JESSICA SOGNAVA SOLO UN “ABBRACCIO”, IL NOSTRO E’ GIUNTO TROPPO TARDI

DI RENATA BUONAIUTO

E’ arrabbiato Don Gino Rigoldi, il cappellano del Beccaria. Lui conosceva Jessica, la sua storia di abbandono, case famiglia, solitudine, paura. L’aveva anche affidata ad una sua amica, ma Jessica era andata via. L’unico posto dove la si poteva trovare ogni mattina alle 8 era fuori il carcere .Da lì, aspettava di poter incrociare lo sguardo con il “suo” Alessandro e lui, per lei, rinunciava a seguire le lezioni.
Da dietro quelle sbarre, la conferma del loro amore, un sorriso, per accompagnarli nel viaggio del nuovo giorno da affrontare, ancora una volta separatamente.
Ed è la separazione, l’abbandono il “mostro”, più grande per queste vite. Allontamento da “genitori fantasma”, istituti, case famiglia, adozioni temporanee. Un susseguirsi di speranze, infrante. Un bisogno di stabilità negata da istituzioni non in grado di affrontare, di comprendere ed anteporre il benessere del “bambino”, alle trafile burocratiche.
Don Rigoldi, si sente colpevole per questa impotenza che ha scandito il tempo di Jessica. Lui che ha visto nascere proprio in uno dei suoi Istituti, la loro storia e che cosi la dipinge: “L’ho visto nascere, quest’amore. Un grande amore, l’amore di due persone in mare senza salvagente abbracciate per non annegare”. Ed è per questo che almeno il funerale di Jessica, vuole pagarlo lui, ma il Comune si offre di farlo al suo posto. Penserà allora ad Alessandro, che per quel giorno spera in un’autorizzazione del Tribunale e sogna un abito scuro, vorrebbe esser elegante, essere bello ancora, per lei.
La sua mamma “naturale”, grida giustizia per la figlia. Quell’angelo biondo, che amava, ballare cantare e che sognava di poterlo fare un giorno da un palco con tante, tante persone venute lì per lei per “abbracciarla”.
Aveva solo otto anni quando è iniziato il suo via vai negli Istituti, lo ricordano le sue “compagne di viaggio” che avevano imparato ad asciugarsi le lacrime da sole, che elemosinavano quell’ abbraccio, quel sorriso donato senza un perché, e che a 18 anni uscite da lì, sentivano quel marchio sulle spalle pesare come un macigno.
Ed allora impari a fuggire via, scappare sempre da tutti, sperando in questo modo di liberarti dal fardello del passato. Jessica non si drogava, non spacciava, non si prostituiva, Jessica stava solo cercando aiuto. Forse anche qualche giorno prima, quando aveva chiamato i carabinieri, perché il “tranviere” che l’ospitava, aveva fatto delle strane avance. Lei era andata da un’amica a trascorrere la notte, ma poi aveva pensato di tornare in quella “maledetta” casa. Forse voleva ancora fidarsi di quest’uomo che sarebbe potuto essere suo padre, credeva di aver frainteso, di essere “sbagliata”, che fosse colpa sua, come sempre del resto.
Non era così, e Don Rigoldi, non si dà pace. Ricorda mesi prima, quando nonostante le sue parole, Alessandro e Jessica, avessero ripreso a “vagabondare”, poi un pomeriggio erano tornati all’ istituto con lo “sguardo basso”.
Pensavano di dover essere sgridati, ma non era così. L’abbandono è una ferita che don Rigoldi, conosce bene, ha imparato a leggere oltre le parole, ha ascoltato i loro silenzi, i loro occhi profondi, un oceano senza riva. Lui sapeva di quello smarrimento, di quella innaturale ricerca, di quella “fuga”, prima di tutto da loro stessi, dal passato, dal presente, da un futuro senza riferimenti.
Quella paura di essere abbandonati ancora e il bisogno di anticipare l’evento, come unica strada percorribile, per non sentirne lo strazio, per gestirne il dolore, calibrarlo, lasciandolo scivolare sulla pelle, costruendo una “corazza” alle emozioni.
Ma adesso non è più il tempo delle polemiche, lo sà Don Gino ma non riesce a placare la rabbia: ”Jessica poteva essere salvata e tutti, tutti quanti, abbiamo avuto tempo e occasioni. Jessica, anche se in fuga, ci aspettava…ora ci sono i funerali da preparare, la preghiera che hanno chiesto per lei i detenuti di Busto Arsizio ed il cuscino di fiori bianchi, che devo comprare a nome loro”.
Jessica sulla sua bacheca facebook aveva scritto pochi giorni prima: “Ci sono persone con cui perdi tempo e altre con cui perdi il senso del tempo. È solo una questione di scelte”. Lei aveva capito tanto ma, non come difendersi da tutto questo. E quella notte, in quella casa, ha perso la sua battaglia.
Sognava un “abbraccio”, l’abbracciamo tutti noi adesso ma, sappiamo bene di essere arrivati tardi, troppo tardi.