SOTTO I MORSI DELLE IENE

DI CORRADINO MINEO

Le Iene, trasmissione di satira e informazione di Italia1, sta facendo molto male al Movimento 5 Stelle. Se fosse provato che alcuni deputati e senatori si facevano belli donando la metà della loro indennità di parlamentare al fondo per le piccole aziende, ma poi, il giorno dopo, annullavano il bonifico (magari con l’intenzione di riaccenderlo in un secondo tempo, una volta messi in ordine i propri conti personali) beh, il movimento ne uscirebbe malconcio.
Tuttavia quello che mi interessa sostenere (e ora che non sono in lizza per un seggio, penso di averne ancor più il diritto) è che tutti noi, deputati e senatori della XVII legislatura, abbiamo perduto un’occasione per moralizzare e rendere trasparenti i compensi di chi è stato eletto. Vediamo. L’indennità si aggira tra i 4 e i 5mila euro netti al mese. (L’oscillazione è legata alla partecipazione alle attività d’aula). Non è un compenso eccessivo. Un professionista, neppure all’apice della carriera, guadagna altrettanto, più o meno 100mila euro lordi l’anno.
E a me par giusto che un eletto del popolo sia ben pagato, che non abbia problemi ad affittare un alloggio a Roma, a invitare qualcuno a pranzo, a pagarsi quel che serve per la sua attività. Ho trovato, dunque, demagogica la regola “francescana” imposta dai 5 Stelle a ciascun “portavoce”, quella di privarsi della metà dell’indennità, come fosse crusca del diavolo.
Trovo invece scandaloso che nessuno – e nemmeno i 5 Stelle – abbia posto la questione dell’altra parte del compenso, che viene presentata sotto il nome “rimborso per le spese del mandato”. Si tratta di oltre 100mila euro l’anno, ma stavolta esentasse. In detta cifra rientrano i soldi per pagarsi uno o più “collaboratori parlamentari”, per stamparsi un manifesto, saldare il conto dell’albergo e finanziare il partito che ti ha messo in lista. E -attenti – l’obbligo di “giustificare” solo una metà compenso, a questo titolo, percepito.
Perché di detta prebenda non si parla? A nessuno fa specie che lo Stato paghi “in nero” i suoi parlamentari? Vediamo in dettaglio a cosa dovrebbero servire questi soldi. Cominciando dai “collaboratori parlamentari”. Persone, spesso meritevoli, che vanno a sommarsi ai già numerosi dipendenti e ai consulenti dei gruppi parlamentari. E che, d’intesa con i gruppi e con gli uffici del Senato, preparano interrogazioni, leggi, emendamenti, diffondono comunicati stampa. Un lavoro prezioso ma precario ed esposto a un ricatto implicito, che c’è sempre se uno dei contraenti è molto più forte dell’altro. Mi dicono che certi “collaboratori” si dessero da fare per 3 parlamentari ma ricevessero un solo stipendio. E il resto dei soldi? Finiva nell’ara grigia dei rimborsi per le spese del mandato. Insomma in tasca ai disonesti.
Ottimizzando i collaboratori, facendoli assumere per concorso dalla Camera o dal Senato, per poi attribuirli – anche in base a una loro opzione – ai gruppi parlamentari, lo Stato avrebbe risparmiato parecchio denaro, avrebbe assunto meno persone ma in modo trasparente e garantendo al lavoratore più diritti. Questo senza nulla togliere alla operatività del deputato o del senatore. Altri soldi si sarebbero potuti risparmiare non garantendo a ciascun parlamentare un ufficio privato (pagando, nel centro di Roma, cifre indecenti ai soliti palazzinari. Si sarebbero potuti allestire grandi locali da usare in comune, con tutto ciò che può servire, stampante, computer, armadi per carte e libri, un salottino in cui ricevere a turno gli ospiti. Ciò ridurrebbe la capacità operativa del deputato? Non credo proprio.
E che dire dei fondi che ogni parlamentare versa al partito di appartenenza? Io pagavo 1.500 euro al mese, prima al Pd e poi a Sinistra Italiana. Un contributo ragionevole, che potrebbe essere versato da qualunque altro professionista che appoggi quel partito. Ma quando, ben dopo la mia elezione, ho scoperto che il Pd siciliano pretendeva altri 50mila euro, una tantum, come contropartita del fatto che mi avevano chiesto di fare il capolista in Sicilia e dunque mi avevano messo “in posizione utile” (con l’elezione garantita) ho risposto a muso duro che mi chiedessero i denari sotto altra forma, sono generoso. Ma non con quelle motivazioni perché – dissi e scrissi – non si compra né si vende un seggio (per la cronaca, ho dato in sottoscrizione almeno 13mila al Pd siciliano e non ho chiesto mai un rimborso quando, all’inizio, mi chiedevano di andare a sostenere i loro candidati sindaco).
Faccio notare a chi lo avesse scordato che In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito per referendum. Secondo me è stato un errore, tuttavia non è ancora peggio che si abusi di leggi truffa che consentono alle segreterie politiche di scegliere gli eletti per trasferire, in modo surrettizio, soldi pubblici agli stessi partici ai quali si è tolto il finanziamento. Vale la pena sottolineare come questi usi non fossero invalsi solo nel Pd o nel Pdl. Agli eletti di Sinistra Ecologia e Libertà erano stati chiesti 3500 euro al mese: fanno 200mila euro al partito in 5 anni. E questa “tassa” a me sarebbe parsa irragionevole.
Veniamo ai rimborsi spiccioli. Qualcuno usa una “tessera” per pagare le consumazioni persino alla buvette: se ti offre una spremuta, o un pasto al ristorante interno, quella piccola spesa viene “documentata”. E “documentato” può essere pure il pranzo a un ristorante stellato nel centro di Roma. Ora vi chiedo: come si fa a distinguere le consumazioni “per il mandato” da quelle per il piacere? Se da direttore di Rainews (o da corrispondente Rai a Parigi e New York) , portavo una signora a cena, come stabilire se fosse per il lavoro o per il piacere. Io non presentavo “giustificativi” alla Rai. Spesso invitavo a casa, cucinavo, servivo, parlavamo. La Rai mi pagava molto bene, ma in modo trasparente senza “scontrini” né carte bancarie, come quella il cui uso è costato una condanna al povero Minzolini.
Perché mai tale trasparenza non dovrebbe valere anche per i parlamentari? A maggior ragione per i parlamentari! Paghiamoli bene, ma non costringiamoli e presentare fatture o ricevute fiscali, evitiamo che la magistratura (già così oberata di lavoro) debba caricarsi di ulteriori controlli. E risparmiamoci l’umiliazione di scoprire che qualcuno “truccava le carte”, per vederlo condannato (in appello) come è successo al sindaco Marino, o sospettato di aver fatto finta (si fa per dire!) di togliersi il pane di bocca, per poi arrabattarsi con qualche trucco, perché, si sa, Roma induce in tentazioni e non è facile portare sempre il saio del francescano.
Per concludere, direi che i 5 Stelle potrebbero essere rimasti vittime (uso il condizionale perché credo nella presunzione di innocenza) del loro stesso furore anti casta. Anche quando si vogliono combattere i privilegi è meglio non sollevare polveroni e restare intransigenti denunciando quello che è opaco, non trasparente, zona grigia, insomma.