GRAN SUCCESSO DI SANREMO ANCHE TRA GIOVANI E LAUREATI

DI GIORGIO DELL’ARTI

Apprendiamo dai magazines Bilan di Ginevra e Bilanz di Zurigo che Michelle Hunziker fa parte del ristretto gruppo dei trecento super-ricchi svizzeri, quasi 600 miliardi di patrimonio fra tutti quanti, capeggia la famiglia padrona di Ikea, per quello che riguarda gli italiani in Svizzera ci sono Marchionne, Carlo De Benedetti (però il patrimonio gli si è ridotto di un terzo), gli Aponte, i Bertarelli, la Margherita Agnelli eccetera eccetera. E Michelle, che possiamo considerare italiana non solo perché è naturalizzata, ma anche per il suo matrimonio bergamasco con il giovane Tomaso Trussardi (41 anni lei, 35 lui). I due risultano seduti su un gruzzolo svizzero di 300 milioni di franchi, 50 in più del 2016.

Non le era stato chiesto di occuparsi del Festival di Sanremo?
Michelle non era fra i tre presentatori di Sanremo? Non si può dare, una volta tanto, una buona notizia? Non siamo tutti felici – lei, io e i lettori – che questa bella signora figlia di un maître d’hotel sia anche tanto ricca?

• Le era stato spiegato che Sanremo in quanto Sanremo è roba vecchia, s’è vista sabato sera, ieri i giornali erano zeppi di articoli, noi stessi abbiamo già scritto e detto quello che c’era da dire e scrivere, dunque niente Hunziker, Favino o Baglioni e meno che mai Meta&Moro e Stato Sociale. Ci aspettiamo che lei analizzi e ci spieghi il mistero di questo successo stratosferico e soprattutto l’improvviso, inaspettato interesse dei giovani e dei laureati. Dica, dica.
Ma intanto, sul piano generale, le riciclo la mia vecchia teoria, e cioè che Sanremo trionfa per il semplice fatto che esiste. Voglio dire: se un giovane autore tv si presentasse ai piani alti di viale Mazzini col progetto di una gara tra canzoni inframezzata da ospiti, come crede che lo accoglierebbero? Lo butterebbero giù dal settimo piano. È stranoto che le canzoni in tv non interessano a nessuno, nessuno ci fa mai un pensiero, Paolo Limiti andava di pomeriggio e giocava sulla nostalgia per le melodie d’altri tempi, Arbore lo mandano a mezzanotte, eccetera. Senonché il Festival di Sanremo esiste dal 1951, è diventato un grande rito nazionale, qualunque cosa si pensi risulta impossibile sottrarsi, la vera notizia, da analizzare su cui filosofeggiare, sarebbe l’improvviso disinteresse, lo share precipitato al livello di trasmissioni qualunque, il 18 o il 20%. Qui sì, ci sarebbe da ragionare, di parlare di svolte epocali. Ma non è accaduto.

Quindi?
Quindi, tutto normale, il Festival ha avuto un grande successo, quattro sere con uno share superiore al 50% (significa uno su due degli apparecchi accesi sintonizzato su Baglioni) e l’ultima sera 12 milioni per il 58,3%, roba da Nazionale di calcio che gioca la semifinale dei Mondiali.

Via, non è proprio tutto così normale, c’è qualcosa in più.
Il Festival ha fatto sua la filosofia di Gentiloni. Moderazione, normalità. Niente ospitate oltreoceaniche, smoking e farfallini, grandi professionisti alla ribalta, Favino pure bravo cantante, Hunziker che si merita tutto quello che ha e Baglioni, superprofessionale e centro della scena. Baglioni non è, come minimo, quello di Piccolo grande amore, una delle canzonette più suonate di sempre al mondo? Baglioni è una grandissima star, ed è persino strano che in Rai ci abbiano pensato solo quest’anno. Quando fece l’operazione nostalgia con Fazio… Già, a quell’epoca pensammo che fosse soprattutto merito di Fazio, forse lo sottovalutammo. Poi c’è stato il volano di Fiorello, la prima sera. Un colpo magistrale che ha aperto la strada al successo delle serate successive.

Come si spiega l’interesse di giovani e laureati?
Copio dai numeri comunicati ieri da Aldo Grasso: «Il pubblico di quest’anno è più giovane: fra i migliori share, quello raccolto fra gli spettatori con età compresa fra 15 e 24 anni (53,4%, con un incremento di quasi cinque punti), che segue di poco quello raggiunto fra gli ultrasessantacinquenni (53,9%). Crescita notevole nella share relativa ai laureati, che rappresenta il picco (54,6%), sei punti in più dello scorso anno». Sugli ultrasessantacinquenni c’è poco da dire, sono sempre i massimi consumatori di televisione. Sui laureati mi rifaccio al discorso di prima: il Festival è in qualche modo tornato alle origini, puntando sulla musica ed evitando sguaiataggini. Qualcuno potrebbe insinuare che i laureati di oggi (che guardano Sanremo) non sono quelli di una volta (che preferivano leggere Proust in francese), ma si tratta di provocazioni che non intendo raccogliere. Quanto ai giovani, credo che abbiano agito da calamita tre fattori: il gorilla dell’anno scorso, Fiorello all’inizio e il ritorno della musica. E un quarto elemento, più sottile: il Festival non è stato pensato per i giovani, anzi. E il trucco è probabilmente proprio questo: i giovani sentono come falso ciò che i vecchi preparano credendo di interessarli, i giornali per giovani, i film per giovani, le trasmissioni per giovani. Vade retro! brutti vecchiacci travestiti da giovani, dicono i giovani. Dai quali converrà piuttosto farsi inseguire, che l’inverso. Come sanno assai bene le belle donne. Specie se nate in Svizzera.