MIGRANTI, DIECIMILA INVISIBILI CHE INVECE ESISTONO

DI ANNA LISA MINUTILLO

Dalla seconda edizione del Rapporto «Fuori campo» di Medici Senza Frontiere risultano essere circa 10 mila le persone escluse dall’accoglienza, in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale e umanitaria. Una mappa che è stata frutto di costante osservazione tenutasi nel 2016 e nel 2017 in una cinquantina di insediamenti informali sparsi in 12 regioni italiane. Una lente di ingrandimento che è passata attraverso Torino per giungere a Milano ma senza tralasciare Roma, Gorizia, Como e le città di frontiera come Bolzano e Ventimiglia. Circa il 55%, di queste persone si ritrova a vivere in luoghi dove non c’è un punto d’acqua potabile né l’energia elettrica e tantomeno il gas. Si scaldano con quello che possono e hanno un enorme problema di accesso alle cure. Persone invisibili agli occhi dei più e che magari sono anche riuscite a trovare un posto di lavoro ma che poi si vedono costrette a vivere in luoghi abbandonati, creando un ghetto nel ghetto dell’indifferenza, e questo avviene perché non avendo un’abitazione, gli edifici abbandonati, diventano una “reggia” per la sopravvivenza. Si tratta di persone che hanno provenienze differenti, dall’Africa sub-sahariana al Corno d’Africa, ma anche da Siria, Iraq, Pakistan, Afghanistan, che siano appena arrivati in Italia o presenti nel nostro paese già da anni. Persone che sono in possesso del permesso di soggiorno, che non permette loro un soggiorno degno di questo termine. Inoltre in alcuni di questi siti, si registra la presenza anche di italiani che condividono le stesse condizioni dei migranti. Si perché con la situazione economica e sociale che si vive nel nostro Paese da un po’ di anni a questa parte sono molte le persone a ritrovarsi senza un posto di lavoro, che non riescono più a trovarne uno e che allungano considerevolmente le file della Caritas per mettere insieme il pranzo con la cena. La situazione diventa ancor più complessa se si pensa ai padri separati che lasciando l’abitazione principale alla ex moglie e dovendo versare gli alimenti si ritrovano a versare in situazioni economiche davvero pesanti da sostenere. Ad ospitarli” sono edifici abbandonati o occupati (53%), luoghi all’aperto (28%), tende (9%), baracche (4%), casolari (4%), container (2%). Undici di questi si trovano nel Lazio, sette in Puglia, sei in Sicilia, cinque in Calabria e in Piemonte. Il 53% è abitato soltanto da uomini adulti, il 13% da uomini e donne adulte, il 34% da adulti con minori. In 17 insediamenti è stata riscontrata la presenza di minori al di sotto dei 5 anni.

Ad accomunare le loro storie e le loro vite precarie sono le condizioni di vita inaccettabili. Questi insediamenti vengono del tutto ignorati dalle istituzioni, che quando agiscono lo fanno soltanto per sgomberarli da quei luoghi senza però individuare nè proporre soluzioni alternative. In quasi un anno di documentazione effettuata da MSF sono stati visitati edifici occupati, baraccopoli, casolari, parchi e stazioni ferroviarie, in aree rurali ma anche in centri cittadini, e la realtà che è emersa è davvero disarmante, una realtà che non può e non deve continuare ad essere ignorata. Storie di abbandono sociale, di disperazione, di vite che si intrecciano e dividono spazi freddi e sporchi, dove possedere una coperta ed un modo per scaldarsi diventa un grande privilegio, intanto che il mondo corre e non vede, o se vede si distrae altrettanto facilmente.

