QUEL 19 FEBBRAIO DEL 68 AD ARCHITETTURA

DI PAOLO BROGI

Il 19 febbraio del 1968 tre studenti di Architettura di Roma, si chiamavano Uccelli, si installarono per 48 ore nella guglia di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma, gioiello del barocco borrominiano: intendevano mostrare a tutti l’esistenza del Movimento studentesco.
In “68, ce n’est qu’un début” ho ricostruito per la prima volta, con l’aiuto della viva voce dei protagonisti, quell’avvenimento. Ecco il capitolo:

Uccelli sulla guglia

“Come hai detto? Che vuoi dire? Che significa questa cosa che ripeti: nella misura in cui…”.
Sono assai fastidiosi questi tre studenti di architettura che da qualche giorno vengono chiamati Uccelli. Anzi Gli Uccelli.
Da quando la facoltà a Valle Giulia a Roma è stata occupata, il 16 febbraio ‘68, hanno scelto un albero del cortile della facoltà e ci sono saliti su. Da lì benignamente scendono quando c’è assemblea e interrompono con le loro fastidiose domande sul gergo politico che i più impegnati hanno attinto dal passato della sinistra.
Se ne è fatto una ragione anche l’inviato di Lettere venuto dalla Sapienza che è occupata dal 2 febbraio.
Oreste Scalzone è venuto a portare il vento di lettere, partorito da quella grande Aula Prima diventata il quartier generale del movimento a Roma, in cui si agita il “potere studentesco”, ttra solidarietà al Vietnam e no alla riforma Gui, la legge 2314, sì al presalario garantito, basta con la selezione…
L’inviato di lettere porta un vento che alla Sapienza si è allargato il 3 febbraio alle occupazioni di Fisica, Scienze Politiche e Magistero, il 4 a Statistica. E porta l’aria dello scontro, col rettore D’Avack subito entrato in rotta di collisione col movimento, e con i fascisti in agguato fuori della Sapienza, pronti ad entrare in azione e a ripetere gesta come era purtroppo accaduto due anni prima con la morte di Paolo Rossi.
Perciò Scalzone apre il suo intervento con “Compagni…”. L’esordio, come ha scritto lui stesso in “Biennio rosso 68-69”, provoca una bordata di sonori fischi. “Quel termine viene identificato come la caratterizzazione dei militanti del Pci”, è la constatazione di Scalzone che abbozza.
“Il linguaggio è condizionante – ricostruisce Paolo Ramundo promotore-leader degli Uccelli, in quel momento affiancato dai con fondatori Martino Branca e Gianfranco Moltedo detto Naso -. Gli esperti erano oligarchici, non facevano domande, erano protagonisti. Usavano un linguaggio per iniziati, gli studenti assistevano. Di cosa si discutesse in assemblea non ricordo assolutamente nulla. Tutte cose molto astratte. Noi provocavamo, non c’è dubbio. Un giorno ci cacciarono dall’assemblea perché mentre ferveva una discussione accesa e serissima abbiamo chiesto la parola e quando ce l’hanno concessa ci siamo messi a cantare: “e perché e dringhete e dranghete…”.
“Ci hanno cacciato – proseguie Ramundo – perché era un intervento fuori dalle regole. Gli studenti invece ci apprezzavano, non hanno mai sollevato un problema contro di noi. I dirigenti invece non ci sopportavano…”.
Ci sono gli alberi intorno alla facoltà, che confina con Villa Borghese, e sono un po’ l’emblema di quel rinnovamento che da un paio di anni si cerca di attuare in facoltà.
Ad architettura si sono registrati già timidi movimenti di apertura. Il panorama dei docenti è ancora assai tradizionale. E tradizionalista. Il grosso delle novità è rimaste fuori. Non senza fatica sono stati fatti arrivare Ludovico Quaroni, Bruno Zevi, Luigi Piccinato. In un momento di agitazione però è scattata una serrata, gli studenti sono finiti al cinema Roxy, lì è intervenuto il comunista Emilio Sereni (esperto tra l’altro di paesaggio agrario), Renato Nicolini ha pronunciato una piccola invettiva contro Fasulo, un professore considerato passatista (suo l’edificio del liceo Mamiani degli anni ’30).
