LE “PRECARIE” DELLA SCUOLA E DEL FRECCIAROSSA

DI RENATA BUONAIUTO

Sono sorridenti e piene d’entusiasmo le “precarie del Frecciarossa ”. Donne, mamme, single che tutti i giorni sentono suonare la sveglia alle quattro, giusto il tempo di prepararsi e poi via in strada, quando la città ancora dorme, quando il buio è ancora così intenso che riconoscersi è quasi impossibile. Ogni giorno da Napoli, o da paesi limitrofi, Giulia, Valentina, Lina e tante altre ancora, iniziano il loro viaggio verso Roma, dove insegnano.
C’è Lina che parte  da Afragola, percorre 500 chilometri, 7 autoveicoli da utilizzare, autobus, treni, e per un breve tratto anche l’auto. Il costo dell’abbonamento a Trenitalia è di 390 euro, a questo vanno aggiunti i circa 63 euro per gli autobus locali, se si tiene presente che lo stipendio è più o meno di 1400 euro, diventa chiaro che è la passione, la spinta che muove tutte loro.
Impossibile pensare di poter assumere una baby sitter, per quante hanno anche dei figli. La spesa sarebbe eccessiva ed ecco che in soccorso arrivano, nonne e nonni, anche loro coinvolti in questa battaglia contro il tempo. Sveglia alle 4, di corsa a ricoprire il “difficile” impegno di accudire i nipotini, colazione, scuola, pranzo e, poi ancora lì, fino a quando quest’infinita giornata non riporterà le “mamme” a casa.
Per Virginia, che lascia i suoi bimbi, spesso in lacrime per questo distacco “notturno”, quando la sera finalmente rientra, ci sono anche i compiti da seguire. Il suo bimbo più grande frequenta la prima elementare, lo sguardo ai quadernoni è un “piacere” ed un “obbligo”, cui non può sottrarsi.
Per Simona, anche lei ancora precaria, insegnare è il sogno che inseguiva da ragazza, matematica e fisica le sue materie ma, siamo certi, non immaginava, quando trascorreva ore ed ore a risolvere una funzione trigonometrica, che per vederlo realizzato avrebbe dovuto pagare questo prezzo: la “distanza”.
Ogni giorno Simona, trascorre in treno gran parte del suo tempo, fra un’attesa, un ritardo, un percorso, le ore scorrono impietose, privandola di una libertà, cui tutti avremo diritto.
E c’è chi arriva con il fiatone, in questa lotta contro il tempo, calcolando i ritardi, prevedendoli, anticipandoli, perché perdere una coincidenza, significa mandare all’aria tutti i sacrifici fatti, insomma si sono proprio “mamme eroine” e donne coraggiose, come amano definirsi.
Ed allora la domanda: Dove prendono la forza per sorridere?
Dai ragazzi, che ogni giorno sono in aula ad aspettarle, dalla loro vitalità, dalla loro talvolta “inconsapevole”, voglia di conoscere, capire, scoprire un mondo per tanti aspetti ancora ignoto. E l’insegnamento torna ad essere “passione”, “amore”, “dedizione”, quella stessa passione che permetteva a tante donne di sacrificare la propria vita, di rinunciarvi addirittura come nella triste storia di Italia Donati.
Per lei faremo un viaggio nel passato, siamo nel 1883, a quei tempi s’insegnava, in paesi rurali, impossibile da raggiungere se non che a piedi. Italia fu assegnata a “Lamporecchio”, vicino Firenze, non c’erano alloggi, il sindaco si offrì di ospitarla ma, a quei tempi le maldicenze erano quasi una costante del viver quotidiano. In poco tempo, fu additata come “una poco di buono”, chiese di essere trasferita, ma le maldicenze, si sa, corrono in fretta e precedettero il suo arrivo, nella nuova destinazione, cui fu affidata, le aule, rimasero vuote, i bambini allontanati da lei.
Un’umiliazione troppo grande da sopportare, il suo sogno di insegnare, di aprire le loro menti al sapere, si fermò la sera del 31 maggio 1886. In un biglietto tutta la sua disperazione: “…Sono vittima dell’infame pubblico e non cesserò di essere perseguita che con la morte…
E arriviamo al dopoguerra, quando l’impegno delle insegnanti diventa fondamentale per ridare una spinta ad un paese, inginocchiato da anni di sofferenze. Albina Berbenni, ricorda quegli tempi: “Quando nevicava trovavo i bambini più grandi, scesi alla fermata della corriera, con una grossa pietra, per spianarmi la strada innevata…mi commuovevo”. 
Insomma tante e tante storie di sacrificio, certo adesso con la promessa ed i progetti di “Frecciarossa Pop”, previsti per migliorare proprio le linee regionali, si aprono scenari incoraggianti, ma inutile negarlo a queste “docenti coraggio” sarà chiesto ancora di aver pazienza, perché l’insegnamento è ancora una “missione”.