UOMO DI CHEDDAR. CHI ABITAVA L’EUROPA NEL MESOLITICO?

DI SILVIA GIROTTI

Non mi ha stupito leggere degli studi di Ian Barnes e Mark Thomas sul “Cheddar man”. A chi fosse sfuggita la notizia, preciso che il lavoro eseguito dal loro team presso il Museo di Storia Naturale e il Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente dello University College of London, ha ricondotto l’appartenenza dei resti rinvenuti nella Grotta di Gough, nel 1903, ad un uomo dalla pelle scura. Il materiale genetico, in perfetto stato di conservazione, risalirebbe a circa diecimila anni fa, al periodo conosciuto come “Mesolitico”, protrattosi fino all’8.000 a.C.
Era il tempo in cui l’innalzamento delle temperature e le conseguenti abbondanti piogge intaccarono i ghiacciai in buona parte dell’Europa, mentre le aree prima umide dell’Africa diventavano più secche.
L’analisi inglese, condotta con tecniche all’avanguardia su reperti biologici estratti dal cranio, non lascia adito a dubbi: quei resti sono di un maschio con capelli ricci e fluenti, occhi azzurri e incarnato non chiaro.
Il profilo genetico di Cheddar Man lo colloca con diversi altri gruppi europei di epoca Mesolitica provenienti da Spagna, Ungheria e Lussemburgo il cui DNA era già stato analizzato – ha detto il professor Thomas – Cacciatori occidentali, antenati dell’uomo di Cheddar, emigrati in Europa alla fine dell’ultima era glaciale”. La conclusione a cui molti sono balzati è che la comparsa della carnagione bianca in Europa sarebbe avvenuta più tardi. Ne siamo sicuri…?
A stupirmi è stato l’uso del termine “nero”, da parte di molti quotidiani, per definire il colore della pelle del nostro antico uomo. Se ad essere responsabili della pelle chiara sono due geni – SLC24A5 e SLC45A2 – la loro assenza può farci capire certamente di essere in presenza di un esemplare scuro. Quanto però non possiamo saperlo. La riprova sta nel fatto che il corredo genetico degli abitanti dell’estremo Oriente ne è privo. Essi tuttavia non sono neri.
Lasciando da parte questa piccola discrasia, andiamo avanti mettendo assieme gli elementi raccolti. I natali all’attuale cittadino tipo dell’Unione li hanno dati tre diverse popolazioni antiche, giunte nel continente durante gli ultimi 8.000 anni. A dirlo è lo studio che Lain Mathieson, genetista delle popolazioni, e David Reich, dottorando dell’università di Harward, pubblicarono il 2 aprile del 2015. “How Europeans evolved white skin” apparso sulla rivista Science, comparò i genomi di 83 individui preistorici, provenienti da più parti d’Europa.
Si trattava di cacciatori ed agricoltori che non sapevano digerire gli zuccheri, compreso il lattosio, per assenza dell’enzima lattasi. Dalle ricerche sull’evoluzione dei gruppi sanguigni, cui molto hanno contribuito il dott. Peter James D’Adamo e il prof. Adolfo Panfili, sappiamo che il primo uomo sulla Terra apparteneva al gruppo Zero, risalente al ceppo naendertaliano e di Cro Magnon. Comparso tra il 50.000 e il 40.000 a.C. caratterizzava temibili predatori che dal Sahara si erano spinti in Europa ed Asia. Nel 20.000 a.C. fece la sua apparizione il gruppo A, ascrivibile a una popolazione che si cibava di prodotti della terra oltre che di larve ed insetti. Strutturatosi in Asia e in Oriente, potrebbe essersi spinto in Europa, stanziandosi presso le sponde di fiumi e laghi. Intorno al 10.000 – il periodo Mesolitico – comparve un altro gruppo nelle zone montuose dell’Himalaya: il B, dedito alla pastorizia. Dopo il suo sviluppo in India e nelle regioni degli Urali, si concentrò tra i nomadi della steppa, giungendo nelle pianure euroasiatiche. Dalla mescolanza tra gruppi A, caucasico, e B, mongolico, nacque, circa 11 secoli fa, il gruppo AB. Secondo il lavoro di Mathieson e Reich furono gli agricoltori provenienti dal Medio Oriente nel 5.780 a.C. ad introdurre in Europa la mutazione genetica determinante lo sviluppo della lattasi.
L’uomo europeo si è dunque formato – almeno in linea teorica – da due ceppi antichi, che nel Mesolitico erano presenti nel continente, raggruppati nei cluster sanguigni “Zero” ed “A”, nonché dal più giovane“B”, precursore di una mutazione genetica.
