L’ORRENDO DELITTO DI COGNE 16 ANNI DOPO

DI CLAUDIA SABA

Sono trascorsi 16 anni.
Alle 8.28 del 30 gennaio 2002 una telefonata spezza il silenzio di Cogne, un piccolo paesino di montagna coperto dalla neve. La chiamata è di Annamaria Franzoni, una donna disperata che urla e chiede aiuto al 118.
Con frasi e parole incomprensibili racconta di suo figlio Samuele, 3 anni appena compiuti, che “vomita sangue”. Gli operatori arrivano sul posto e raccolgono le parole di quella mamma visibilmente agitata,
che dice di aver trovato il bambino così dopo aver accompagnato l’altro figlio allo scuolabus. Nel frattempo arriva anche il medico di famiglia, Ada Satragni, che ipotizza possa trattarsi di morte per causa naturale. Aneurisma cerebrale, così afferma.
Prende dell’acqua, lava il viso al bambino, lo sposta fuori casa e lo appoggia delicatamente sopra un cuscino senza rendersi conto che, in quel modo, potesse alterare la scena di un possibile omicidio.
Il 118 esclude immediatamente ogni possibilità di morte naturale.
Da una ferita al capo di Samuele fuoriescono il sangue insieme a materia cerebrale e non lascia spazio a dubbi: si tratta di morte violenta. Alle 9.55 di quella stessa mattina, il bambino viene dichiarato morto. Il personale medico allerta i carabinieri e con loro accertano che Samuele è stato ucciso con 17 colpi inferti alla testa, pare, da un corpo contundente: un mestolo in rame, una piccozza e ancora un pentolino.
La verità è che nessuno ha la certezza assoluta su cosa abbia realmente provocato la morte del bambino.
Le ferite trovate sulle mani indicano un debole tentativo di difesa del bambino.
La mamma, sin da subito, appare la responsabile dell’accaduto.
Tutte le indagini portano a lei.
Il pigiama, appena nascosto tra le coperte, mostra tracce di sangue, così come le ciabatte.
Secondo il Fip, la Franzoni indossava il pigiama e le ciabatte e quindi, la Franzoni è senz’altro l’assassina.
In casa non vengono trovate tracce di alcuna presenza estranea e in otto minuti, così grida l’accusa, un estraneo non poteva certamente entrare, uccidere e avere il tempo di uscire senza lasciare alcuna traccia. Porta e finestra non mostrano alcun segno di forzatura e all’interno della casa non manca nulla. I difensori tentano varie strade accusando anche altre persone del delitto, ma ogni accusa contro estranei, cadde puntualmente e i genitori di Samuele subiscono denuncia per calunnia.
Annamaria Franzoni viene condannata nel 2004 in primo grado a 30 anni di reclusione.
Il 27 aprile del 2007, nel processo d’appello, la pena è ridotta a 16 anni.
L’anno successivo, il 21 maggio del 2008, la Cassazione la confermerà anche nella sentenza d’appello.
La morte di Samuele commosse l’Italia.
Le immagini di quel bambino con gli occhi grandi e curiosi sul mondo ancora da vivere, entrarono nel cuore di chiunque.
A tenere accesa l’attenzione sul caso pensarono gli stessi avvocati difensori della Franzoni.
Il primo, Carlo Federico Grosso, legale anche delle testate, Repubblica e l’Espresso.
A seguire, Carlo Taormina.
Fu proprio lui a condurre alcune indagini difensive che, a suo dire, contenevano la prova della presenza di una terza persona all’interno della villetta.
Un processo per calunnia fu intentato contro Taormina, Franzoni e Lorenzi, che più tardi, cadde in prescrizione.
Confermati i 16 anni di condanna la Franzoni, che fino ad allora non aveva mai trascorso un solo giorno di carcere, venne arrestata e costretta ad abbandonare la sua casa. Nel 2016, dopo sei anni di reclusione, la Franzoni riceve gli arresti domiciliari e ancora oggi sta scontando la pena, nella sua abitazione in provincia di Bologna.
Il caso di Cogne, di quel piccolo innocente morto in maniera orrenda per mano di sua madre, spezzò in due l’Italia e, per molto tempo, la vicenda sollevò tanti dubbi. Anche se difficile da accettare, nulla e nessuno, riuscirono mai a provare una verità diversa da quella.
Solo il suo ex avvocato, Carlo Taormina, continua a ribadire che il killer di Samuele sarebbe ancora fuori, libero.