppe italiane era stato un generale, Mario Roatta, che aveva dato indicazioni implicite. Nel marzo 1942 in linea con le disposizioni dei comandanti tedeschi ordinava di applicare il criterio della testa per dente, in base al quale vennero devastati numerosi villaggi accusati di avere dato ospitalità ai partigiani. Doveva essere una pulizia completa volta a internare tutti gli abitanti e mettere le famiglie italiane al loro posto.
Si dirà, giustamente, che nulla può giustificare un crimine, ma è altrettanto vero che nulla può giustificare che per amore di retorica, vengano ricordati i crimini di una parte sola. Soprattutto dove ci dovrebbero essere i segni di una riconciliazione, che può avvenire solo quando ciascuna delle parti si fa carico delle proprie colpe anziché ricordarsi solo di quelle altrui.

Un capitolo ulteriore dovrebbe poi riguardare il numero dei morti infoibati. Non ci avventuriamo in polemiche che richiederebbero spazi ben maggiori, come il tragicomico definire vittime dei comunisti titini i civili fucilati da un plotone di esecuzione italiano. Quelli accertati senza timori di essere ridimensionati paiono non raggiungere la decina di migliaia, sicuramente meno di quelli evocati dalla stampa.

Comunque una cosa è evidente. Esiste un tentativo di addebitarli tutti ai partigiani comunisti e alle loro rappresaglie contro i civili, sicuramente le più odiose. Certo è invece che molti italiani vennero uccisi e i cadaveri infoibati in quanto impegnati in azioni di guerra; sicuramente ciò avvenne in spregio alle convenzioni internazionali che considerano criminali le uccisioni dei prigionieri, ma è significativo che di loro si parli molto di meno, perché è il pugno allo stomaco quello che conta e l’effetto massimo lo provoca la documentazione dei morti civili.
E ancora è dato per certo che molti italiani oltre a quelli giustiziati per crimini legati al fascismo, vennero ammazzati, colpevoli o meno che fossero, per mano dei vicini, per beghe di vicinato che spesso potevano avere come oggetto il tetto di una casa sotto cui ripararsi. Anche qui, situazioni ripugnanti, ma che vengono ricordate in minor misura perché non permettono gli stessi esercizi retorici di quelli che possono essere condotti contro i partigiani comunisti di Tito.

Un’ultima considerazione, da parte di chi ritiene che la storia ufficiale sia sempre storia dei vincitori e che alla ricerca spetti il compito di andare oltre.
Da questo punto di vista viene da pensare che il 10 febbraio, giornata del ricordo, bene si presta a un altro genere di operazioni. Per celebrare le vittime di una nazione sconfitta, come lo fu l’Italia, ci se la prende non tanto casualmente coi carnefici di una nazione che non esiste più, come la Jugoslavia. Dimenticando i massacri e gli stupri commessi sui civili italiani dall’aviazione statunitense e dalla Armata francese. Forse perché i partigiani jugoslavi ebbero una grave “colpa” in più. Si liberarono da soli dai nazisti prima che qualche alleato venisse a liberarli per colonizzarli meglio e tutelarne come si deve la memoria.