AUTOVALUTARE STANCA

DI LUCA BILLI

Come immagino la stragrande maggioranza di voi che avete la pazienza di leggermi, sono cresciuto in un tempo in cui non esistevano forme così spinte di marketing scolastico.

Proviamo a immaginare la scena: c’è questo professore a cui il preside ha chiesto di scrivere una scheda di autovalutazione della loro scuola. Ci pensa un po’, probabilmente non vuole metterci troppo tempo, perché ha cose più importanti da fare, ad esempio insegnare – e magari lo fa anche bene – e comincia a mettere in fila un po’ di banalità in stile ministeriale. Poi pensa ai genitori che gli rompono le scatole durante le ore di ricevimento e comincia a scrivere quello che i padri e le madri dei suoi possibili futuri studenti vorrebbero leggere; e sono in grado di capire. In questa scuola – comincia – non ci sono stranieri – sottinteso non ci sono negri e musulmani – non ci sono ragazzi diversamente abili – sa che in questo genere di prosa non può usare la parola handicappato o spastico o mongoloide o scemo, ossia i termini che usano i genitori dei figli “sani” per parlare di quelli lì – ci sono solo i figli dei ricchi, di quelli che frequentano i posti giusti. Potesse dire che nella sua scuola c’è il cugino di uno che è andato al Grande fratello o la sorella di una velina di Striscia, lo scriverebbe senz’altro, perché darebbe molto più “prestigio” all’istituto. Compiuta questa fatica letteraria, fa leggere la scheda al preside, che lo loda per lo spirito imprenditoriale: questo farà senz’altro crescere il numero degli studenti. E magari quella scuola non sarà chiusa o accorpata a un altro istituto.

Poi salta fuori un giornalista che ha voglia di fare polemica e scrive un articolo per denunciare che quella scuola è classista. Nella stessa pagina in cui ha ampio spazio un lungo pezzo dedicato ai preparativi del matrimonio tra Harry e Meghan e nello stesso sito dove c’è una bella gallery dedicata ai ristoranti più chic e costosi della città, quelli frequentati dai genitori degli studenti del loro istituto, da quelli del Grande fratello e dalle veline. Così un funzionario del ministero richiama il preside, il preside richiama il professore e quella scheda viene frettolosamente riscritta in stile burocratico, dicendo in maniera ipocrita quello che adesso bisogna dire per far bella figura, ossia che in quella scuola ci possono andare i figli delle famiglie povere, sempre che abbiano i soldi per comprare i libri, i sussidi didattici, i vestiti e le scarpe per non far fare brutta figura ai loro ragazzi, che ci possono andare perfino i negri e i musulmani – dopo tutto ci sono anche i negri musulmani ricchi, non hanno tutti le pezze al culo – e ci possono andare anche gli handicappati: ci sono le rampe, i maniglioni nei bagni, cinque anni anni fa hanno fatto i lavori per adeguare la scuola – non ricordate – hanno anche arrestato l’imprenditore che li ha fatti per aver pagato una tangente all’assessore provinciale.

E così sono tutti contenti. Il professore è contento perché l’anno prossimo col cavolo che il preside gli rifilerà quel compito; il preside è contento perché sono aumentate le iscrizioni nel suo “prestigioso” istituto, quello dove va solo la “crema” della città; i genitori sono contenti perché i loro figli non dovranno dividere i banchi con i poveri; il giornalista è contento perché con quell’articolo ha avuto più visualizzazioni di quello stronzo che scrive solo su Masterchef; anche i genitori “democratici” sono contenti, perché hanno lanciato una bella petizione in rete e si sono fatti sentire questa volta. Gli unici a cui di questa cosa non frega nulla sono i ragazzi, sia quelli poveri, sia quelli ricchi, perfino quello che sua sorella è amica di una che doveva diventare velina. E non hanno neppure nulla di cui essere contenti, perché la scuola dove vanno continua a fare schifo, nonostante la splendida scheda di autovalutazione.