I migranti in attesa di essere ammessi alla procedura di asilo non sono coperti da alcuna assistenza sanitaria pubblica e tra i rifugiati che vivono in Italia da più anni, 1 su 3 non è iscritto al Servizio Sanitario Nazionale e 2 su 3 non hanno accesso regolare al medico di famiglia o al pediatra. Una situazione che accomuna i vari centri improvvisati e dimenticati, si va dall’ex villaggio olimpico di Torino, che ospita più di 1000 rifugiati, alla più piccola casa “Don Gallo” nel centro di Padova, dove l’unica doccia è un tubo di gomma in giardino; dalle stazioni ferroviarie del Sud e Nord Italia dove afghani e pakistani restano per mesi in attesa di accedere alla procedura di asilo, ai siti permanenti di eritrei a Roma; dalla fabbrica dismessa “Ex-Set” di Bari, dove rifugiati africani vivono dal 2014 in condizioni indegne, alla pista di Borgo Mezzanone a Foggia, sito informale a ridosso di un centro governativo di prima accoglienza.

Ghetti che non aiutano ad aiutarsi, improvvisati per non rinunciare al sogno di una vita “normale”, luoghi ai margini così come ai margini si ritrovano a sopravvivere persone che a quei sogni non hanno mai rinunciato e che spesso sono stati accompagnati da maltrattamenti, scene di morte rimaste impresse in quegli occhi in cui si evita di guardare per non annegare nella loro triste realtà esattamente come sono annegati molti di loro per giungere nel nostro Paese .

Tra le nazionalità numericamente più rappresentative ci sono: eritrei 38,8% e somali 6,7%, mentre il 14,8% è costituito da donne. L’età media è 34 anni e mezzo, ma solo la metà supera i 33 anni e soltanto il 25% i 40 anni. Persone che vorrebbero avere un lavoro regolare, persone che pur essendo ignorate non ignorano invece il bisogno di lavorare e di poter vivere onestamente, senza occupare luoghi che hanno rappresentato in effetti il lavoro per molti italiani. Fabbriche dismesse che restano lì, sdraiate su terreni che le fanno apparire enormi balene spiaggiate..

Vulnerabilità ed emarginazione sociale, racchiuse tra muri decadenti e sporcizia dilagante, così come nel caso dell‘’ex fabbrica di penicillina”, che si è trasformata in un ghetto di Roma. Questo posto lo chiamano “il grande ghetto”, ci si muove camminando tra: spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali. In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo. E si ritrovano lì a “vivere” circa 500 persone.

La Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complicata che si snoda tra i piani di investimento del secondo dopoguerra che sono stati supportati dagli Usa, e le speculazioni edilizie che susseguendosi nel tempo avrebbero cambiato il volto della capitale.

All’inaugurazione dell’impianto, avvenuta nel 1950, era presente sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Erano oltre 1300 gli operai che negli anni Sessanta, lavoravano al suo interno. Molto presto diventarono poche centinaia, fino a giungere all’abbandono totale dell’attività, avvenuta alla fine degli anni Novanta. Una cordata di imprenditori, volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, ma per via degli alti costi da sostenere per lo smaltimento di rifiuti chimici e dell’ amianto, che sono tuttora presenti nell’area, il progetto venne abbandonato.

Certo che appare quasi impossibile pensare che a Roma possa esserci un posto così e Roma purtroppo è solo uno dei tanti esempi ad essere citato. Chiaramente i problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone. La patologia più comune, è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi. Pensiamo a quanto accaduto recentemente nella tendopoli di Rosarno, per un po’ di calore si rischia davvero di morire e di perdere anche quelle poche cose che si riescono a mettere insieme facendo enorme fatica.

Si cerca di vivere una condizione di “normalità” e si diventa invisibili per tutti, luoghi come questi hanno il “potere” di cambiare le persone rallentandone ogni aspirazione, portando via salute, serenità e sogni che non devono essere però abbandonati.

Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf  è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione. Questo momento è diventato un rito per chi vive in questi contesti, c’è chi raggiunge questa unità per la prima volta, chi torna per un controllo, chi la raggiunge solo per scambiare due chiacchiere. Qualcosa si muove ma sappiamo che è solo una goccia nel mare dell’indifferenza e che da sola non è sufficiente, sappiamo che le istituzioni si “distraggono” facilmente e si perdono nei meandri di burocrazie inutili, sappiamo anche che è ora di invertire la rotta e dare vita a politiche di accoglienza e integrazione strutturali e più umane che oltre a portare beneficio a migranti e rifugiati ne porterebbero anche alle comunità locali. Resta soltanto la volontà di fare. Non molto tempo fa abbiamo parlato di “accoglienza che non accoglie”, troppe le parole infatti spese e poco seguite da azioni concrete. Si dimentica spesso che chi riesce ad arrivare nel nostro Paese lascia a casa i figli ai quali invia quei pochi soldi che riesce a guadagnare per cercare di non far mancare loro nulla, ma quanti immaginano cosa possa voler dire abbandonarli per far il loro bene, per migliorare le loro condizioni di vita sacrificando spesso la loro?