Se nel Novecento, grazie a Hirszfeld, Boyd, Fischer e Cavalli Sforza, si cercò di ricostruire la storia evolutiva partendo dai gruppi sanguigni, si comprese come essi potessero influenzare i meccanismi biologici, ma non caratterizzare i tratti morfologici esterni di un determinato fenotipo, variando gli stessi in relazione a fattori esogeni. Deduciamo allora che tra il 10.000 e l’8.000 a.C. uomini europei, accomunati dal colore della pelle, ma con un diverso carico enzimatico, coesistevano, abitando aree differenti del continente europeo. Ma c’è un altro dato interessante da considerare, emerso grazie ad uno studio condotto nel 2006 presso l’università di Copenaghen: tra l’8.000 e il 6.000 a.C., una mutazione genetica determinò la nascita di individui dagli occhi blu.
In origine avevamo tutti gli occhi castani – spiegò allora dal Dipartimento di medicina cellulare e molecolare, il dott. Eiberg – in seguito una mutazione a carico del gene OCA2 nel nostro cromosoma fu all’origine di un cambiamento, che letteralmente spense la capacità di produrre come tratto somatico gli occhi castani in un individuo e nella sua discendenza”.
Ricapitolando: tra il tardo Mesolitico e il primo Neolitico si sviluppò l’enzima lattasi e si diffusero gli occhi azzurri che oggi sappiamo dipendere dal gene OCA2, per suo diretto coinvolgimento nella produzione di melanina, il pigmento che conferisce il colore a capelli, occhi e pelle.
Ciò che accadde – secondo Eiberg – fu una mutazione localizzata su un gene ad esso adiacente, il quale ne ridusse l’azione a livello dell’iride. Una decolorazione ai danni del marrone, per capirci. È probabile che una sempre maggiore inibizione del gene, contestualmente alla comparsa di SLC24A5 e SLC45A2, possa aver condotto alla schiaritura progressiva anche della pelle, coincidente con la diminuzione delle radiazioni solari. Secondo la paleontologa Nina Jabolnsky dell’Università della Pennsylvania, il cambiamento avvenne per massimizzare la sintesi di vitamina D e consentire, con un contestuale adattamento del sistema immunitario, la digestione del lattosio. Sappiamo infatti che nel latte è contenuta una buona percentuale di essa.
Tra il tardo Mesolitico ed il primo Neolitico, l’organismo umano si sarebbe dunque adattato, in funzione di un cambiamento delle condizioni terrestri.
Cheddar man, dagli occhi blu – e con antenati appartenenti ai gruppi Zero ed A – risale al periodo compreso tra il 10.000 e l’8.000 a.C. Harward sostenne che il colore della pelle degli Europei iniziò a variare a decorrere dal 6.000 a.C. circa.
Ma qui un colpo di scena: se nelle attuali terre di Spagna, Lussemburgo e Ungheria i cacciatori dell’8.500 avevano la pelle scura, presso il sito di Motala in Svezia, no.
Lì sono stati rinvenuti resti di individui risalenti al 7.700 a.C., dotati dei geni SLC4A5, SLC45A2 e HERC2/OCA2. Chiari, con occhi azzurri e probabilmente biondi.
La cultura svedese Maglemosian, agli inizi del Neolitico, era diffusa anche in Inghilterra, Belgio, Germania del Nord e Danimarca, segno che potrebbe ricondurre ad uno sviluppo anche genetico similare.
A ciò si ricollegano le conclusioni di un altro studio effettuato in Spagna su uno scheletro, risalente anch’esso al Mesolitico, rinvenuto presso il sito archeologico di La Braña. Stessi tratti somatici dell’uomo di Cheddar: carnagione scura – per assenza dei geni “bianchi” – occhi azzurri ed intolleranza al lattosio. “Sorprendente che questo individuo avesse variazioni genetiche che portano a occhi azzurri negli europei attuali, producendo un fenotipo unico in un genoma che altrimenti sarebbe chiaramente individuabile come nord-europeo”, disse, a fine gennaio 2014, Carlos Lalueza-Fox dell’Istituto di Biologia Evolutiva di Barcellona, responsabile del lavoro. Coesistevano dunque tra Mesolitico e Neolitico, popoli dal fenotipo diverso? È probabile. Ed è il suggerimento servito dallo studio sui gruppi sanguigni che data la comparsa di ceppi precursori a prima dei periodi di rinvenimento. Ad esso si aggiunge un altro dato, fornito da Mathieson e Reich: nell’8.000 a.C. in Europa c’erano uomini di diversa statura. Gli Yamnaya erano più alti di ogni altro popolo allora esistente.