GUERRA MONDIALE IN ARRIVO: PAROLA DI INTELLIGENCE

DI ALBERTO TAROZZI

Che una guerra senza esclusione di colpi, negli Usa, coinvolga da tempo in prima persona Donald Trump  non è un mistero.

E’ quella tra lo stesso Trump e gli staff delle varie Intelligence preposte a vigilare sulla sicurezza dei cittadini statunitensi. Tanto che non è facile districarsi nel groviglio di segnali che indicano i misfatti del Presidente, tra accuse dotate di fondo, accuse strumentali e, d’altra parte, altrettante difese in cui è difficile distinguere l’aspetto strumentale e d’ufficio e l’eventuale sottofondo di realtà.

Le cose vengono ulteriormente complicate dai cambi di casacca e possibili doppi giochi tra i vari boss delle differenti Agency e Intelligence, nonché dai cambi di umore di Trump; non mancano dunque le ragioni per cui, quando qualcuno apre bocca, ti è pure difficile stabilire dove intenda colpire. Uno per tutti il caso made in Fbi, di James Comey, dapprima considerato in quota Trump, poi a ridosso delle elezioni, autore di un siluro anti Hillary, per poi venire dimissionato da Donald qualche mese più tardi. Sicura è soltanto la scelta dei grandi quotidiani come Washington Post e New York Times, costantemente anti Trump, che garantiscono di norma maggiore copertura ai nemici del Presidente, come nel caso Russiagate, anzichè ai suoi amici. Certo è che i precedenti in materia non lasciano stare tranquilli. Finora c’è stato solo qualcuno che ha previsto per Trump una morte in carcere, ma si sa che col caso Kennedy alle spalle, negli Usa c’è poco da scherzare e d’altronde anche la miscela tra grande stampa e gole profonde della politica è tale da lasciare libero spazio alla fantasia di chi prefigura killeraggi di ordine solamente mediatico.

Le cose si complicano in misura ancora maggiore quando vengono al pettine i grandi nodi della politica internazionale: in questo caso bisogna andarsi a cercare i retroscena delle relazioni di Trump non solo con Putin o Xi, ma con i leader piccoli e grandi, più o meno folli e ricchi, di mezzo mondo, per capire se alla Casa Bianca abita solo un soggetto scomodo su cui vigilare o un pericolo pubblico per l’intera umanità.

Sembra suggerire la seconda ipotesi la recente uscita di un personaggio altolocato come Dan Coats, direttore della National Intelligence statunitense, nominato in piena era Trump (presa di servizio marzo 2017) e per di più con il consenso quasi ”bulgaro” del Senato americano: 85 voti contro 12 a conferma di quanto deciso dalla Commissione senatoriale con 13 voti a 2. Intendiamoci, non è che Coats citi Trump esplicitamente, ma dal momento in cui dice che siamo sull’orlo della terza guerra mondiale come mai prima d’ora e individua l’ombra del pericolo sul fronte cinese e su quello russo, con cui Trump ha finora ostentato buoni rapporti, sostenendo che il tali pericoli sono stati sottovalutati dagli Usa, si direbbe che a Trump debbano fischiare le orecchie.

Certo rimangono alcuni punti da decifrare; in primo luogo come mai il pericolo viene collegato alla situazione coreana, nonostante il recente raffreddamento olimpico delle tensioni tra le due Coree. Qui il vero rischio sarebbe da riferire alla scarsa conoscenza che Trump avrebbe comunque dimostrato relativamente al potenziale nucleare nordcoreano. E’ di lì che sarebbe derivata la scarsa disponibilità della Corea del Sud a fare da cavia, per vedere le reali intenzioni di Kim, salvo scomparire dalla faccia della terra se le cose fossero andate male, e quindi l’allontanamento della pacifica Seul da Washington. Quindi, su questo fronte, più rabbia della Intelligence statunitense che vero e proprio allarme di breve periodo.

Altro discorso invece merita il cenno su di un possibile innesco di un immane conflitto a partire dalla situazione medio orientale. In particolare, sembra realistico il cenno alla prossima esplosione tra Arabia Saudita e Iran, con i primi in pieno ricambio di governo e desiderosi di costruire una coesione sociale che solo una guerra con gli sciiti parrebbe garantire, con tanto di rimorchio statunitense e israeliano. E chi si è visto si è visto. Su questo terreno un’amministrazione Trump che da quelle parti ha perso colpo su colpo, in continuità e peggio di chi l’aveva preceduta, sembra effettivamente non sapere che pesci pigliare, se non mostrare i muscoli a destra e a manca.

Non manca infine, nei pensieri di Coats, una riflessione sull’Europa e sulle prossime elezioni che ci riguarda direttamente. Nel panorama grigio fumo da lui individuato, l’Europa appare come un continente insubordinato che deve rimettersi in riga. Incapace di risolvere i problemi delle migrazioni e i propri conflitti interni, sembra destinata alle infiltrazioni preelettorali di Putin e compagnia, di più e peggio che nel caso Russiagate. All’Europa si chiede dunque un piano di pronto riallineamento, dove stare coesi significa assoggettarsi senza repliche alle indicazioni di Washington, a partire dai piani di sanzioni contro Mosca. Qui ancora una volta il messaggio è duplice: mettersi in riga non significa solo tentennare di meno e assecondare gli Usa. Significa anche essere un punto di riferimento sicuro per l’Intelligence, più di quanto lo possa rappreentare quello sconsiderato di Trump.

La guerra  interna che vede impegnati i Servizi Usa e la Casa Bianca si conferma in atto. Come si possa esternalizzare su altri continenti e in campo militare è una scommessa da brividi.