Teniamo conto anche di questo dato, In 17 su 47 insediamenti informali è stata riscontrata la presenza bambini piccoli, al di sotto dei 5 anni, si perché qualcuno riesce a portare con se i figli ed a ricongiungersi con loro ma per altri le cose non stanno proprio così. Esiste una parte di ragazzi che potremmo definire: “ragazzi fantasma”. Si tratta di 10 mila minori migranti scomparsi in Italia nell’ultimo anno
Da gennaio a luglio dello scorso anno l’Unhcr  ne ha contati 11.400, sul totale degli oltre 83 mila arrivi: praticamente un migrante su otto di quelli soccorsi è uno straniero che è partito solo, senza famiglia e senza aver compiuto 18 anni.
In totale sono 31.653 i minori stranieri ancora da rintracciare nel territorio italiano.
Alcuni sono scappati in altri Paesi europei, altri nelle grosse città italiane. Ma tanti rischiano il reclutamento nella criminalità o di essere vittime della tratta.
Un limbo sconosciuto in cui questi ragazzi potrebbero essere esposti allo sfruttamento e altri pericoli.
A fine maggio 2017, secondo i dati del ministero del Lavoro, gli irreperibili risultavano essere 5190: la maggior parte proveniente da Egitto (1002), Eritrea (863), Somalia (853), Afghanistan (529), Guinea (274) e Nigeria (225). Ma il dato è sottostimato: a questi vanno aggiunti quelli sfuggiti dai censimenti perché sono riusciti a non farsi foto-segnalare in Italia.
L’unico sistema funzionante, quello dello Sprar (il Sistema di protezione per i richiedenti asilo) garantisce solo 2127 posti ai minorenni.

Quindi non solo adulti che restano invisibili ma ragazzi di cui non si sa più nulla, facili prede di un mercato che travestendosi da “datore di lavoro” e facendo leva proprio su questa disperazione li può facilmente reclutare per metterli al servizio di spaccio ed attività criminali per le quali non saranno mai loro a pagare ma le vittime che disperate commettono gesti disperati. Un’ indifferenza e cecità che però sa bene dove guardare, e come farlo, quando vuole sfruttare situazioni per portare soldi nelle tasche colme di avidità e scaltrezza. L’immagine di un paese che non sa bene come affrontare emergenze ma conosce bene invece le modalità per trarne profitto. Torniamo ad osservare la situazione dei migranti e quando ci imbattiamo nei respingimenti dalla Francia che continuano nonostante gli accordi di Schengen sulla libera circolazione siano ancora formalmente in vigore, non possiamo che fermarci a riflettere. Quasi 1 migrante su 4 ha dichiarato di avere subito violenze, in molti casi commesse da uomini in uniforme di nazionalità italiana o francese.

A causa della chiusura delle frontiere da parte di Francia, Austria e Svizzera, più di 20 persone negli ultimi due anni sono morte durante il tentativo di attraversare i confini e cresce ovunque il numero di migranti, anche minori non accompagnati, bloccati nelle aree di frontiera, che vivono in insediamenti informali, spesso all’aperto, nei parchi cittadini, lungo le rive dei fiumi, presso le stazioni ferroviarie, con un accesso limitato ai beni essenziali e all’assistenza sanitaria.

Una mappa della vergogna che mette in risalto tutti i buchi della politica dell’accoglienza.

Ma perché allora si sceglie di emigrare?

Per i motivi più svariati, quello forse più importante è la ricerca di una vita migliore, per scappare dalla guerra, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla povertà, dalla fame, ma si può emigrare anche “solo” per cercare una stabilità economica.

