SPIN OFF O OPA OSTILE? IL CASO BORRELLI AGITA IL M5S

DI MARCO MILIONI

Per cercare di capire che cosa stia davvero bollendo dentro e fuori la pentola del M5S occorre evidenziare tre aspetti essenziali. Uno, la buriana deflagrata in questi giorni potrebbe continuare. Due, non è affatto detto che questa avrà chissà quale impatto sul risultato elettorale. Tre, la vicenda dell’abbandono dello stesso movimento da parte di uno dei suoi colonnelli, il trevigiano ed europarlamentare David Borrelli, fa intravedere una eventualità. Quella per cui a breve tali scossoni potrebbero assumere anche la forma di uno scisma di una ventina di eletti nel prossimo parlamento che sarebbero pronti a lasciare la bandiera pentastellata in favore di una nuova creatura animata appunto da Borrelli e dal suo amico Massimo Colomban, già assessore alle partecipate al comune di Roma.

Quanto a «Rimborsopoli» le polemiche sulla stampa italiana si sono sprecate. Ma c’è una circostanza che nessuno ha fatto rilevare. Quando i vertici del M5S decisero che le eccedenze degli emolumenti, che per il codice interno vanno sempre restituite, sarebbero state rese ad un ente del Ministero dell’economia, fecero una scelta ben precisa. Quella per cui il governo da quel momento avrebbe avuto sotto controllo l’elenco «dei buoni e dei cattivi del M5S». E che in linea teorica soggetti riconducibili al governo avrebbero avuto in qualsiasi momento la possibilità di far arrivare a chiunque lo stato dei pagamenti. «La domanda – spiega un parlamentare del M5S che chiede l’anonimato – non è solo sapere chi ha fatto il furbo, ma è sapere come mai i vertici del M5S abbiano accettato bellamente di consegnare di fatto nelle mani dei propri avversari un’arma così potente. Questo significa che ai piani alti del M5S qualcuno ha deciso di accettare un suggerimento che avrebbe nei fatti consegnato il tasto off della macchina a soggetti esterni? E se sì perché?».

I VENETI NON ATTACCANO LO SCISSIONISTA
In questo caleidoscopio di eventi tuttavia occorre guardare al Veneto per capire bene che cosa stia accadendo a livello nazionale. Infatti è evidente la sproporzione con cui i cosiddetti furbetti sono stati trattati all’interno del movimento. E come allo stesso Borelli (nel riquadro), politicamente colpevole di eresia e di abbandono fraudolento, tocchi poco più di un buffetto. Basta leggere il Mattino di Padova del 15 febbraio a pagina 6. A parlare è il capogruppo del M5S alla Regione Veneto Jacopo Berti: «Chi ha preso in giro il Movimento verrà cacciato». Gli fa eco il suo parigrado in consiglio comunale a Padova Simone Borile: «A calci nel sedere». Sabato 17 febbraio, sempre su Il Mattino di Padova in pagina 4 è Renzo Mazzaro a intervistare Berti. Si parla anche della dipartita dell’eurodeputato. «Che cosa pensa del caso Borrelli?» chiede il giornalista. «Ero rimasto alle dimissioni per motivi di salute» replica il consigliere. «Inesistenti, è lui che lo dice» lo incalza Mazzaro. Il consigliere regionale è messo alle strette e svicola a fatica la domanda sul transfugo trevigiano con una non risposta: «… Nessuno di noi ha avuto contatti con lui».

Mazzaro però non lo molla: «Avrà avuto anche lui problemi di cifre da rendicontare visto che non ha concesso la liberatoria per visionare il suo stipendio da eurodeputato?» Berti non sa più che più che pesci pigliare e dice: «Non so… sono uno spettatore di questa vicenda, come tutti». Il giornalista però lo marca stretto come Claudio Gentile dei tempi d’oro: «La senatrice Paola De Pin, che avrà anche il dente avvelenato come ex M5S, ma che lo conosce bene, sostiene che è solo un affarista. Chi è il vero Borrelli?»

Berti ormai non riesce nemmeno a tenere più la guardia: «Io conosco solo l’eurodeputato che ha portato avanti assieme a noi molte battaglie». Tuttavia il giornalista non molla la presa: «Adesso Borrelli vuol fare un altro movimento. Sarà fatalmente in alternativa ai Cinque stelle». Berti ormai è un disco rotto: «… Sono rimasto senza parole». Un po’ poco per uno che due giorni prima sullo stesso giornale parlava di epurazioni verso i furbetti.

LA STRUTTURA PARALLELA
E pertanto la domanda nasce spontanea. Chi è davvero Borelli e che cosa sa sui vertici del M5S veneto visto che l’eurodeputato per anni è stato visto come uomo macchina tra i più potenti del dei Cinque stelle a partire dalla sua presenza nella piattaforma Rousseau? Una prima chiave di lettura sta in un’altra domanda che Mazzaro pone a Berti sempre sullo stesso numero de Il Mattino: «C’è un caso rimborsopoli anche nel M5S visto che Luciano Claut» già assessore grillino al comune di Mira sostiene che «… non avete restituito 244mila euro». La risposta arriva subito: «Noi abbiamo pubblicato tutto al centesimo» ma le pezze d’appoggio come è già emerso sulla stampa veneta mancano. Almeno per quanto riguarda le restituzioni al fondo per la piccola impresa. Chi conosce esattamente la situazione contabile di quelle restituzioni? Ed in questa fattispecie ci sono collegamenti con la vicenda della «struttura parallela» in seno ai pentastellati veneti che tenne banco due anni fa e che sarebbe giunta sino alle orecchie del fondatore del M5S Beppe Grillo?

