LARGO AI GIOVANI IN GERMANIA. MA E’ IL SOLITO VECCHIO GIOCO

DI ALBERTO TAROZZI

Per un mezzo secolo, dalla fine degli anni 20 (con Karl Mannheim) a quella degli anni 70 (con Ronald Inglehart), le scienze sociali hanno cercato di dare un fondamento teorico al nesso tra generazioni e cambiamento sociale.

A ragion veduta si può ritenere che qualche collegamento esista, anche se mescolato con altri fattori, tanto da non lasciare bene intendere quanto dei cambiamenti in atto sia dovuto effettivamente all’apparire, sulla scena della vita politica e sociale, di una generazione nuova e quanto dipenda invece da fattori politici ed economici esterni a quello generazionale che risultano in fin dei conti prioritari.

In particolare si deve agli studi di Inglehart (autore di un testo importante come “La rivoluzione silenziosa” che individuò un cambiamento generazionale nei valori dominanti negli adolescenti staunitensi negli anni 70), l’avere scoperto che una generazione può risultare effettivamente innovativa in quanto tale quando si intrecciano contemporaneamente tre fattori: l’età (avere tutti la stessa età biologica), il periodo storico in cui si è nati e infine, ma fondamentale, l’effetto cohort, vale a dire avere vissuto alla stessa età lo stesso periodo storico in forma collettiva.

E’ così che si possono spiegare in Italia fenomeni come la generazione (o meglio lo spezzone di generazione) che aveva fatto la Resistenza o quella del 68. Gruppi dunque non solo costituiti da di coetanei, ma che avevano anche avuto vissuti collettivi e che per questo avevano contribuito a “fare la storia” di un determinato arco di anni, non importa se vincenti o perdenti, se maggioritari o minoranze attive.

E’ necessaria questa premessa per capire se, come taluno sostiene, la politica tedesca viva effettivamente la più grande rivolta generazionale della sua storia o se, più semplicemente, fattori contingenti come la crisi di una classe politica attualmente ai vertici e un cambiamento delle regole del gioco cui non è facile adattarsi per i vecchi protagonisti della politica, aprano spazi alle generazioni meno in là con gli anni, al di là delle evanescenti appartenenze collettive. In un momento in cui, per di più, la Germania, per ancora altre ragioni, economiche e finanziarie, pretende una leadership su scala continentale e contare in Germania significa altresì contare in Europa.

Comunque sia il fenomeno attraversa davvero un po’tutti gli schiaramenti, anche se è stata la Spd che lo ha accusato più pesantemente, con l’opposizione, da sinistra, dei giovani (gli Jusos) al progetto di Grande Coalizione, quando ormai sembrava una scelta obbligata. Un’ opposizione che ha quanto meno pesantemente concorso all’affossamento della carriera politica di Martin Schulz, che in molti consideravano ormai il leader consacrato e inamovibile del partito per i prossimi anni. E adesso per loro, i giovani, la posta in gioco è il referendum tra gli iscritti, rispetto al progetto stesso di Grande Coalizione, che potrebbe destabilizzare radicalmente un delicato quadro politico così difficoltoso da costruire.

Fin qui i socialdemocratici. Ma prima ancora di loro, su altro fronte, quando la Merkel riteneva cosa fatta la costituzione di un’alleanza trasversale dei Verdi e dei liberali, col suo partito e coi cristiano sociali bavaresi, il prestigio di Angela aveva subito un duro colpo ad opera di politici di età relativamente giovane.. Sia pure se su posizioni tra loro differenziate il liberale Christian Lindner (39 anni), il cristiano-democratico Jens Spahn (37) e il cristiano-sociale Alexander Dobrindt (47) aveva di fatto condotto un’efficace opera di sabotaggio di un accordo che tutti davano per chiuso.

In particolare era risultato chiaro il desiderio rottamatorio del giovane Cdu Jens Spahn festeggiato come il leader di un futuro che dovrebbe vedere la Merkel fuori gioco.
Non proprio generazionale se non tirandola un po’ per i piedi, può infine essere considerata la sconfitta in Baviera (cristiano sociali) del sessantottenne Horst Seehofer, ministro presidente della Baviera, ad opera del cinquantunenne Markus Söder.

E’ evidente dunque che Jens Spahn sta sabotando gli accordi attuali a modo suo, un modo profondamente diverso da quello degli Jusos anche per potersi inserire nel quadro dei futuri ministri alla Difesa o all’Economia, oppure alla segreteria del Partito, e inoltre sembra che la sua strategia comprenda anche la possibilità di un governo di minoranza dei democristiani. Guarda caso un’operazione che porterebbe a un più che probabile logoramento di Angela Merkel, che infatti preferirebbe evitarla. In tal caso è chiaro che arriverebbe alla fine del mandato cotta a puntino per cedere le armi al più giovane concorrente.

Insomma, se parlare di rivolta generazionale in senso stretto sembra sinceramente fuori luogo, è invece vero che, tra le nuove leve qualcosa e qualcuno si sta prepotentemente agitando, sia a destra che a sinistra. Noi in Italia, più modestamente, per fenomeni simili che abbiamo recentemente attraversato, ci eravamo limitati a parlare di rottamazione. I giovani apparsi alla ribalta per l’occasione non è che poi abbiano durevolmente trionfato nel nome dell’età e della storia, ma soprattutto ci hanno lasciato la sensazione di essere soggetti non del tutto prevedibili.

Per quanto riguarda la Germania non ci pare per il momento possibile fare analogie con l’Italia. Piuttosto appare chiaro che tra l’ultra liberista Lindner e i neokeynesiani Jusos, passando per Spahn, di comune c’è ben poco. L’Europa li osserva con attenzione un po’ preoccupata, visto anche che Berlino, al momento attuale e non solo, conta parecchio più di Roma.