KOSOVO, QUESTIONE BALCANICA INTERNAZIONALE, POCO DA FESTEGGIARE NEL DECENNALE DELL’INDIPENDENZA

DI ALBERTO TAROZZI

Decennale della proclamazione dell’indipendenza in Kosovo. Poco da festeggiare. Politici stranieri, in ordine sparso e con l’aria di circostanza.

Economia: paese in miseria con i pullman per Belgrado e molta gente che se ne va. Migrazioni economiche dunque col Pil che cresce, ma il 4% in più di zero virgola rimane poco meno che uguale a se stresso. E Orban che dice no ai confini della Ue.

Politica a lutto: morto assassinato Ivanovic leader serbo-kosovaro rispettato anche a Pristina e a Tirana. Uomo di mediazione e quindi odiato dai molti falchi dell’una e dell’altra parte, oltre che da quel partito trasversale della criminalità organizzata, ben fornito di uomini e di armi e testimonianza vivente che da quelle parti la convivenza tra le etnie è possibile, purché nel nome dei traffici di armi, droga e prostituzione dove cane non mangia cane.

Dieci anni da un’indipendenza che venne evocata, anche da chi, dieci anni fa, dovette riconoscere che i diritti sotto i cieli del Kosovo non erano né rispettati e nemmeno presenti, come un macchiavello per sbloccare la situazione. Da allora periodici passi in avanti, cui seguivano sistematici e speculari passi all’indietro.
La mediazione impossibile nella costituzione di un tavolo comune, con un asterisco vicino alla postazione kosovara che ricordava che il Kosovo era lì in base ad accordi…che non ne riconoscevano l’indipendenza. Le aperture dell’europeista Tadic, ignorate dalla Merkel dalla faccia feroce anni 2010/2011.

Partite di calcio Serbia contro Albania con scenari di guerra e qualche lampo, minore, di pace.
Prodigarsi della Serbia nell’accoglienza ai profughi, che valse una medaglietta al valore della Merkel al premier già nazionalista Vucic, mentre lei si preparava all’accordo con Erdogan.
Kosovari che preannunciano la costituzione di un esercito e periodici scontri nell’enclave serba di Mitrovica.Infine quello che non ti aspetti: un premier kosovaro noto per trascorsi giudiziari burrascosi legati al suo passato di guerriero antiserbo, che apre il parlamento con un discorso a metà in serbo, proponendo serbi nell’esecutivo.Trafitto da un raggio di sole al centro di Pristina. Ed è subito sera, anzi notte, con l’assassinio di Ivanovic che interrompe i negoziati di Bruxelles.Mala sorte? Forse non tutto è casuale. A ogni svolazzare di colombe segue l’arrivo dei falchi, che neutralizza con gli interessi l’ottimismo del giorno prima.

Sullo sfondo il resto d’Europa e del mondo. Con i Balcani terra di conquista da spartire tra Russia e Occidente: questione di pipeline e di geopolitica. Vucic che tenta il non allineamento, ma la questione Kosovo che resta sul tavolo. Se vuoi la Ue niente Russia e inoltre devi “normalizzare” i rapporti col Kosovo. Il ministro degli esteri serbo che dice grazie no. Ma poi i serbi aspirano tanto ad entrare in Europa?

Ultima ora. Il vicepresidente ultra destro di un’Austria spostata a destra proclama, per poi smentire, che il Kosovo è Serbia, ricordandosi di un accordo firmato in sede Onu dimenticato dalla maggioranza dei paesi delle Nazioni Unite, ma che frutta il veto dell’entrata dei kosovari al Palazzo di vetro, da parte di Russia e Cina.
Austria e Serbia a destra? La questione è un’altra. Nell’Europa già socialista le destre e i nazionalismi guadagnano terreno.
A volte con la benedizione della Russia come in Ungheria e nell’entità serba di Bosnia. A volte con quelle dell’Occidente come in Croazia, Ucraina e Polonia. Il timore è che prima o poi si saldino e facciano blocco.

In fondo già da ora Varsavia e Budapest non sono più così lontane, sui sentieri della xenofobia. Almeno da questo punto di vista, più a sud, c’è da stare tranquilli. Serbia e Croazia non si avvicineranno mai, neanche se andassero entrambe a destra nella stessa misura.

Ma intanto la questione Kosovo resta sul tappeto: un passo avanti e uno indietro col timore che quello indietro produca tintinnare di sciabole. Che tutto cambi perché nulla cambi. Di questi tempi e in luoghi dove la droga si traffica a fiumi questo si potrebbe chiamare riduzione del danno. La lotta non finisce mai e lo stallo continua.