FAVINO E IL MONOLOGO CHE CI HA MESSO A NUDO

DI LETIZIA MAGNANI
Più delle polemiche, sciocche, inutili, è stata la potenza del teatro, che, portato sulla televisione, in diretta dal palcoscenico dell’Ariston, nell’ultima sera del Festival della canzone popolare di Sanremo, ha squarciato il velo della nostra ipocrisia e delle nostre paure.
Pierfrancesco Favino, l’attore protagonista della kermesse, assieme a Michelle Hunziker e a Claudio Baglioni (la Rai lo vorrebbe per un secondo anno alla direzione e conduzione del Festival dopo il successo di ascolti del 2018) ha interpretato un breve brano del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès. L’interprete aveva già portato in teatro questo testo di straordinaria attualità, nel 2004, allora però lo avevano visto in pochi, oggi, invece, la potenza del piccolo schermo si è prestata ad enfatizzare quel messaggio che in una manciata di minuti ha messo a nudo tutti noi.
Il tema dell’immigrazione è così caldo che ognuno si è sentito chiamare in causa. Il testo, “La notte poco prima della foresta”, è del 1977. Si trova in traduzione in una piccola pubblicazione di appena 64 pagine del 1990, nella collana teatro dell’Editore toscano Gremese. Koltès è uno dei drammaturghi più intensi del secondo Novecento, eppure è noto solo a veri appassionati di teatro.
Per questo è stato un miracolo quello messo a punto dal Festival di Sanremo in questa edizione. Favino si è presentato infatti sul palcoscenico buio, con una scenografia scarna, solo una sedia, una luce fissa sul volto, che è diventato in pochi minuti maschera di dolore, di pianto, di rivincita forse. Il testo racconta la paura, la solitudine, il tutto da inventare, scoprire, lottare di una persona in fuga. Una come tante. Una che potrebbe essere un migrante di oggi, come ognuno di noi. In Koltès c’è sempre il tema del viaggio, del ritorno, dell’abbandono, dell’incontro-scontro di civiltà. E c’è senza retorica.
Per una volta il teatro in televisione ha funzionato al punto che la pietas del testo narrato è diventata collettiva. Il nazional-popolare della tv e ancora di più del Festival si è prestato a rendere universali parole che fino a quell’istante appartenevano a pochi.
Sconvolge come l’attualità di questo testo, di oltre 40 anni fa, oggi indaghi il presente, a dimostrazione che ci sono opere d’arte che sanno diventare classici. Quelle di Koltès indubbiamente lo sono, non esclusivamente per i temi, il razzismo, l’emigrazione, la lotta di classe, ma anche per il modo di descrivere il reale, semplice, immediato, quasi paradossale nella sua ordinarietà. Non c’è riferimento al lirismo o alla poesia, la parola si presta a disvelare il reale, mettendolo a nudo. Da qui la forza dirompente di quell’interpretazione, che ha scosso ognuno di noi.