LIBERATE AHED. L’APPELLO DI AMNESTY A ISRAELE PER LA RAGAZZA PALESTINESE

DI MONICA TRIGLIA

Il processo, a porte chiuse, è iniziato due giorni fa nella base militare di Ofer, in Cisgiordania, e durerà probabilmente molti mesi. L’imputata ha appena compiuto 17 anni, si chiama Ahed Tamimi ed è una palestinese con la faccia da bambina.

Lo scorso 15 dicembre, nel corso di una manifestazione contro la decisione del presidente Usa Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, Ahed aveva preso a schiaffi, calci e pugni due soldati israeliani che erano entrati nel cortile della sua casa di Nabi Saleh, piccolo villaggio a nord-ovest di Ramallah. I militari non avevano reagito. Lo stesso giorno un cugino di Ahed, il quindicenne Mohammad Tamimi, era stato colpito alla testa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano.

Il video della reazione di Ahed era stato postato su Facebook dalla madre Nariman (pure lei finita in prigione insieme a una cugina) provocando l’indignazione di molti israeliani che avevano criticato anche i militari per non aver reagito con la forza.

Da allora Ahed Tamimi, conosciuta come la “pasionaria palestinese”, è in carcere. Deve rispondere di dodici capi d’accusa, tra i quali aggressione aggravata e incitamento alla violenza, e rischia fino a 10 anni di carcere.

Capelli biondi e occhi azzurri, Ahed è figlia di Bassem, noto esponente di al-Fatah, il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen.

Già nel 2012 era stata ripresa mentre agitava il pugno contro soldati israeliani (e per questo suo gesto l’allora premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva voluto incontrarla). Ancora, nel 2015 era stata fotografata mentre mordeva la mano di un militare nel tentativo di impedire l’arresto del fratello. Il padre si è detto orgoglioso della figlia: «Un giorno guiderà la resistenza palestinese all’occupazione israeliana».

Enorme la mobilitazione a sostegno della giovane palestinese.

Anche Amnesty International ha chiesto a Israele di liberarla. «Nulla di quanto ha fatto può giustificare il proseguimento della detenzione di una ragazza di 17 anni. Le autorità israeliane devono rilasciarla immediatamente» sostiene Magdalena Mughabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord. «Le immagini di Ahmed disarmata che aggredisce due soldati armati e dotati di equipaggiamento protettivo mostrano che quell’azione non costituiva alcuna minaccia concreta e che la sua punizione è palesemente sproporzionata».

Secondo la Convenzione sui diritti dell’infanzia, di cui Israele è Stato parte, l’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un minore devono essere considerati come l’ultima misura a disposizione e devono durare il minor tempo possibile.

Denuncia Amnesty International che ogni anno centinaia di minorenni palestinesi sono processati dai tribunali militari di giustizia minorile, spesso a seguito di arresti nel corso di raid notturni. I ragazzi vengono sottoposti a maltrattamenti come l’obbligo di rimanere bendati, a minacce, all’isolamento e a interrogatori in assenza di avvocati o familiari.

Secondo le organizzazioni locali per i diritti umani sono circa 300 i minorenni palestinesi nelle prigioni e nei centri di detenzione d’Israele.