E ora arriva finalmente il ’68. In facoltà il plotone di chi prende la parola è subito assai folto: Roberto Perris, Mimmo Cecchini, Mario Spada, Massimiliano Fuksas, Paola Trucco, Sergio Petruccioli (che viene dal Pci dove suo fratello Claudio è stato segretario della Fgci)…
Poi ci sono quei tre “Uccelli”, abbastanza grandicelli e rodati nonché irriverenti al massimo. Paolo Ramundo ha 26 anni così come Gianfranco Moltedo, Martino Branca ha un anno in più, 27, ed è peraltro figlio di un presidente della Consulta..
Tra i professori “nuovi” che sono entrati in facoltà c’è anche Paolo Portoghesi, ha 37 anni ed è un grande esperto del barocco e in particolare del Borromini sul quale ha subito avviato un corso.Tra gli ascoltatori, assai attenti e partecipi, ha avuto i tre Uccelli. Portoghesi mostra i disegni del Borromini, lo difende dalle accuse del Bernini, le lezioni lasciano strascichi tra gli studenti un gruppo dei quali si riunisce al pomeriggio in un appartamento affittato ai Parioli. Gli Uccelli sono presenti.
“Mi aveva colpito molto Sant’Ivo alla Sapienza – spiega Ramundo riandando a quei disegni prestati dal professore e alla discussione che ne era nata -. E’ la sede universitaria oggi Archivio di Stato che è tra piazza Navona e il Senato, su Corso Rinascimento. Mi ero appassionato alla guglia, mi aveva colpito il fatto che sul bordo della cupola Borromini avesse previsto una ringhiera, un disegno bellissimo, che poi non era stato realizzato. Dunque, ci dicevamo, la guglia doveva essere accessibile…Si poteva dunque andare lassù e guardare la città, il suo centro storico, da quella straordinaria postazione…”.
Eccola l’idea. Fare qualcosa di simbolico che sia in relazione con la storia e che mostri al mondo l’esistenza degli studenti.
La mossa successiva? Gli Uccelli si presentano al professor Manfredo Tafuri. Gli chiedono di accompagnarli in visita a Sant’Ivo. Tafuri acconsente. Partono subito per Sant’Ivo ma quando Tafuri va a chiedere all’Archivio di Stato, titolare del sito, il permesso di poter visitare la cupola si sente rispondere con un cortese diniego. Gli studenti non battono ciglio, hanno un’altra carta in serbo, il professor Portoghesi, che è al momento anche il più grande studioso del Borromini. L’Archivio di stato non potrà respingerlo…
E così il professore Portoghesi in compagnia di tre studenti penetra nel monumento.
E’ il 19 febbraio del 1968, il gruppo sale verso la guglia e il professore non manca di notare le borse che gli studenti hanno con sé.
“Che cosa vi siete portati?”, chiede.
“Macchine fotografiche”, rispondono i ribaldi.
Dentro hanno invece un po’ di viveri per affrontare l’occupazione. Cioè cioccolato, miele, biscotti, un paio di barattoli di tonno, caramelle. Un set ridotto ma efficiente.
Sono finalmente sulla balconata, sotto la guglia. Il professore estrae la sua macchinetta fotografica, vuole fotografare quei tre che sono un po’ capelloni ma studiosi. Gli Uccelli si schermiscono, non vogliono lasciare tracce compromettenti ad uso di future denunce. Portoghesi abbozza. E si mette a parlare della straordinaria opera del Borromini.
Gli studenti intanto stanno guardando come fare per infilarsi nella guglia, che è sopra di loro ed è raggiungibile attraverso una botola che però è un po’ alta. Chiedono permesso al professore prima di salire. Portoghesi dice di stare però attenti.
In due allora spingono il terzo dentro la botola, arrivato su tira a sua volta i due compagni. Eccoli tutti e tre dentro la guglia.
Che qualcosa non quadri è subito evidente a Portoghesi. Segue un concitato dialogo, i nuovi occupanti non ne vogliono sapere di scendere. Il professore va allora in cerca del direttore dell’Archivio, quello esce ed ammonisce gli studenti, dice che è vietato ed è pericoloso. Dall’alto gli rispondono facendo “piripao” con la mano sul naso.
Era iniziata l’occupazione di Sant’Ivo. Sarebbe durata un giorno e una notte. Da architettura e dalla Sapienza arrivano in massa gli studenti, provano ad entrare dall’ingresso che su Corso Rinascimento immette nel cortile. Trovano un cordone di carabinieri.
