CHUDE L’ULTIMA FABBRICA DI CD NEGLI STATES: TRISTE VITTORIA DEL DIGITALE?

DI JACOPO MORRONI

Quanti anni sono che ci sentiamo ripetere che il mercato dei CD è in crisi? Colpa del digitale, dei pirati, di internet e dei consumatori, colpa delle etichette cieche e dei prezzi troppo alti, forse solo una conseguenza dei tempi che avanzano. E come pochi anni fa abbiamo salutato l’ultimo stock di VHS mai prodotto, forse fra qualche anno saluteremo definitivamente, con una lacrimuccia agli occhi, il compact disc.

I segnali già ci sono, e arrivano da Terre Haute, Indiana, Stati Uniti. Perché dal 23 Marzo inizierà la chiusura programmata del primo, e adesso ultimo, stabilimento di produzione Compact Disc. Lo ha annunciato la stessa Sony che lo aprì nel 1953, grazie alla collaborazione con il colosso europeo Philips. Quasi sessantacinque anni di storia della musica sono passati per la fabbrica della contrada americana, mentre adesso le macchine sono pronte a fermarsi e riposare ad libitum. Con le 375 lettere di licenziamento recapitate ad altrettanti futuri disoccupati infatti Sony ha definitivamente deciso di appaltare quel poco che resta della sua produzione in CD alla Technicolor SA, fino a poco fa competitor dei giapponesi. Lo stabilimento resterà aperto soltanto nelle sezioni dedicate a blu ray e videogames.

“Finora siamo riusciti a tenere il passo soprattutto con una politica molto aggressiva di taglio dei costi e cercando di creare efficienza attraverso tutta la filiera. Adesso però non ha più senso andare oltre». Questo il commento del presidente di Sony DADC, Dave Rubenstein. Ha davvero vinto il digitale, dunque?

C’è chi dice che in realtà il “colpevole” per la sconfitta dei CD non siano i suoi discendenti digitali, quanto un suo antenato, l’immortale disco in Vinile, che ha fatto registrare negli ultimi anni un’impennata nelle vendite. Complice un po’ di ritorno di fiamma per il vintage, la ripresa del vinile è dovuta anche al fatto che tanti appassionati, audiofili, ascoltatori in giro per il mondo si sono stancati della musica usa-e-getta, dei dischi ascoltati dalle microcasse del cellulare, della musica liquida ed invisibile. E tornare così indietro è forse una rivincita più esotica e sentita per l’appassionato. Ma può bastare questo? Probabilmente no.

Probabilmente il tempo corre e, ci piaccia o no, il modo di fruire ogni cosa, persino l’arte cambia continuamente. E non basta addossare tutto come semplicisticamente si fa al fatto che “non c’è più cultura musicale”. Falso. Si pensi, ad esempio, che il mercato della musica live, non discoteca, ma rock, pop, jazz e blues, sta esplodendo negli ultimi anni rispetto ai dieci precedenti.
Forse il CD è solo rimasto incastrato nel mezzo di un puzzle che lo schiaccia. Anche se son certo, siamo in molti a sperare che sopravviva.