COLOMBAN, CONFAPRI, ZAIA E GALAN
Ma l’interrogativo su chi sia davvero Borrelli e su quali siano le reti di conoscenze di cui dispone è ancor più significativo. La vicinanza tra lui e Colomban è cosa arcinota. Basti pensare alla Confapri, il think tank liberista fondato da quest’ultimo e poi evaporato nel nulla nel quale Borrelli aveva un posto importante. E nel quale figurava un panel di sviluppisti nonché fautori delle grandi opere (che il M5S in teoria osteggia) tra cui Massimo Malvestio, il legale trevigiano che è unanimemente riconosciuto come la mente politica di Zaia. Si tratta di una delle tante cartine di tornasole dei timori di un fiume carsico che nel M5S abbia per anni scorso nella direzione contraria a quella cara agli attivisti della base. Riscontri simili sono arrivati in passato al tempo dei mal di pancia che si sarebbero moltiplicati tra i consiglieri comunali romani qualche ora prima che venisse ufficializzato l’ingresso in giunta di Colomban proprio come assessore alle partecipate.

L’assessore nel frattempo se n’è andato, ma nell’esecutivo capitolino è rimasto il suo lascito più pesante. Il presidente di Atac Paolo Simioni, un uomo assai vicino alla galassia dell’ex governatore veneto Giancarlo Galan: quest’ultimo finito invischiato fino al collo nell’affaire Mose. Una delle grandi opere che nel Veneto, come la Pedemontana, sono peraltro sempre state santificate da Colomban. Simioni tra l’altro non è uno qualsiasi perché è stato anche nel cda di Save, la potentissima società che gestisce l’avioscalo di Venezia, finita, assieme ad altre questioni che in città pesano miliardi di euro, più volte nel mirino di Emanuele Cozzolino, il deputato uscente del M5S che oggi è additato anche dai suoi per i mancati versamenti che ammonterebbero a 10mila euro circa.

All’epoca quando Cozzolino sparò a zero sugli interessi più celati del capoluogo lagunare il M5S in loco rimase pressoché in silenzio. Salvo diversi mesi dopo dirsi favorevole, almeno in consiglio comunale, alla maxi speculazione immobiliare che secondo i detrattori dell’opera coinvolgerebbe a Marghera lo stesso sindaco di centrodestra Luigi Brugnaro: altra decisione gravissima, se filtrata col prisma della base grillina, la cui voce però si è fatta sentire pochino in questa circostanza.

UNA BACKDOOR NEL MOVIMENTO? IL DUBBIO CHE PESA
Il 30 maggio 2017 chi scrive sul proprio blog si pose una domanda precisa: Visto che Colomban ha una ascendenza precisa verso i Cinque Stelle, si pensi al duo Casaleggio Borrelli, è in qualche modo legittimo pensare che alle origini del M5S, magari con la benedizione di qualche lobby o di qualche potere, qualcuno abbia inoculato volontariamente una sorta di backdoor attraverso la quale far confluire non troppo visibilmente, persone, programmi e mire, che contraddicono in toto o in parte, i princìpi del movimento nonché il sentiment della sua base? Ed è legittimo domandarsi se questo filone carsico abbia origine proprio nella finanza veneta e patavina in primis?

A quella domanda nessuno si prese la briga di rispondere. Ora però nel Veneto, e la cosa può divenire un paradigma per il futuro a breve termine per il Paese, un pezzo della base è in fermento. Il caso della Pedemontana è emblematico, ma se ne potrebbero citare a bizzeffe. Detta alla grossa i simpatizzanti del M5S si domandano questo: “ma a Strasburgo abbiamo mandato uno che convintamente faceva parte di un movimento che si è sempre detto ferocemente contrario oppure uno che flirtava con gli amici dell’opera? Si tratta di parole che acquistano un peso specifico rilevante. Soprattutto alla luce della recentissima ed ennesima stroncatura patita proprio dalla Pedemontana dalla penna della Corte dei conti nonché alla luce delle critiche degli artigiani locali. Rimane da capire se il nuovo movimento al quale starebbe lavorando Borrelli, se davvero prenderà vita e se davvero qualcuno ci sta lavorando, sarà uno spin off dei Cinque stelle in qualche maniera concordato con i suoi vertici o addirittura dettato dall’alto. O un nuovo think tank riservato a personaggi più o meno influenti, oppure se costituirà una vera e propria Opa, più o meno ostile, verso i grillini. Borelli, pur contattato da chi scrive ha preferito rimanere in silenzio.