Il nostro paese, l’intera Europa è piena di senegalesi che hanno scelto la via dell’emigrazione, il Senegal, un paese stabile, dove, sulla carta, non ci sono grandi motivazioni che spingano i giovani ad emigrare, ma il Senegal non è solo Dakar, da nord a sud è attraversato da una savana secca difficile da coltivare dove l’eredità coloniale ha lasciato come unica coltura quella delle arachidi. Li si incontrano piccoli villaggi isolati che vivono praticamente di una misera agricoltura di sussistenza, oppure di pesca.
Per i giovani andare a Dakar è quasi impossibile. Muoversi costa molto, troppo per le loro economie personali. E anche se riuscissero a raggiungerla comprenderebbero immediatamente che non potrebbe essere quello il luogo in cui trovare un’ alternativa: Dakar è una città molto cara, dove è difficile avere una casa e un lavoro. Forse facendo scorrere questo panorama non solo attraverso la fantasia ma vivendolo realmente, magari vivendoci in uno di quei villaggi anche noi non avremmo accettato di pensare che le nostre vite si sarebbero dovute esaurire in quella esistenza senza prospettive. Forse anche noi avremmo voluto conquistarci la possibilità di avere una chance.

Altre volte, invece, il motivo alla base dello spostamento è ‘politico’: dittature, persecuzioni, guerre e genocidi spingono intere famiglie a cercare la libertà al di fuori del proprio paese, oppresso.

l’Italia è stata soprattutto un luogo di partenze e di addii: sono stati gli italiani, infatti, ad essere i protagonisti del più grande esodo migratorio che ha interessato l’epoca moderna. Dalla seconda metà dell’800 ai primi del ‘900, infatti, è stato il nord Italia ad essere caratterizzato dal fenomeno, mentre nei decenni successivi l’esodo è diventato quello dei meridionali.

Ma qual è il motivo che ha concorso nel far diventare l’Italia luogo di immigrazione?.

I motivi sono molteplici, il primo è di carattere puramente geografico: esposta per la maggior parte al mare e caratterizzata quasi nella sua totalità da territori costieri, l’Italia è poco controllabile. A differenza degli altri stati europei, che possono controllare l’arrivo di persone alle frontiere, il nostro paese non possiede questo filtro territoriale. In secondo luogo, troviamo il suo posizionamento nel mezzo del Mediterraneo. Infatti la nostra penisola rappresenta la prima e (più semplice) frontiera da attraversare per arrivare in Europa. Insomma, il nostro paese possiede moltissime caratteristiche che hanno giocato a favore dello sviluppo dell’immigrazione, facendo dell’Italia un paese anomalo e unico al mondo da questo punto di vista.

Sebbene questo continui a rappresentare un fertile terreno di scontro a livello politico, poiché in troppi casi, il problema dell’immigrazione viene usato per strumentalizzare situazioni o accadimenti di cronaca allo scopo di creare falsi allarmismi costruendo barriere di odio e rancore, diffondendo false notizie che riguardano privilegi quasi del tutto inesistenti che spetterebbero agli immigrati a discapito dei cittadini italiani. Polemiche che poco hanno a che vedere con quanto accade realmente a chi arriva in questo paese, polemiche che tendono a dimenticare ed a far dimenticare che migranti lo siamo stati anche noi e che continuiamo ad esserlo. I dati riferiti alle fughe di cittadini italiani in altri paesi non sono certo incoraggianti, anche perché ad essere interessati a questo fenomeno non sono solo i giovani ma aumenta anche il numero dei pensionati che percependo una pensione insufficiente per continuare a vivere nel nostro paese, decidono di trasferirsi altrove per garantirsi una sopravvivenza degna di essere vissuta. Siamo cittadini del mondo con la fortuna (da non sottovalutare) di potersi confrontare con persone provenienti da altri angoli del pianeta, peccato non riuscire ad essere tolleranti e non riuscire a condividere almeno un pezzo del nostro cammino, regalando sempre questa immagine di paese prevenuto e facilmente influenzabile. Ricordiamo che esistono diecimila invisibili che hanno il diritto di essere considerati-
Infondo, chi di noi vorrebbe vivere così?