MAURO DEL GIUDICE. IL MAGISTRATO GARGANICO CHE FECE TREMARE IL REGIME NEFASTO

DI RAFFAELE VESCERA

Moriva a Roma, il 14 febbraio di 67 anni fa, all’età di 94 anni il magistrato Mauro Del Giudice, nato a Rodi del Gargano nel 1857. Quell’uomo aveva fatto traballare i palazzi del potere, facendo vacillare le mire di uomini ambiziosi di insediarsi con perfidia al comando della nazione e le certezze di chi, acquisito con passate perfidie, lo deteneva per diritti ereditari. Contro quell’uomo s’erano mossi capi di Stato e di governo, cancellerie estere, re e dittatori, ministri e spioni, feroci energumeni e donnine assoldate, nemici palesi e amici fraudolenti, ma minacce di morte e lusinghe di potere non bastarono a frenare la sua corsa verso la verità. Punire i colpevoli dell’omicidio politico del secolo era il suo assillo, impedirglielo quello di chi aveva ordinato il ratto e l’assassinio del segretario dei socialisti. Con la sparizione di Giacomo Matteotti, un mite deputato determinato a denunciare i crimini del governo, l’aspirante duce avrebbe sostituito la dittatura alla democrazia, l’enfasi retorica alla parola, il servilismo al pensiero, la tirannia alla libertà, la guerra alla pace. Per vent’anni.

Giudice di Cassazione e presidente della Corte d’accusa, umanista, meridionalista, studioso di sociologia, storia, filosofia, prossimo alla pensione, di carattere timido e riservato nella vita privata, celibe, a Roma, Mauro Del Giudice conduce in modo inflessibile l’inchiesta sul delitto Matteotti. Circondato da colleghi asserviti al regime, tra i quali il suo capo e migliore amico Donato Faggella, resiste a minacce di morte e lusinghe di laute ricompense, tra cui la nomina a senatore, raccoglie prove inoppugnabili e incrimina gli esecutori materiali del rapimento e omicidio del deputato socialista, appartenenti alla segreta Ceka fascista, e i mandanti, membri del quadrunvirato e stretti collaboratori di Mussolini, che chiamano in causa lo stesso duce quale mandante supremo.
Dalle confessioni degli imputati e le rivelazioni dei giornali inglesi e americani, apprende che le ragioni della soppressione di Giacomo Matteotti, oltre che nella sua puntuale denuncia dei metodi autoritari e violenti del nascente regime fascista, sono da ricercare nella colossale tangente versata dalla compagnia petrolifera americana Sinclair a Mussolini, per mano del fratello Arnaldo, e allo stesso re Vittorio Emanuele III, allo scopo di ottenere l’esclusiva su ricerca e distribuzione del petrolio in Italia.

Sottratto il processo allo scomodo magistrato per essere affidato al procuratore Del Vasto, cognato del gerarca Farinacci, il ministro Rocco trasferisce Mauro Del Giudice in Sicilia, dove, amareggiato dal tradimento dell’amico Faggella che si iscrive al partito fascista e accetta la toga di senatore da lui rifiutata, apprende della farsesca conclusione del processo di Chieti che scagiona tutti gli imputati del delitto, blandamente accusati da Del Vasto e difesi da Farinacci. Processo dove Matteotti, da vittima, diventa imputato.
Del Giudice visse da perseguitato politico gli ultimi vent’anni della sua vita nel nativo Gargano, a Vieste, dove scrisse le memorie e condusse attività clandestina antifascista. Lasciò i suoi miseri beni, cinque mesi di pensione e l’anello di fidanzamento donatogli dalla madre, quale incoraggiamento al matrimonio da lui mai proposto a nessuna donna, a Francesca, figlia della domestica Vincenza, dall’uomo dichiarata figlia d’adozione ma da altri ritenuta sua figlia naturale.

Del Giudice ha pubblicato numerosi saggi di giurisprudenza ma, ammiratore dell’illuminismo napoletano e della nascente sociologia inglese, anche di storia e filosofia. In merito alla condizione del Mezzogiorno, scrisse queste parole: “Le condizioni delle Due Sicilie peggiorarono con l’unità d’Italia. Il continuo aumento d’imposte a cui non eravamo abituati; l’abbandono completo, in cui i governanti di allora, quasi tutti piemontesi e lombardi, ci avevano lasciato, senza ferrovie, senza scuole sufficienti, prive anche di acqua potabile, mentre si profondevano centinaia di milioni nell’alta e media Italia, per lavori stradali, portuari, in canali d’irrigazione; funestati inoltre dalla presenza e dall’opera di pessimi impiegati di polizia, trasferiti per punizione, avevano creato tale stato d’animo da fare rimpiangere la caduta del governo di Ferdinando II. Il malcontento crebbe a dismisura quando venne applicata l’iniqua e odiosa tassa sul macinato, chiamata imposta sulla fame perché colpiva principalmente i consumatori più poveri. Scoppiarono disordini in Sicilia repressi con la forza, con leggi eccezionali di polizia, estese anche alle altre province.”

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