“Comprammo allora candele e ceri e visto che era ormai sera li accendemmo sui gradini .- ricorda Mimmo Cecchini -. Gli studenti giravano intorno a Sant’Ivo con un corteo, qualcuno ebbe l’idea di fare dei palloncini portaviveri che mandavamo su verso la guglia con l’aiuto di cordicelle per controllarne l’ascesa e la direzione. Ai palloncini erano attaccati crackers, biscottini ecc. Dal Senato si aprivano le finestre dell’ultimo piano di Palazzo Madama per guardare questa situazione”.
Lassù sulla guglia gli occupanti si affacciano, i vigili urbani stanno chiedendo di smetterla perché è pericoloso, gli occupanti ribattono che non è il momento di rischiare la vita di nessuno. Per la notte si sistemano dentro la guglia. Giù ora ci sono fiaccole e torce, si levano canti.
Al mattino gli occupanti assistono alla scena che si ripete all’edicola di Sant’Eustachio, acquirente dopo acquirente. Chi compra il giornale vede la notizia di Sant’Ivo sparata in prima pagina e subito dopo eccolo che alza la testa verso l’alto. Loro, gli occupanti, salutano tutti.
La pipì? Fatta sulla cupola, la pioggia l’avrebbe poi portata via. Cacca? Niente cacca in quelle 36 ore di occupazione del monumento. Solo qualche panno steso, vestiti inumiditi che ora asciugano al sole (è una bella giornata).
Nel tardo pomeriggio del giorno successivo a Sant’Ivo si schiera la polizia. E c’è pure il Mazzatosta, un dirigente della Questura, che intavola una trattativa. Sono sulle spine il professor Pacini sovrintendente ai monumenti e il dottor Del Gatto direttore dell’Archivio di stato.
Dalla guglia il messaggio è: scendiamo, sì, ma niente identificazioni.
Affare fatto.
E’ ormai buio quando gli occupanti scendono dalla guglia, in basso ci sono i poliziotti e ci sono anche i compagni del movimento.
Gli occupanti, ormai ex, usano il salvacondotto annunciato e appena scesi sono inghiottiti dalla massa degli studenti che se li porta via in un corteo che punta su architettura.
Qualche giorno dopo gli Uccelli sono in visita da Renato Guttuso. E’ appena iniziata la lunga serie di visite nelle case dei maggiori intellettuali del momento. Seguiranno Moravia, Pasolini, Argan Carlo Levi, Perugini, Manzù…Gli Uccelli sono intanto aumentati di numero, arrivano nuovi adepti, come Roberto Federici detto Diavolo, Paolo Liguori detto Straccio, Adachiara Zevi. Cresceranno man mano fino ad essere una trentina.
Trovano Guttuso allegrissimo. Ha appena ricevuto una lettera da Parigi, è di Max Ernst che ha letto entusiasta di Sant’Ivo e acclude un ritaglio di “Le Figaro”. Loro hanno portato un mazzo di fiori, non è difficile convincere Guttuso a seguirli in facoltà dove dipinge un muro e dove poi dipingono altri come Schifano.
Giorni dopo all’Eliseo passa Herbert Marcuse: gli Uccelli si presentano per chiedergli di inaugurare la cosiddetta piscina che hanno ricavato in un invaso della facoltà. Marcuse se la cava con una banale scusa: “Ho già un altro impegno…”.
Portano Pier Paolo Pasolini al liceo Tasso. Non hanno avvertito nessuno. L’incontro con gli studenti salta, gli studenti a quanto pare non vogliono incontrare Pasolini. “Ammazza – avrebbe detto Pasolini, secondo i ricordi di Ramundo -, che strano…”. Insomma c’era restato male.
A casa di Argan trovano invece che lo studio ospita una grande immagine del Che.
L’estate del ’68 la dedicano infine a Matera e ai suoi Sassi, ne parliamo più avanti…
Gli Uccelli sono in eterno movimento. Sono a Berlino dopo l’attentato che Rudi Dutschke subirà in aprile, vanno a Torino dove incontrano i loro omologhi di architettura, i Vikinghi, anche loro amanti degli alberi, su uno ci avevano costruito una casetta. Poi eccoli a Venezia…
Dalla visita di Ardea, nella tenuta di Manzù, riportano in facoltà quattro cestoni pieni di galline.
Infine il fico: ne prendono uno che era fuori della facoltà e poi lo trasportano sul tetto di Architettura per farlo da lassù scendere nel cortile interno (non sarebbe mai passato dalle porte) e lo ripiantano lì.
Questa passione arboricola, almeno per Paolo Ramundo, sarebbe poi continuata nel tempo fino ad oggi.